11 Aprile 2014 5 commenti

Silicon Valley – HBO e la comedy sugli aspiranti Zuckerberg di Francesco Martino

To’, una comedy HBO che fa anche abbastanza ridere!

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Una delle più grandi invenzioni degli ultimi anni di cultura americana è stata la totale rivalutazione dello stereotipo del nerd: non più orrido reietto con problemi acneici, ma genio incompreso spesso troppo intelligente per essere davvero capito.
Ad accompagnare questa piccola rivoluzione c’è stato poi un radicale cambio della figura dell’imprenditore di successo, precedentemente associata a uomini del calibro di Carnegie (da molti visto come l’ispirazione per il personaggio di Zio Paperone, tanto per dire) e Rockefeller, e ora incarnata da nomi come Zuckerberg o Karp (il papà di Tumblr), persone con idee semplici e spesso frivole poi rivelatesi geniali intuizioni commerciali.

Silicon Valley, la nuova comedy HBO creata da Mike Judge, parte proprio da questo presupposto, dalla nuova economia fatta da startup iper redditizie e da geni impacciati. Nel presentarci il protagonista Richard (un bravissimo Thomas Middleditch), sviluppatore di Pied Piper, un portale musicale in grado di rilevare eventuali infrazioni al copyright, Judge si diverte a fare quello che gli riesce meglio: ritrarre in versione satirica le assurdità della cultura moderna.
La Silicon Valley di Judge, che nel 1987 ha preso realmente parte ad una startup in California, è popolata di personaggi eccentrici con ego smisurati, amanti di video conferenze con tendenze megalomani e della beneficenza per il terzo mondo usata come propaganda.

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I riferimenti ai veri guru della tecnologia si sprecano, così come alcuni stereotipi sui nerd, usati però senza mai essere fini a se stessi e senza mai voler fare della semplice comicità, andando a sfatare quel falso mito nato ancora prima della messa in onda del pilot: Silicon Valley non è The Big Bang Theory, e chi conosce anche un po’ i lavori di Judge capirà sicuramente il perché (tanto per dire, è il creatore di Beavis and Butt-Head). Contrariamente alla comedy di Chuck Lorre, interamente basata sulle gag e sui tormentoni, Silicon Valley si pone di replicare quanto già fatto nel 1999 da Office Space, il primo lungometraggio in live-action di Judge: esplorare una dimensione presente nella nostra quotidianità (che siano i cubicoli di un ufficio o la sede di un colosso del web) ritraendola in modo tanto vero quanto spietato; tanto che, se dovessi cercare un’altra serie con cui paragonare l’approccio usato da Silicon Valley probabilmente penserei più a Entourage che a un’altra comedy fatta interamente di battute e stereotipi.

Nonostante questa critica molto puntuale la serie riesce comunque a essere “user friendly”, rivelando da subito anche sfumature da prodotto mainstream, con un pubblico potenzialmente più vasto degli ultimi arrivi Looking e Girls.
Quello che Silicon Valley dovrà fare è non cadere nel mare di cliché tipici del caso, degli stereotipi usati solo per arrivare alla risata facile, e di continuare l’opera di caratterizzazione di Richard e degli altri personaggi, vero fulcro della serie.
Vista l’ottima accoglienza riservata al pilot (sicuramente aiutato anche dalla posizione nello slot immediatamente successivo a Game of Thrones), dall’ottimo impatto con la critica e dalle buone premesse dello show, ci sentiamo di dire che SIlicon Valley ha tutte le carte in regola per candidarsi a nuovo gioiellino firmato HBO.

Perché seguirla: perché offre un punto di vista interessante sul mondo della tecnologia, unito ad una comicità di livello.
Perché mollarla: rimane una comicità molto diversa dalle normali sitcom, #sapevatelo.



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