21 Dicembre 2017 13 commenti

Manhunt: Unabomber – Che belli i crime che filano via lisci di Marco Villa

Manhunt: Unabomber è la serie tv dedicata all’indagine sul bombarolo più pericoloso degli Stati Uniti

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Ormai si può dire in maniera abbastanza sicura: abbiamo un nuovo trend ed è quello che parte da un fatto di cronaca e lo rimette in scena. Da una parte il filone American Crime Story, dall’altro il filone Law & Order True Crime, in mezzo serie one-shot come Waco, che arriverà il prossimo anno e Manhunt: Unabomber, dedicate rispettivamente all’assedio del ranch di Waco e alla caccia al bombarolo più famoso della storia degli Stati Uniti.

Manhunt: Unabomber è una serie andata di in onda tra agosto e settembre 2017 su Discovery e disponibile anche in Italia su Netflix dal 12 dicembre. La storia è ovviamente quella di Unabomber, l’originale, quello che negli Stati Uniti ha inviato pacchi bomba per quasi vent’anni, causando numerosi feriti e tre morti. Piccola nota a margine: una serie sull’Unabomber italiano me la guarderei senza mai staccarmi dalla tv.

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Al centro della vicenda c’è Fitz, brillantissimo profiler dell’FBI, che conosciamo in due momenti della sua vita: nel 1995, fresco di diploma all’Accademia, quando diventa la punta di diamante della task force per catturare il bombarolo; nel 1997, quando viene recuperato nei boschi in cui fa l’eremita per farlo tornare nell’FBI per un ultimo fondamentale compito, ovvero estorcere una confessione vera e propria all’imputato prima dell’inizio del processo. Il pre e il post, quindi, mentre la ciccia è ovviamente la cattura di Unabomber, che Fitz pagherà a carissimo prezzo, perdendo la sua stabilità e finendo in una sorta di auto-esilio dal resto del mondo.

Come sempre, quando si parla di serie tv ispirate a fatti di cronaca avvenuti nel passato, si è di fronte a una storia che lo spettatore conosce e in questo caso si tratta di una certezza per gli statunitensi, al pari del processo a OJ Simpson per American Crime Story. Per lo spettatore lontano dagli USA, può essere diverso, ma la scelta di costruire tutto su un doppio binario narrativo e temporale permette a chiunque di avere la sua dose di tensione e di suspense. Chi sa già come andrà a finire ha la curiosità di vedere in che modo il protagonista si rovinerà la vita, chi invece non conosce a fondo la storia di Unabomber sa che il colpevole verrà catturato, ma non sa come le indagini si svilupperanno.

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Una scelta giusta, corretta, ma senza grandi guizzi, come del resto è tutta Manhunt: Unabomber, una serie scritta in maniera regolare e senza sbavature, capace di tirarti dentro in mezza puntata e di costringerti a una visione a ritmi forzati, ma che rimane lontana dai punti esclamativi e dai veri entusiasmi. Quelli che ad esempio aveva suscitato Mindhunter, sorta di sorella maggiore e più talentuosa, che ha trasformato la mancanza di un’indagine nel punto di forza di una serie thriller. Cosa complicatissima. Altro legame con la serie di Netflix è il fatto che anche il protagonista di Manhunt: Unabomber sia di fatto un pioniere nel campo dell’indagine comportamentale, più uno studioso che un vero agente, motivo per cui attira attenzioni non proprio benevole da parte di chi è più sul campo.

Manhunt: Unabomber è una serie che fa il suo in maniera egregia: una serie di genere con in più il valore aggiunto della storia vera e di un cast non certo di secondo piano. Il buono e il cattivo sono interpretati rispettivamente da Sam Worthington e Paul Bettany, mentre tra i comprimari spicca Chris Noth nei panni di un pezzo grosso dell’FBI. Tutti elementi che sostengono Manhunt: Unabomber e le danno tutto il necessario per procedere in maniera sicura e lineare. I capolavori sono altri, ma non è questo che conta.

Perché seguire Manhunt: Unabomber: perché è un racconto efficace e puntuale, che coinvolge dal minuto 1

Perché mollare Manhunt: Unabomber: perché ormai avete negli occhi Mindhunter e non ce la fate a scendere di livello

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Argomenti Crime, discovery, unabomber


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