24 Novembre 2017 13 commenti

Marvel’s Runaways: buona base, ma pochi mezzi di Diego Castelli

Con Marvel’s Runaways la Casa delle Idee arriva anche su Hulu, ma il risultato è un po’ loffio

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Il Marvel Cinematic Universe pare non conoscere confini, ed è ormai talmente espanso fra cinema, tv e piattaforme che non-sono-propriamente-tv, che qualcuno sta cominciando a manifestare sintomi di rigetto, quali occhi al cielo, lunghi sospiri e commenti del tipo “Gesù, ancora?”
Per parte nostra, siamo come sempre laici: non è mai la quantità che conta, ma la qualità. Quindi ben vengano venticinque serie supereroistiche, se sono tutte belle, mentre se sono brutte ne bastano due per far cadere le braccia.

Oggi per esempio si parla di Marvel’s Runaways, ennesima incarnazione televisiva della Casa delle Idee, che approda su Hulu con l’adattamento di un fumetto del 2003, ideato da Brian K. Vaughan (testi) e Adrian Alphona (disegni), e attualmente portato avanti da Kathryn Immonen e Sara Pichelli.
La storia editoriale di Runaways è un po’ turbolenta, con scarse vendite iniziali seguite dalla chiusura, e poi da una ripresa decisa grazie al buon responso della critica e a un gruppo di fan magari non troppo nutrito, ma sicuramente fedele.
Da qui si arriva a Hulu, che cambia diversi elementi rispetto alla versione cartacea, ma non l’assunto di base: Runaways racconta di un gruppo di amici, ragazzi in età da liceo, che scopre che i genitori fanno parte di un’organizzazione criminale chiamata Pride (in italiano Orgoglio), che all’inizio della storia (sia fumettistica che televisiva) partecipano al sacrificio rituale di una ragazza sotto l’occhio nascosto e spaventato dei figli.
Da lì in poi, i ragazzi dovranno fare squadra per capire quali siano i veri piani dei genitori e combatterne le mire criminali.

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Come è lecito aspettarsi da una storia targata Marvel ci sono di mezzo magie, poteri e tecnologie futuristiche: così abbiamo una ragazzina superforte, un’altra senza poteri ma con la capacità di comandare mentalmente un velociraptor ammaestrato che i suoi tengono in cantina (sì sì, un velociraptor in cantina, esatto), un’altra che è in pratica figlia di due alieni e per questo scopre di essere una creatura fatta di luce, e via dicendo.
Insomma, una squadra abbastanza variegata, in cui agli elementi più fantasy e supereroistici si sommano caratteristiche più classiche dei racconti che coinvolgono gli adolescenti: il nerd solitario, l’atleta spaccone, la belloccia precisina tutta presa dalla chiesa di sua madre, l’agguerrita femminista dai capelli viola, ecc ecc.
Se poi ci mettessimo a raccontare le differenze fra serie tv e fumetto parleremmo solo di quello, quindi lasciamo perdere ché tanto lo sapete che eccedere nella descrizione dei rapporti fra le serie tv e gli eventuali libri/fumetti da cui sono tratte, non è cosa che ci interessa. Per lo meno, non tanto quanto sapere se una determinata serie tv è in grado di funzionare con le sue gambe.

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E qui Runaways ha il fiato un po’ corto. Buona parte delle sue qualità nascono probabilmente nei fumetti. Il concept è infatti ancora interessante e innovativo a quindici anni di distanza, perché costruire una storia supereroistica (o simile) in cui i figli devono combattere i genitori mette in gioco una serie di sensazioni e trambusti interiori in cui siamo passati quasi tutti. Certo, nessuno di noi (credo) ha mai scoperto che mamma e papà erano supercriminali, ma fuori dalla metafora fantasy abbiamo passato tutti dei momenti in cui un genitore o l’altro o tutti e due hanno rappresentato una specie di muro insormontabile verso ciò che ritenevamo il Bene supremo, fosse anche solo un’uscita con gli amici. Senza contare che il fatto stesso di prendere dei protagonisti e metterli contro i genitori apre un possibile ventaglio di dinamiche che altre serie introducono magari alla quarta stagione, quando c’è da buttar giù un po’ di crisi familiari per tirare su gli ascolti.

