17 Maggio 2016 17 commenti

The Man in The High Castle: ecco perché ce ne siamo un po’ dimenticati di Diego Castelli

Poteva essere, ma non è

Copertina, On Air

The Man in the High Castle (6)

Ci tenevo a fare una recensione finale della prima stagione di The Man in the High Castle, dopo il pilot recensito più di un anno fa e l’infornata di episodi resa disponibile da Amazon lo scorso novembre.
Ci tenevo, data l’importanza della serie, eppure ho rimandato per mesi, e forse il motivo per cui l’ho tirata così in lungo è in fondo il nocciolo della questione che vorrei affrontare.

A lungo attesa e anticipata, perfino preceduta dalle violente polemiche scaturite da una campagna di marketing non esattamente elegante, la prima stagione di High Castle (l’abbrevierò così) è poi caduta in rapido dimenticatoio, con la mente di spettatori e critici già diretta verso altri brand e altre facce. Un’evidenza lì per lì sorprendente, ma che in realtà trova piena coerenza in quello che la serie effettivamente è, in rapporto a ciò che poteva essere.
E qui il Villa mi direbbe “stringi”. Vabbè, per stringere: siamo un po’ delusi.


The Man in the High Castle (7)

Vale la pena fare una considerazione sul capolavoro di Philip K. Dick da cui la serie è tratta.
A dispetto di un concept molto preciso e potenzialmente adatto a un racconto di guerra e spionaggio, il romanzo di Dick è tutto tranne che una storia di azione e avventura. Per quanto impattante sia l’idea di una Seconda Guerra Mondiale vinta dal nazismo, con conseguente colonizzazione degli Stati Uniti in combutta coi giapponesi, La Svastica sul Sole è un romanzo estremamente intimo e intimista, in cui vengono seguite le vicissitudini innanzitutto psicologiche di un gruppo relativamente piccolo di personaggi.
È insomma un romanzo eccezionale ma che mal si adatta alla trasposizione audiovisiva, soprattutto nel formato seriale: banalmente perché ci sono pochi eventi, rispetto a una psicologia dei personaggi che viene sviscerata e scavata nel profondo, cosa che però avrebbe poco senso in termini di racconto televisivo. A ben pensarci, il film più famoso tratto da Philip Dick (Blade Runner) è per l’appunto un film, un racconto più rapido e chiuso, che parte oltretutto da un romanzo (Ma gli androidi sognano pecore elettrioche?) più dinamico  di quanto non sia La Svastica sul Sole.

The Man in the High Castle (5)
Questo ragionamento ci porta a un discorso che facciamo spesso, cioè al fatto che qui a Serial Minds cerchiamo di fregarcene di cosa c’è scritto sui libri da cui sono tratte le serie tv, nella convinzione che ogni mezzo espressivo abbia le sue caratteristiche peculiari, che di volta in volta possono legittimamente suggerire deviazioni, cambiamenti, aggiunte ed eliminazioni. Insomma, dire ogni volta “il libro era meglio” è un esercizio che spesso viene spontaneo, ma che taglia le gambe in partenza a qualunque tentativo di trasposizione.
In questo senso, dunque, non solo capisco che gli autori di High Castle abbiano voluto cambiare un po’ di cose, ma anzi sono convinto che abbiano fatto bene a farlo, perché la storia di Dick si presta benissimo anche ad altre interpretazioni e illustrazioni.
Non ci dunque trovavo nulla di male “a prescindere” nel trasformare quel concept in una specie di Homeland nel passato, che potesse inserire nel mondo immaginato dall’autore letterario una suspense e un dinamismo che il libro volutamente non aveva, accompagnando alla pagina stampata altri temi e altri approfondimenti. Poi i fan del libro si sarebbero lamentati lo stesso, ma l’operazione avrebbe avuto una sua coerenza.

The Man in the High Castle (3)

Il problema di The Man in High Castle, dunque, non è il suo scollamento rispetto al libro, che forse era inevitabile e che di per sé ci interessa poco, quanto il fatto che, banalmente, quello scollamento non ha prodotto granché di sensazionale.
A fronte dei proclami, delle polemiche, della nobiltà dello spunto, High Castle è una serie sorprendentemente media. Non brutta, perché non è questo il punto e nel corso dei dieci episodi c’è spazio per un discreto divertimento (nel senso più generale del termine). Semplicemente, non è memorabile come speravamo.
Non serve nemmeno entrare troppo nello specifico di questa o quella linea narrativa, un po’ perché dopo mesi non me le ricordo più (e già è un segnale), ma poi perché è una questione più generale, di approccio. Forse impauriti proprio da un eccessivo allontanamento dalla matrice letteraria, gli autori hanno optato per una storia di spionaggio innervata da botte di malinconia, che finiscono col rendere il tutto né carne né pesce. Non ha la profondità psicologica e filosofica dell’originale letterario, ma non ha nemmeno la suspense, il ritmo e, soprattutto, l’invenzione puramente visiva che solo il cinema e la televisione possono dare.

The Man in the High Castle (1)
Il risultato è una serie di cui non si può parlare troppo male, perché sta comunque sopra un livello di dignità che ormai, nel 2016, riteniamo necessario. Semplicemente, è una serie ininfluente, che non racconta nulla di nuovo né mette in campo prospettive originali.
Il risultato è che probabilmente guarderò la seconda stagione il prossimo autunno, per una generica curiosità, per vedere se cambia qualcosa, e in generale perché ho grossi problemi ad abbandonare le serie che non siano proprio brutte. Allo stesso tempo, però, se cerchiamo i grandi campioni della serialità contemporanea bisogna guardare altrove e Philip K. Dick, qualunque sia la dimensione spazio-temporale in cui si trova ora, può tenersi stretto il suo primato di genio indiscusso.

 



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