9 Luglio 2015 6 commenti

Happyish: perché ad alcuni non piace, e perché a noi invece sì di Diego Castelli

Commenti finali a una grande prima stagione

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Circa tre mesi fa il Villa parlava del pilot di Happyish in toni sorprendentemente lusinghieri (per il Villa, non per Happyish), e da allora non sono mai mancati nella nostra bella casellina di posta o su facebook i messaggi di amore verso la nuova comedy di Showtime.

Ora che la prima stagione è finita possiamo dirlo: Happyish è una delle migliori novità non solo della primavera, ma dell’anno in generale.
A commento finale di questo primo ciclo di episodi, però, diventa interessante andare a guardare anche un po’ di opinioni extraitaliche, perché riservano qualche sorpresa. Viene fuori che un numero abbastanza elevato di critici e blogger anglosassoni ha non dico bocciato la serie, ma per lo meno l’ha presa molto con le pinze, non riuscendo a esserne convinto fino in fondo.
Andando a leggere le loro analisi – confrontarsi fa sempre bene – si scopre però che non dicono cose completamente nuove o che nessuno di noi aveva mai notato, ma tutto dipende dal peso che si vuole dare ai diversi elementi.

Partiamo dunque proprio da qui, dai potenziali problemi (non sto a rifare l’elenco dei dettagli di trama e cast, per quello c’è il post del Villa).
Possiamo dire con serenità che il messaggio di fondo di Happyish non è certo il più originale del mondo: di fatto il protagonista Thom cerca di insegnare a noi, ma anche e soprattutto a se stesso, che la famiglia, gli amici e i propri sogni sono più importanti dello stress lavorativo, delle promozioni e delle megacorporazioni. Un messaggio non rivoluzionario, roba che si può trovare anche nei biscotti della fortuna e in altre mille mila film e telefilm.
Questo tema di fondo, e qui c’è il secondo problema, tende poi ad avere una brutta influenza sulla struttura dei singoli episodi: la necessità di esplicitarlo continuamente fa sì che spesso Thom arrivi a fine episodio avendo imparato la lezione morale,  salvo poi doverla “dimenticare”, perché quella stessa costruzione di crescita personale e creazione del senso va replicata anche nella puntata successiva. In termini narrativi, la serie ha dunque fatto un po’ fatica a uscire da un meccanismo poco adatto alla diluizione su più episodi.
Ultimo, ma non meno importante secondo i critici d’oltre oceano, è un presunto problema di approccio stilistico. Dico presunto perché mai come in questo caso si percepisce l’inevitabile soggettività del giudizio. L’accusa più volte mossa a Shalom Auslander, creatore della serie, è quella di aver scritto una storia e dei dialoghi un po’ troppo forzati, troppo volutamente provocatori e, per questo, alla fine meno efficaci o genuini di quanto avrebbe voluto.
È possibile che ci sia del vero in questo discorso. Il problema della costruzione degli episodi alla fine rimanda anche a questo: Auslander ha un unico messaggio da proporre, e gli piace trovare vie sempre diverse per veicolarlo, andando a cercare l’immagine più forte o il dialogo più furbo e velenoso. Un procedimento di ricerca che dopo un po’, dopo dieci episodi, può suonare vagamente artificioso, come se l’autore stesse dicendo “sì ok, avete capito il senso, ma continuate comunque a seguirmi, non vedete come sono bravo?”
Happyish (3)
Detto tutto questo, e ringraziato i colleghi americani per le riflessioni, tiriamo su un bel dito medio e mandiamo tutti a quel paese.
Pur riconoscendo razionalmente la fondatezza di alcune critiche, non ci cambia di un millimetro il piacere succulento nel guardare ogni episodio di questa serie. E allora come la mettiamo?
La mettiamo che ciò che ci piace di Happyish supera di gran lunga quello che potrebbe suonare stonato. In primo luogo la ricerca di cui sopra, il tentativo di inventarsi sempre qualcosa di diverso e di spiazzante, in termini visivi e dialogici, è uno degli elementi che qui a Serial Minds apprezziamo sempre. In un mondo audiovisivo come quello americano, fatto di alta professionalità ma dagli schemi un po’ ingessati, guardiamo sempre con favore chi cerca di sparigliare un po’ le carte, facendoci vedere qualcosa che non avevamo mai visto prima. Per questo io ero uscito di testa con Man Seeking Woman, e per questo esco di testa per Happyish (meno dirompente dal punto di vista visivo, ma capace di compensare ampiamente con l’arguzia dei dialoghi).
Gli elfi volgari e violenti, la parodia impasticcata di Frozen, l’elogio dell’abilità di Al Qaeda nel marketing, la sbaffata di merda a forma di Gesù, il tentativo di aumentare gli arruolamenti nell’esercito mettendo in scena un finto attacco terroristico: sono tutti elementi che concorrono allo stesso messaggio, certo, ma sono anche botte di creatività che hanno valore di per sé, proprio nella loro capacità di stupire e di ribaltare certe immagini e concetti che ormai abbiamo piantati nel cervello.
Il tono generalmente malinconico di Happyish tende a far dimenticare che è prima di tutto una comedy, e una comedy vive anche di questo, di immagini, idee e strappi, la cui forza riesce a prescindere dalla costruzione globale del racconto per diventare icona a se stante.
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Eppure tutto questo non basterebbe: una serie di idee e sketch pur buoni non basta, altrimenti è una collezione di vignette. A creare il filo rosso, a dare al tutto un senso prima di tutto emotivo, ci sono i due protagonisti, Thom e Lee, interpretati dagli splendidi Steve Coogan e Kathryn Hahn. Sta tutto sulle loro spalle il compito di creare con lo spettatore quell’empatia indispensabile per, da una parte, mostrarsi come i paladini della sanità mentale in un mondo di matti (tutti ci sentiamo così, almeno ogni tanto);  e dall’altra, per sottolineare che però anche loro sono danneggiati, depressi e sfiduciati.
Per lo spettatore l’identificazione con i due è quasi totale: in entrambi, ognuno con le sue sfumature, possiamo trovare la voglia feroce che tutti noi abbiamo di mandare il mondo affanculo, e insieme la cupa consapevolezza del fatto che solo pochi fortunati se lo possono permettere.
Per questo l’amore che proviamo per Thom è quasi totale: perché comprendiamo la sua (voglia di) sanità mentale, e partecipiamo con ardore alla sua ricerca di felicità. Ma sappiamo benissimo, perché lo proviamo sulla nostra pelle, che questi sogni amano configgere con realtà assai concrete come le bollette da pagare o, vedasi il finale, con un nuovo figlio in arrivo.
La capacità, per Thom e Lee, di ritagliarsi piccole finestre di gioia qui e là, rende quei brevi spazi insieme malinconici e preziosissimi, e il cinismo ostinato con cui la coppia guarda il mondo diventa chiaramente un’arma di difesa (ben più che di arroganza) contro una realtà apparentemente “normale” ma in realtà ben più pazza di loro che si imbottiscono di farmaci.
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Chi se ne frega allora se la scrittura di Auslander suona un po’ autocompiaciuta in alcuni punti. Chi se ne frega dell’ostinazione intellettuale di alcuni dialoghi, o di una parabola narrativa non sempre perfettamente calibrata. A noi basta tenere per mano questa coppia di poveracci, che lotta con le unghie, con i denti e con le folli metafore per rimanere sana e responsabile in un mondo di teste di cazzo.

E poi qualcuno mi dice che non dovrei voler bene a Happyish?
Maddai, su…

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