21 Novembre 2014 3 commenti

Il ritorno di The Fall di Chiara Grizzaffi

The Fall, troppa apparenza e poca sostanza?

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SPOILER ALERT: SI PARLA DELL’INIZIO DELLA SECONDA STAGIONE

Quando il Villa mi ha chiesto di fare la première della nuova stagione di The Fall ero anche abbastanza contenta di questo accollo a tradimento – il Villa fa così eh, ti coglie all’improvviso e non ti lascia scampo. Secondo me sorveglia coi droni tutti i collaboratori di Serial Minds. In fondo però la prima stagione mi era anche abbastanza piaciuta, e oltretutto per me Gillian Anderson era e sarà sempre l’unica a cui era concesso di stare al fianco di Fox Mulder, protagonista indiscusso di qualunque mia fantasia romantico/liceale.

Non so a voi, ma a me è sembrato che siano passati secoli dall’ultimo episodio della prima stagione (in realtà poco più di un anno, ma certo se ci piazzi quel cliffhangerone alla fine…), mi ero perfino dimenticata dell’esistenza di questo crime che allora mi aveva preso abbastanza, e di cui il Villa si era occupato. Insomma ero comunque carica per svoltare una serata. #einvece

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E invece niente, nel senso che a parte l’ovvio in questo primo episodio non succede quasi nulla. Il nostro serial killer deve tornare a Belfast, perché sennò ciao Gillian e ciao tutto dato che è un crime orizzontale, ed è quello che succede tipo quasi subito. Ovviamente, ci sono un po’ di persone, dalla ex fidanzata alla baby sitter, che stanno mangiando la foglia e quindi presumibilmente le maglie si stringeranno sempre di più intorno all’assassino, che con tutta probabilità sarà sempre più portato a fare passi falsi.

Cosa dire quindi, di una serie che ha un inizio di stagione un po’ fiacco, ma tutto sommato coerente con il percorso dei suoi personaggi? Ho deciso di sbrigarmela così, cogliendo l’occasione di questo ritorno per mettere a fuoco cosa mi piace di The Fall e quali invece, a distanza di un anno, mi sembrano un po’ la note stonate.

Partiamo dal presupposto che per me le osservazioni del Villa rimangono valide: The Fall è ben scritta, il meccanismo narrativo ti cattura e le performance attoriali sono da urlo. La caratterizzazione in parallelo della detective Stella Gibson e del serial killer Paul Spector funziona, anche perché sono due personaggi lontani da ogni stereotipo: la detective è affascinante, sicura di sé, pensa da femminista, non vive con senso di colpa il fatto di aver sacrificato la propria vita personale al lavoro (la piaga di troppi personaggi femminilI con una professione impegnativa); il serial killer non vive in un seminterrato, non ha l’aria creepy e non tiene la madre impagliata in cantina, ma è un padre di famiglia che per giunta di professione fa il terapista.

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Ma quello che fatico a digerire, arrivata alla sesta puntata, è quell’aria di tensione sessuale vagamente morbosa che si respira per tutta la serie. Gillian Anderson sembra fare la seduttiva anche di fronte ai posacenere, per non parlare della relazione vagamente saffica fra lei e il medico legale, suggerita con la stessa credibilità di uno shooting Dolce & Gabbana. Ho avuto il terrore, per un momento, che si sdraiasse il capo sulla scena del crimine, per dire quanto c’ho l’ansia. Mentre il fatto che il killer, Paul, sia percepito come attraente e sexy mi disturba di meno, perché se non altro rende più plausibile che le sue vittime e le persone che lo circondano non avvertano il pericolo.

Non vorrei essere categorica – il Guardian e altri giornali inglesi invece hanno bollato come misogina la serie – non voglio nemmeno dire che tutte le donne detective debbano avere il guardaroba di Linden, ma camicette sbottonate e labbra sensualmente dischiuse a ogni piè sospinto qualche dubbio sulla messa in scena del femminile lo fanno venire anche a me, nonostante viva in un paese che pensa che il gender sia una malattia che si può prendere se ci si siede nelle toilette pubbliche, per dire.

La caratterizzazione del personaggio, che pure funzionerebbe sulla carta, si annacqua in quelle stupide messe in posa, in quegli ammiccamenti neanche troppo velati. C’è una sorta di relazione seduttiva fra lei e il killer, funzionale a metterlo in trappola, ma l’impressione è che cerchi di imbambolare anche noi, e arrivati alla sesta puntata sembra quasi una patinatura, utile solo ad allungare il brodo. Insomma, The Fall, mi piaci ancora, ma inizio ad aver paura che tu possa rivelarti inconsistente, un buon crime basato sulla suspense di cui mi dimenticherò di nuovo facilmente quando sarà passato un altro anno.

 



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