Il problema, per Runaways e per Hulu, arriva al momento di mettere in scena questa idea iniziale. Potremmo certamente parlare di un casting discreto, che funziona soprattutto nei ragazzi (grazie a Dio non sono tutti belloni assurdi) e nella scelta di mettere la faccia di James Marsters (buon vecchio Spike di Buffy) sul genitore esplicitamente più cattivo e odioso di tutti. E potremmo anche concedere qualche elogio a una sceneggiatura che fatica a toccare chissà quali picchi, ma almeno prova a gestire nel modo giusto la (ri)crescita del legame fra i ragazzi, che si riuniscono con diffidenza dopo un paio d’anni di lontananza, a seguito della morte di una di loro, e devono reimparare a volersi bene e a lavorare in squadra.
Allo stesso tempo, quella stessa sceneggiatura è anche capace di larghi tratti di paurosa didascalia, con scarsa capacità di esprimere i propri concetti in modo diverso da… semplicemente dirli.
Ma la questione più pressante è visiva: non conosco il budget di Runaways, ma do per scontato che sia basso. L’impressione complessiva data dai primi tre episodi è infatti quella di una generica pochezza di mezzi, con questa fotografia scialba e banale, piattissima, ed effetti speciali che andavano bene nella Once Upon a Time di qualche anno fa (neanche lì in verità), ma oggi suonano come palesemente posticci, finendo col rovinare l’immersione nella storia.

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Certo, quello che non si può avere coi soldi si potrebbe tirar fuori con la creatività. Anche qui, però, buco nell’acqua.
Se prendete il pilot di The Punisher, giusto per citare un’altra serie Marvel debuttata da pochi giorni, vedrete che la regia di Tom Shankland inserisce il protagonista in contesti spaziali e visivi che in qualche modo raccontano già la sua storia quasi senza bisogno di parole, descrivendo i suoi incubi in stanze piccole e buie, sovrapponendo il volto barbuto e malinconico di Frank Castle a uno skyline assolato che gli appartiene solo da lontano, cercando tanti piccoli dettagli (come il sangue sul manico del martello al cantiere) che spieghino il sentire del personaggio prima ancora che apra bocca.
Con Runaways invece non c’è nulla di tutto questo. I giovani protagonisti sono piuttosto bravi, ma si muovono in spazi e scenari che rimangono semplici sfondi, con poco da dire, senza che la macchina da presa (o gli scenografi, o il direttore della fotografia) riescano a trovare quei guizzi capaci di dare allo show uno stile immediatamente riconoscibile.
A rimanere indigeste sono soprattutto le scene con protagonisti i genitori, dove il livello della recitazione si abbassa spesso al semplice compitino, trasformando il tutto in una specie di soap magica che non va da nessuna parte.

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A dirla tutta non ho apprezzato nemmeno una scarsa reattività dei ragazzi alla criminalità dei genitori. Se io vedessi mia madre che ammazza una povera crista me ne andrei completamente fuori di testa, mentre qui i protagonisti di Runaways, forse spinti da una certa indecisione rispetto a quanto è realmente accaduto, si comportano come se fosse partita una gran bella avventura e un mistero da svelare.
Dai che bello, mia mamma fa parte di una setta che sacrifica che le ragazzine, usiamola come scusa per ricostruire la nostra amicizia perduta, così almeno vediamo il bicchiere mezzo pieno. #ottimismo #lafelicitàvienedadentro.
No, fermi, i vostri genitori sono assassini, vi prego urlate di più, agitatevi come se il vostro mondo stesse crollando, perché se non frega niente a voi, ditemi perché dovrebbe fregare a noi.

Questo però è un punto su cui varrebbe la pena approfondire, perché i creatori Josh Schwartz e Stephanie Savage (già firme di The OC e Gossip Girl) evitano di dipingere i genitori come semplici cattivi, ma li dotano di una certa fragilità che lascia intendere la necessità di sapere di più sul loro conto, alla ricerca di possibili spazi di redenzione.
Certo, per farlo bisognerebbe avere voglia di vedere anche il quarto episodio, e poi il quinto, e così via. E non so mica se ce l’ho.

Perché seguire Marvel’s Runaways: se non potete concepire di perdere nemmeno un’unghia del MCU.
Perché mollare Marvel’s Runaways: perché è una serie piuttosto povera di mezzi, che al momento fatica a staccarsi dallo sfondo delle centomila serie già vediamo. Se non ci fosse l’etichetta Marvel e una base di fan già esistente, sarebbe semplicemente una cosa da lasciare lì.

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