8 Febbraio 2018 23 commenti

Altered Carbon: su Netflix una buona serie che poteva durare meno e incidere di più di Diego Castelli

Fra i prodotti più attesi dell’anno, Altered Carbon si conferma serie sopra media, ma fallisce nel tentativo di diventare davvero epocale

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C’È QUALCHE INEVITABILE SPOILER, MA NON SUGLI SNODI PRINCIPALI DELLA VICENDA

Altered Carbon era una delle serie tv più attese di questo periodo, per motivi abbastanza banali: fantascienza di ampio respiro; un budget corposo; la firma di Netflix che in questo momento è certamente fra i produttori seriali a cui si presta più attenzione nel mondo; l’onda lunga dell’uscita di Blade Runner 2049, con cui Altered Carbon condivide almeno parzialmente genere e atmosfera; e non ultimo certe immagini del fisicone scolpitissimo di Joel Kinnaman, che in The Killing era alto, segaligno e un po’ emaciato, e qui invece è una specie di testimonial dell’esercizio fisico e della dieta equilibrata.
Se però in quel tempo passato di inizio articolo (“era una delle serie…”) ci avete visto il segnale di qualche dubbio, avete visto giusto. Altered Carbon è sì una serie di peso, e facilmente sopra media, ma allo stesso tempo, dopo i dieci episodi della prima stagione, ha lasciato una certa sensazione di incompiuto.



Andiamo per gradi. Tratta dal premiato romanzo Bay City, di Richard K. Morgan, Altered Carbon si presta subito all’operazione “dai dai, sfruttiamo la scia di Blade Runner”, perché effettivamente la trasposizione di Netflix sembra guardare a quel mondo lì. Il cyberpunk di per sé si porta dietro determinati codici e tormentoni, dalla fusione di corpi e tecnologia a dettagli molto più banali e d’atmosfera come i profili d’acciaio lucente di enormi città bagnate dalla pioggia, ma è proprio l’uso di certi colori e certi scorci a svelare un certo debito verso la versione più recente della saga di Blade Runner, in cui Denis Villeneuve ha lavorato sugli sbalzi cromatici molto più di quanto non avesse fatto il capostipite di Ridley Scott.

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In un ventiquattresimo secolo come da tradizione caotico e sempre più diviso fra ricchissimi e poverissimi, Altered Carbon fonda la sua narrazione su una strepitosa rivoluzione tecnologica: la possibilità, per gli esseri umani, di trasferire ricordi e coscienza all’interno di una “pila”, un piccolo disco di metallo incastrato nel midollo spinale, che contiene quindi la totalità della mente del proprio ospite, permettendo il trasferimento di quella coscienza in altri corpi, naturali (e quindi appartenuti ad altri) o sintetici.
Nel 2384, dunque, la morte è stata teoricamente sconfitta dalla possibilità di trasferire la propria coscienza di corpo in corpo, all’infinito, abbandonando i corpi (ora chiamati “custodie”) che non piacciono più o sono danneggiati, e prendendone altri. Diciamo “teoricamente” perché in realtà l’operazione di ricustodia è molto costosa, solo in pochi possono permettersela, e la maggior parte della gente non può sperare in più di una ricustodia nel corso della vita.

L’eccezione sono i Mat, abbreviazione di Matusalemme, uomini e donne ricchissimi che vivono in appartamenti situati sopra le nuvole, e che possono permettersi non solo di avere quante custodie vogliono, ma anche di clonare sempre la stessa custodia, così da avere sempre lo stesso corpo, sempre giovane, senza rischiare di impazzire come capita a chi cambia troppe custodie diverse fra loro.
Proprio uno di questi Mat è il motore iniziale della trama: dopo essere andato incontro alla “vera morte” (cioè la distruzione della propria pila), ma salvatosi grazie a una copia di backup della propria coscienza, il miliardario Laurens Bancroft assolda un vecchio soldato speciale ora in prigione, Takeshi Kovacs, per fare luce sulla sua morte, che molti considerano un suicidio, ma su cui Bancroft vuole vederci chiaro (non ha memoria di quegli ultimi attimi perché il suo backup risale a 48 ore prima). La pila di Kovacs, soldato speciale di origini giapponesi, viene montata sulla custodia di un vecchio poliziotto americano al momento congelato in prigione, e qui entra in gioco il fisicone di Kinnaman.

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E dire che Altered Carbon di filosofia ne avrebbe da vendere, proprio come la miglior fantascienza. L’idea delle pile è perfetta per portare all’estremo un discorso tipico del cyberpunk, ovvero i pro e i contro della crescita esponenziale della tecnologia e del suo rapporto sempre più simbiotico con l’uomo.
Grazie alle pile, gli esseri umani hanno sostanzialmente sconfitto la morte, garantendosi una vita teoricamente infinita e slegata dagli impacci del corpo fisico. Allo stesso tempo, la rinuncia al corpo come parte della definizione del sé non è cosa di poco conto. Quanto passa, nel modo in cui concepiamo noi stessi, dall’immagine che vediamo nello specchio ogni mattina? E dalle sensazioni e cicatrici che un unico corpo ci dà per tutta la vita? Quante custodie potremmo cambiare, prima di non riconoscerci più e di perdere la nostra individualità? Diego Castelli è ancora Diego Castelli, se da domani avrà il volto di Marco Villa?
Si pone dunque una questione di identità che non è solo individuale, ma di specie. Nel momento in cui gli umani rinunciano al corpo in nome della sopravvivenza della mente, cominciano anche a rinunciare a molte delle caratteristiche che fondano il concetto steso di umanità, che comprende l’invecchiamento, la morte, e la permanenza in un unico corpo. Ecco allora che Altered Carbon si popola di persone che faticano a gestire una custodia diversa dalla loro, oppure ragazzi costretti a stare sempre in corpi adolescenti e, per questo, incapaci di trovare un equilibrio fra l’invecchiamento della mente e la giovinezza del corpo, e poi miliardari pressoché immortali che, proprio in virtù di quella immortalità, credo di essere ascesi a una condizione divina per la quale la loro mente è tutt’altro che pronta o adeguata.

