9 Aprile 2015 7 commenti

iZombie: come Veronica Mars, ma più morta di Diego Castelli

Mangiare i cervelli fa bene all’umore

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Quando recensisci una serie tv cerchi sempre di sapere “da dove arriva”. Una rete, un autore, un attore, un fumetto, un libro. Cerchi cioè di capire qual è il DNA dello show, che può volere dire tutto e niente sulla sua qualità o piacevolezza, ma almeno sai da che base si è partiti.
Ecco, con iZombie sta roba qui è facile facile facile. È creata da Rob Thomas, già padre di Veronica Mars. Accanto a lui c’è Diane Ruggiero, a sua volta sceneggiatrice di diversi episodi di Veronica Mars (nonché del recente film tratto dalla serie). iZombie va in onda su CW, che di fatto era la rete di Veronica Mars (si chiamava diversamente all’epoca, ma cambia poco). Ha per protagonista una ragazza giovane, carina, intelligente, ironica, bionda, che non si sente del tutto a suo agio in mezzo alla gente, e che si trova a investigare su crimini piccoli e grandi. Ah, e parla fuori campo dicendo di volta in volta come si sente.
Esatto, tutto come in Veronica Mars.

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Quindi credo mi possiate capire se mi viene spontaneo scrivere il titolo che ho scritto. Certo, iZombie è tratta dal fumetto di Chris Roberson e Michael Allred, che nulla c’entra con la vecchia serie di Rob Thomas. E io il fumetto non l’ho neanche letto, magari è proprio così come si vede in tv. Ma mi sembra del tutto evidente che la mano del creatore della serie sia calata pesantemente su tutta la faccenda, lasciando un marchio assai riconoscibile.
Quindi cos’è, un clone? Be’ no, perché ci siamo dimenticati di quel piccolo particolare: Liv, la protagonista di iZombie interpretata da Rose McIver, è per l’appunto una morta che cammina. Non nel senso che ha sonno, ma nel senso che si è trovata a una festa in barca in cui si sono trasformati tutti in zombie, elei compresa.
Liv aveva una vita piena e tutta programmata: doveva diventare un medico della madonna, sposare il tizio perfetto e ammazzarsi di lavoro per essere la migliore, prima di andare in pensione o di morire per il troppo stress. Classica roba da ammmmeregani in carriera. Poi però diventa uno zombie. E ovviamente la particolarità di questa serie è che lo zombie classico tipo Walking Dead e simili, cioè il mostro affamato che tenta di mangiarti appena ti vede, è in realtà una sorta di “stadio finale” della trasformazione. Se Liv consuma regolarmente cervello umano riesce infatti a mantenere una parvenza simil-umana e una mente funzionante. Ma se uno zombie volesse mangiare cervello umano pur senza uccidere le persone, che dovrebbe fare? Be’ facile, basta lavorare come medico legale in un obitorio. Quando poi lo zombie scopre che mangiare il cervello gli trasmette parte degli ultimi ricordi di vita del morto, nonché alcune sue conoscenze e tratti di personalità, ecco che abbiamo una perfetta investigatrice / non morta / finta medium che può aiutare la polizia a beccare i cattivi.

È un concept semplice ma curioso, che gioca con uno stereotipo ormai classicissimo (lo zombie mangiacervelli) per costruire però una storia multistratificata, che comprende un po’ di soprannaturale, una bella dose di crime, e anche una discreta fetta di drama. D’altronde lo scombussolamento della vita di Liv e i pensieri che la ragazza si trova costretta a fare sul suo futuro – se sei morto ma vai ancora in giro qualche domandina te la poni – sono parte integrante della storia e rappresentano una buona percentuale della trama orizzontale (comunque presente nonostante i casi di puntata).

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È tutto fatto abbastanza a modo, in iZombie. Le varie componenti si amalgamano bene, e c’è soprattutto un gradita dose di ironia più o meno latente che gioca con le citazioni e con la simpatia dei personaggi per non appesantire una trama che se fosse troppo seria diventerebbe ridicola. E questo perché una zombie carina che mangia insalata di cervello suona inevitabilmente “strana”, potenzialmente stupida, benché anche gli zombie “normali” non esistano da nessuna parte (e quindi di fatto il paragone in sé è piuttosto imbecille, anche se viene automatico).
Quello che invece manca ad iZombie è un senso di rottura. Sarà che mi sembra davvero di vedere una Veronica Mars più pallida, ma iZombie si è inserita nel mondo telefilmico in punta di piedi, pian pianino, facendo le cose per bene senza alzare la voce. Che va anche bene, perché spesso quelli che alzano la voce vengono mandati affanculo. Allo stesso tempo, però, ci sono quelli che alzando la voce riescono semplicemente a farsi sentire meglio degli altri.
Prima che la metafora mi sfugga completamente di mano, il concetto è che iZombie è una serie carina e ben fatta, che al momento però non riesce a “spaccare”. C’è però la speranza che, complice la genitorialità di Rob Thomas, questa leggerezza (sua) e simpatia (nostra) si trasformi in affetto vero, come d’altronde era successo con Veronica che non era mica il telefilm della vita, però alla fine dovevi proprio volergli bene.

 

Perché seguirla: una consapevole leggerezza che si lascia guardare e che ricorda tanto Veronica Mars.
Perché mollarla: per il momento non è che stiamo qui a piangere sangue in attesa del prossimo episodio.

 

 

 



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