30 Gennaio 2015 10 commenti

Wolf Hall – Per chi non si accontenta di Borgias e Tudors di Marco Villa

Gli intrighi ci sono, ma Wolf Hall si tiene lontana dal tono super pop di tante serie storiche. Con tutti i pro e i contro.

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Avete presente The Borgias e The Tudors? Quelle serie che mettono in scena la storia in chiave molto pop? Ecco, dimenticatele, perché Wolf Hall (scritta da Peter Straughan e tratta dai libri di Hillary Mantel) è la risposta di BBC a quel tipo di serie tv ed è una risposta che va in tutt’altra direzione.

Un passo alla volta: siamo nel 1529. Enrico VIII sta per mandare all’aria il potere millenario della Chiesa Cattolica in Inghilterra perché vuole l’annullamento del proprio matrimonio. Obiettivo: sposare Anna Bolena per poter avere quel figlio maschio che garantirebbe una prosecuzione della dinastia e soprattutto manterrebbe equilibri politici delicatissimi. Per degli equilibri ancora più delicati e complessi, però, l’annullamento non arriva e pagarne le conseguenze è il Cardinal Wolsey, lord cancelliere e uomo forte del regno. Voi direte: ecco, allora Wolsey sarà il protagonista di questa serie e assisteremo alla sua grande rivincita. Ecco, no, ma proprio per un cazzo.

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Il protagonista è Thomas Cromwell, uomo di fiducia di Wolsey e incrocio tra Gianni Letta e Frank Underwood di House of Cards. è lui che tesseva in segreto tutti i rapporti del Cardinale e quindi, dopo la caduta del pretone, è lui il prossimo della lista, quello che deve essere allontanato e messo in un angolo. Ecco allora che abbiamo trovato il nostro protagonista, l’uomo che dovrà risalire la china, inizialmente per salvare il suo ex capo, poi – ci scommettiamo un paio di euro falsi – per tornare a essere un kingmaker. I due euro sono falsi perché anche la scommessa è falsa: Thomas Cromwell, come tutti gli altri personaggi, è realmente esistito e basta andare su Wikipedia per farsi una bella bevuta di spoiler.

Di spoiler ma anche di chiarimenti, perché non è semplice seguire questa storia. Wolf Hall è una di quelle serie che non si pone minimamente il problema dello spiegone, fidandosi dell’intelligenza dello spettatore. La complessità della trama va di pari passo con la lentezza dei dialoghi, due elementi che risultano allo stesso tempo la parte più ostica e quella più stimolante della serie.

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Wolf Hall è infatti l’esatto opposto di una serie pop. Non lo è per scrittura e trama, ma nemmeno per cast e regia. Gli attori sono tutti bravissimi, ma molto lontani dagli standard a cui siamo abituati: certo, c’è Damian Lewis (Brody di Homeland) nella parte di Enrico VIII, ma quasi tutta la serie è concentrata sul volto di Mark Rylance, attore shakespeariano dalle fattezze pasoliniane. La sua è una recitazione per sottrazione, che fa calare sull’intera serie un senso di gravità. Stessa cosa succede con la messa in scena, che oscilla tra un realismo quasi ostentato e un ispirazione pittorica. Mi spiego: le scene serali sono molto buie, cercando di rispettare quella che doveva essere l’atmosfera del tempo, quando al calare del sole c’erano solo candele e camini a dare un po’ di luce. Al contrario, le scene diurne sono composte e fotografate come fossero quadri, con un’illuminazione innaturale e quasi forzata.

Roba seria, fatta con un rigore che fa quasi impressione.

Perché seguirla: perché è un approccio diverso alla serie storica

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