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Uno sfilacciamento della definizione di umano che riceve un’ulteriore spinta dalla presenza di Poe, l’intelligenza artificiale che gestisce l’albergo in cui Kovacs trova alloggio durante la sua indagine. Poe, modellato sull’immagine dell’omonimo Edgar Allan, coincide con l’albergo stesso, non può muoversi dalla sua posizione, e dialoga con altre intelligenze artificiali come lui, sparlando alle spalle degli umani. Nel corso degli episodi, Poe ha funzione di aiuto e di spalla comica, ma la sua valenza metaforica attiene allo stesso discorso: che differenza c’è fra un’intelligenza artificiale che ha un bel corpo grosso come un albergo, e un essere umano che identifica la sua totale identità con un dischetto di metallo? Dove comincia uno e dove finisce l’altro? Tanto più che, altro elemento cardine della trama, le coscienze all’interno delle pile possono essere duplicate (è il modo in cui Bancroft “sopravvive”), creando di fatto cloni immediati di ognuno di noi.
Non è difficile capire, dunque, il motivo della lotta dei ribelli a cui Kovacs apparteneva prima di essere catturato due secoli prima: la battaglia contro le pile era una battaglia per l’umanità, intesa non come “insieme degli esseri umani”, ma proprio come il concetto di Umanità, sempre più sfocato e indeterminato per colpa di quegli stessi umani disposti a tradire la propria natura per la pura paura della Morte.

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Tutto questo, in Altered Carbon, c’è. Ed è bello. Per esempio giustifica un grande utilizzo dei corpi nudi che in altre serie possono sembrare poco più che specchietti per le allodole, ma che qui invece assumono una valenza diversa: la serie che ci mostra così tanti corpi nudi, organici e artificiali, è la stessa che ci racconta della loro totale insignificanza e mercificazione.
Il problema è che è tutto tanto diluito. Il concept alla base della storia potrebbe funzionare benissimo in una puntata di Black Mirror, e l’impressione, a fine stagione, è che una puntata di Black Mirror sarebbe bastata, perché lo scavo filosofico non riesce ad andare oltre il livello pur interessante che abbiamo appena descritto, e tutto il resto è polizia, sparatorie e faide tra fratelli.

Una cosa di cui si sente la mancanza, per esempio, è un maggior approfondimento su un altro tema collaterale a quelli appena visti, cioè quello della definizione di una creatura in quanto tale. Nel momento in cui la nostra coscienza può essere immagazzinata in un device tecnologico, che poi può essere spostato di corpo in corpo e perfino duplicato, viene da chiedersi fino a che punto ognuno di noi può dirsi esistente e pensante in un dato momento, con una precisa identità. Quando Bancroft crea un backup di se stesso e sopravvive alla morte, sopravvive veramente? O non è più giusto affermare che Bancroft muore, e viene sostituito da un’altra persona, creata a tavolino, che semplicemente pensa e agisce come lui?

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Nella serie il tema è affrontato soprattutto tramite i credenti cattolici, che credono nell’immortalità dell’anima e rifiutano la ricustodia in quanto pratica non naturale, che non impedisce la vera fine della vita. Il problema è che, anche qui, il tema serve soprattutto come espediente narrativo, legato a una proposta di legge per regolare la materia di chi, rifiutando la ricustodia, impedisce alle vittime di omicidio di tornare in vita per testimoniare contro i colpevoli. Ma l’approfondimento sociale e filosofico non scatta come dovrebbe, anche se in realtà potrebbe essere il più interessante di tutti, perché quello più vicino a noi: così come in Altered Carbon l’immortalità sembra data non tanto dalla sopravvivenza di un’unica particolare coscienza, quanto piuttosto dalla persistenza di un nostro simulacro all’interno della società, così nel nostro 2018 molte persone conducono un’esistenza pubblica, social, che in molti casi diventa l’unico parametro per confermare la propria esistenza tout court: esisto perché scrivo su facebook, se non lo faccio rimango da solo con me stesso, e a quel punto chi può certificare che io sia davvero qui?

Tutto questo rimane nella superficie di Altered Carbon, che si trova per le mani alcuni temi dirompenti che però gestisce col contagocce, come se i dieci episodi fossero effettivamente troppi e ci sia bisogno di riempire i buchi con roba divertente ma che rivela subito la sua natura di riempitivo.
Ed è proprio questa doppia anima, la tensione fra le potenzialità della storia e una sua messa in scena trattenuta, misurata e citazionista, a prova di stupido, che limita la portata finale della serie. Aveva la potenzialità per lasciarci con la bocca aperta e la mente frantumata, e invece punta a farsi apprezzare subito e a non annoiare nessuno, col rischio però di sembrare già vista e, in definitiva, meno memorabile di quanto avrebbe meritato.
Avrebbe bisogno di una ricustodia.

Perché seguire Altered Carbon: è una serie solida e di grandi mezzi, che mette in campo diversi spunti interessanti.
Perché mollare Altered Carbon: quegli spunti vengono almeno in parte diluiti e sacrificati all’altare dell’intrattenimento, con il risultato di una stagione godibile ma che sembra troppo lunga e in definitiva meno impattante di quanto sperato.

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