12 Aprile 2016 7 commenti

Colony – Oltre agli alieni c’è di più di Marco Villa

Una serie di genere con diversi livelli di lettura, ben più intelligente di quanto possa sembrare

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SPOILER SULL’INTERA STAGIONE

Diciamo la verità: se un personaggio di Colony avesse reagito alle avversità con la stessa prontezza con cui noi stiamo recensendo il finale, beh ci sarebbe ben poco da raccontare. La prima stagione di Colony è infatti finita il 17 marzo ed è con quasi un mesetto di ritardo che noi arriviamo sulla questione. Lesti come una ripartenza di una squadra di C2, reattivi come un bradipo artritico, ma con un grande carico di simpatia: quello sempre.

Colony è finita a metà marzo, dicevamo, e nelle 10 puntate che hanno formato la prima stagione ha dimostrato senza dubbio di essere una delle nuove serie tv da appuntarsi sull’agenda, per tenere d’occhio quando ripartirà (nel 2017) e per recuperarla in caso fosse rimasta indietro. La storia è quella dell’invasione aliena sulla terra, che toglie la razza umana dalla posizione di predominio e la rende una specie come tante. Gli alieni non si sa che faccia hanno e da dove vengono, si sa solo che controllano militarmente il pianeta e che spediscono nella misteriosa fabbrica tutti i dissidenti reali o potenziali, cercando allo stesso tempo di sedare le piccole rivolte create dalla resistenza. Questo è ciò che veniva raccontato nel primo episodio: arrivati a fine stagione non abbiamo molte informazioni in più, ma in compenso siamo entrati in un mondo orribile che allo stesso tempo ci spaventa e ci affascina.

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Il primo grande merito di Colony è quello di non aver mostrato il mostro, se mi passate il gioco di parole: nella prima stagione arriviamo solo vicini a scoprire come sono fatti questi benedetti alieni invasori, ma ci fermiamo a un’armatura di distanza. Una mossa molto intelligente da parte degli autori, consapevoli del rischio insito nella creazione di un cattivo con una faccia, ma anche una decisione anti-spettacolare e per questo coraggiosa, perché in fondo un bestione brutto e viscido fa presa dagli anni ‘60 e in un’ottica di tv generalista spesso le scelte minimali non premiano.

A ruota arriva il fatto che anche i cattivi umani non li vediamo in faccia, nascosti come sono dietro la maschera rossa della milizia: l’invasione è doppiamente senza volto, sia per quanto riguarda i capi, sia per quanto riguarda la manovalanza, come a indicare che si combatte contro un nemico invisibile, che non si riesce nemmeno a vedere.

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L’aspetto più interessante, però, è quello che riguarda la resistenza. Non parlo tanto della storia, per quanto il rapporto tra Will e Katie sia affrontato con toni lontani dal melodramma esagerato che ci si sarebbe potuto attendere. No, la parte più interessante è proprio il concetto stesso con cui viene raccontata la resistenza: si tratta di un gruppo di persone che vuole far cadere e cacciare l’invasore esterno, nonostante questo sia infinitamente più potente e armato. Per farlo, la resistenza sa di dover provocare tantissime vittime collaterali, ma l’obiettivo finale richiede sacrifici di questo tipo. Una dinamica classica in situazioni di questo tipo, che però qui spinge a una riflessione ulteriore: siamo abituati a vedere film e serie tv statunitensi in cui i protagonisti combattono a vario titolo guerre e battaglie per salvare il proprio paese e i valori americani, ma sempre contrapposti in modo netto a qualcuno che quei valori li nega e li vuole distruggere.

Qui abbiamo invece americani contro americani, collaborazionisti vs. resistenti, responsabili vs. terroristi, una divisione che arriva addirittura all’interno dello stesso nucleo familiare e che quindi impedisce di creare schieramenti rigidamente contrapposti. Katie imbraccia le armi per salvare il futuro dei propri figli, ma questi sono esattamente gli stessi motivi che spingono Will a combattere dall’altra parte della barricata. Gli stessi atti vengono così dipinti contemporanemente come atti di resistenza e di terrorismo, a seconda del punto di vista da cui vengono osservati. E per una volta non c’è un punto di vista sano e uno malato, perché non ci sono sani e malati, ma semplicemente persone.

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A tutto questo, poi, si potrebbe aggiungere la chiave di lettura ulteriore data dal fatto che questa situazione potrebbe essere presa dalla serie e adattata al mondo reale non in uno, ma in molti scenari. E in tutti questi scenari, sono gli Stati Uniti a interpretare il ruolo dell’invasore.

Colony è una serie da seguire perché sa unire una totale onestà nel racconto, fatta della consapevolezza di essere una serie di genere senza menate, con la possibilità di essere seguita a più livelli di lettura, senza che questo appesantisca il tutto. Per questo le si perdona alcune ingenuità o alcuni passaggi magari non perfetti. Tutto questo è emerso in sole dieci puntate: la seconda stagione non potrà che far sviluppare al meglio tutti questi aspetti. E noi saremo lì, pronti a vedere le nuove puntate.

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