6 Gennaio 2015 6 commenti

Galavant: ABC ricomincia dal comedy-musical di Diego Castelli

Cavalieri, eroi, e balli di gruppo

Galavant:
Cominciamo col dire che di solito non vado matto per i musical. Se io e te stiamo litigando, o ci stiamo lasciando, o ci stiamo comunicando notizie luttuose, il fatto che cominci a cantare mi mette a disagio. Cioè, sei idiota? Ti è venuto un ictus? Chiamo aiuto?
Ovviamente il problema, nel mio gusto, si pone maggiormente con i musical fortemente drammatici. Quando invece ci dobbiamo divertire, quando il Genio deve spiegare ad Aladdin i suoi poteri o Mary Poppins decide di arrotarsti l’epiglottide intonando supercalifragilistichespiralidoso, allora sono ben più tollerante.

Galavant, la serie con cui ABC copre l’intervallo invernale di Once Upon a Time, va proprio in questa direzione a me più congeniale: un comedy musical, dove si canta per ridere e cazzeggiare, e non per raccontare la propria depressione.

Si narran le gesta di messer Galavant, prode guerriero dall’indomito ardore, teso a scoperchiar la terra per ricongiunger mano e cuore a Madalena, dolce fanciulla strappata all’amore da grinfia rapitrice di malvagio regnante.
Sorpresa si pone quando la giovine, invero non sì leggiadra, rifugge l’amore (sincero) del Galavant per accettar quello (dorato) del vile sovrano.
Sconfitto e deluso, l’eroe nostro affoga l’amaro nel bere e nel poltrire, finché nuova donzella non bussa al suo uscio promettendo gloria rinnovata e gustosa rivincita.
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Galavant (2)



Apparentemente semplice e sciocchina, Galavant ha dei natali piuttosto nobili: creatore e sceneggiatore è Dan Fogelman, già scrittore di commedie e cartoni di buon successo come Cars e Fred Claus, mentre alle musiche c’è Alan Menken, uno che nel curriculum ha tipo otto premi oscar (per Aladdin, La Bella e la Bestia, La Sirenetta ecc).
I due, insieme al braccio destro di Menken (Glenn Slater) avevano già lavorato insieme a Rapunzel, e ora si ritrovano per una parodia in salsa fiabesca che parte appena dopo le feste ma ha proprio l’atmosfera del racconto natalizio.

Galavant ha diversi pregi. È fresca, piuttosto divertente, sapientemente stupidona. Attinge un po’ al Mel Brooks di Robin Hood-Un uomo in calzamaglia e a certa comicità slapstick da albori del cinema, per mettere insieme una parodia che strappa più di un sorriso e scorre via liscia e senza traumi. E visto che la particolarità è il musical, bisogna dire che da questo punto di vista è stato fatto un lavoro non da poco: dopo Glee e Smash sappiamo bene quanto le serie tv fatichino a proporre una mole davvero grossa di canzoni originali, che di solito rimangono nell’ordine delle quattro o cinque per stagione e vengono accompagnate da un numero imprecisato di cover. Galavant invece va “full original”, e nei primi due episodi piazza già cinque o sei canzoni appositamente scritte, tutte virate al comico ma costruite con buona cura e capacità di strizzare l’occhio allo spettatore più navigato. Considerando che gli episodi in tutto sono otto, alla fine potremmo avere una playlist assai corposa, al netto del fatto che dubito la scaricherò da iTunes.
Musica a parte, comunque, a stuzzicare le menti seriali che scrivono su questo sito non può che essere la spiccata componente meta: in Galavant i personaggi si lamentano della lunghezza delle canzoni, e i testi raccontano quello che si vede in termini di scene e sequenze. Insomma, c’è la fiaba, ci sono le spade e i cavalli, ma c’è soprattutto l’autoconsapevolezza della comedy moderna, immersa in un’ambientazione fatta di sovrani imbarazzanti, buffi cuochi e goffi scudieri.
Le note di cast, complessivamente positive, comprendono gente non troppo conosciuta come Joshua Sasse (Galavant) o Mallory Jansen (Madalena), ma anche facce più famose come il re Timothy Omundson (ben noto ai fan di Psych e Giudice Amy) e il capitano delle guardie Vinnie Jones, ingaggiato praticamente in tutti i film in cui c’è bisogno di uno grosso che incuta timore.
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A remare contro la serie, nell’occhio di un tot di spettatori, non saranno allora difetti specifici del prodotto o sue vistose mancanze, ma semplicemente la strada che si è scelto di percorrere: Galavant è una comedy musical studiata per un pubblico tendenzialmente giovane e familiare, e come tale è molto pulita, leggera, consciamente frivola. Non ci troverete chissà quale comicità disarmante o clamorosamente innovativa, né una narrazione di particolare complessità. Per quanto ben fatta, rimane un gioco, un passatempo a cui voler bene a patto di non spenderci troppe energie.
In questo senso, l’obiettivo di Galavant non è quello di piacere a tutti (d’altronde, chi ce la fa?) bensì quello di piacere a chi è rimasto momentaneamente orfano di Once Upon a Time. Qui la faccenda si fa più complicata, perché al netto dell’ambientazione simile i due telefilm sono radicalmente diversi, e per certi versi Galavant è quasi una parodia di Once. Intanto, però, questi primi due episodi hanno fatto registrare ascolti assai lusinghieri. Chi ben comincia…

Perché seguirla: è semplice e simpatica, costruita con criterio e abbastanza originale. Soprattutto ben musicata, che per un musical non è cosa secondaria…
Perché mollarla: difficile pensare che possa andare molto oltre questo livello di leggerezza, e per qualcuno non sarà abbastanza, nemmeno per una comedy. Ah, e ovviamente cantano spesso: se è una cosa che non sopportate è dura farsela andare giù.



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