23 Ottobre 2014 45 commenti

Mulaney: la sitcom-delusione di Diego Castelli

Ci puntavo, e non fa ridere praticamente mai

Copertina Pilot, Pilot

Mulaney

Devo dire che ci puntavo, a Mulaney. Non perché io conosca particolarmente bene il suo creatore-protagonista (che pure ho visto in qualche divertente video su youtube), ma semplicemente perché speravo in un percorso simile a quello di Louie: uno stand-up comedian che diventa autore di una serie tutta sua, dai forti toni autobiografici, e che ci mette talmente tanto di suo da renderla una cosa unica.
Mulaney in teoria è proprio questo, una sitcom che racconta della vita di un giovane autore comico la cui carriera svolta (o dovrebbe svoltare) quando viene assunto come autore principale di un notissimo presentatore, che ha il volto del mitico Martin Short.

Fin qui tutto bene, un concept semplice semplice, tanto si sa che le comedy non hanno  bisogno di chissà quale ideona di base: basta essere divertenti dopo.
Ecco, purtroppo Mulaney non è divertente. Pur partendo bene, con un monologo iniziale che in effetti fa ridere, la serie diventa subito una collezione di battute stanche e già sentite, senza il minimo guizzo.
Il paragone con Louie diventa rapidamente impietoso: là l’unione di stand-up comedy e racconto di vita raggiunge un equilibrio stilistico e poetico di rara bellezza, che nell’ultima stagione ha condotto  il suo autore a trasformare la serie in un quasi-drama (una virata che a molti non è piaciuta, ma che comunque dimostra la vivacità creativa e la voglia di sperimentare di C.K.). Con Mulaney, invece, ci sembra di vedere uno show di vent’anni fa.
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Mulaney (4)

Proprio questo sembra essere il difetto maggiore, anche più della semplice mancanza di battute efficaci: Mulaney è vecchissima. La scelta di usare il sistema della sitcom multicamera, con pubblico in studio e risate in sottofondo, è già rischioso di suo, perché profuma subito di naftalina. Ma sappiamo anche che negli ultimi anni questo stesso format è stato rinvigorito più volte, ora da concept particolarmente diversi dal solito (vedi The Big Bang Theory) o da soluzioni narrative più ardite (alla How I Met Your Mother). Come dire che sì, magari le sitcom di questo tipo suonano subito anzianotte e trovano giustificazione solo nei bassi costi di produzione, ma allo stesso tempo non è che non ci si possa fare ancora qualcosa di buono.
Purtroppo però il nostro John Mulaney non riesce proprio a schiodarsi da schemi visti e stravisti, con battute che sembrano uscite da un manualetto di sceneggiatura comica (comprato però in una bancarella nel ’75) e personaggi di contorno di scarsissimo spessore, peraltro interpretati in modo poco convincente: sempre troppo carichi, troppo esasperati nella loro ricerca costante della faccia buffa e dell’ammiccamento al pubblico.
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Mulaney (2)

Lo stesso Martin Short, uno dei comici più simpatici e istrionici della recente storia americana, finisce con l’essere risucchiato nella mediocrità, un po’ come accadeva alla buon’anima di Robin Williams in The Crazy Ones: una auto-macchietta, pallida imitazione di se stesso.
Si salva davvero poco, di Mulaney. Forse proprio quei monologhi iniziali, che riescono a essere abbastanza divertenti da far capire che, forse, John Mulaney dovrebbe limitarsi a quelli.

Perché seguirla: boh. tra l’altro è quasi certo che la seconda stagione non la vede neanche da lontano.
Perché mollarla: una comedy che non fa mai ridere è come un barattolo di Nutella ancora pieno ma scaduto da tre anni. Non solo inutile, anche doloroso.
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