27 Aprile 2018 14 commenti

The Handmaid’s Tale 2 season premiere – Schiavitù e libertà di Diego Castelli

Torna la migliore novità dello scorso anno

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ATTENZIONE! SPOILER SULLA 2×01 E 2×02

L’anno scorso The Handmaid’s Tale fu una delle migliori novità della stagione, probabilmente la migliore. Intensa, ardita, impegnata, controversa, ce le aveva tutte lei. E se il suo ritorno era di per sé già molto atteso, nei mesi di pausa è successo anche qualcosa che ha cambiato lo scenario sociale e culturale in cui la serie si inserisce: dopo lo scandalo Weinstein, il movimento #MeToo, e in generale l’accresciuta attenzione per le tematiche femminili e il ruolo della donna nella società occidentale (sottovalutata e sottostimata quando va male, abusata quando va peggio), una serie provocatoriamente femminista come quella di Hulu (disponibile in Italia in contemporanea su Tim Vision) acquista sfumature ancora più varie, anche se la sua storia, ambientata in un presente distopico e slegato dalle nostre beghe extratelevisive, è formalmente slegata dalla cronaca.

Ebbene, The Handmaid’s Tale ha ripreso il racconto da dove lo aveva interrotto, per poi ribaltarlo subito: la vicenda di June, che sembrava diretta verso una terribile punizione, è passata attraverso una finta impiccagione servita da monito per tutte le ancelle che proprio da June avevano colto ispirazione per ribellarsi all’ordine costituito, ma poi è diventata una storia di fuga. Immediatamente sollevata da qualunque punizione corporale perché incinta, June ha visto di fronte a sé mesi di coccole malate, ma nel frattempo è stata soccorsa da Nick che le ha permesso di fuggire.
Da qui in poi, la doppia premiere ha proseguito su tre diversi binari: la storia di June latitante, che si nasconde e spera di poter fuggire in Canada quando prima; la storia di Emily/Ofglen, spedita alla Colonia in un campo di lavoro e decisa a non abbandonare la lotta, nemmeno quando si tratta di uccidere una nuova compagna di prigionia (Marisa Tomei), rea di essere una ex-moglie che permetteva lo stupro delle ancelle; i numerosi flashback che, raccontando il passato delle due donne, rivelano certi passaggi intermedi che hanno condotto allo stato attuale delle cose.

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I temi di fondo non sono cambiati, né è cambiata l’insistenza con cui la serie li mette in scena, spesso in modo crudo e privo di filtri. Le donne di Gilead versano ancora in condizioni terribili, e se ora il fuoco è passato dalla loro quotidianità di ancelle alle conseguenze nefaste della loro ribellione, il nucleo espressivo di The Handmaid’s Tale è ancora legato alle angherie fisiche ed emotive che queste donne hanno sofferto e continuano a soffrire.
Il discorso in compenso si allarga all’indietro e di lato: con nuovi e più precisi flashback, gli autori riescono più che nella passata stagione a mostrarci i passi lenti ma decisi con cui la società americana ha perso la propria bussola morale. A questo servono le scene in cui June viene questionata e colpevolizzata sulle sue scelte di madre e lavoratrice, nonché quelle in cui Emily, al tempo ancora sposata con un’altra donna, viene pesantemente discriminata da una burocrazia in cui l’accumulo di nuove leggi contro donne e omosessuali crea la cornice normativa e in qualche modo razionale per un orrore etico senza confini.
Allo stesso tempo, per la protagonista non c’è pace nemmeno nella fuga: è vero che è libera, ma è ancora costretta a nascondersi e, dettaglio quasi ironico, a dipendere dagli uomini per la sua sopravvivenza. Una nuova gabbia insomma, magari meno violenta della precedente, ma comunque invalidante. E non bisogna allora stupirsi se June afferra con ferocia le poche libertà che le sono concesse, come bruciare finalmente l’uniforme dell’ancella, o prendere l’iniziativa con Nick e scoparselo fin quando fa male, fin quando ce n’è (cit.). Può sembrare una scena inutilmente forte, ma in realtà è l’esatta espressione della necessità, per June, di esercitare quanta più libertà possibile in tutte le forme possibili, in attesa di riuscire, chissà quando, ad essere semplicemente una persona come le altre.

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In attesa di capire come evolverà la storia e come svilupperà ulteriormente i temi della serie, bisogna poi rilevare la confermata volontà di The Handmaid’s Tale di essere pesantemente simbolica. Quasi tutte le scene principali dei due episodi vogliono diventare metafore e simboli della condizione psicologica delle protagoniste, ed è una volontà così precisa e chiara da rischiare spesso il didascalico e la banalità (lo dicevamo anche l’anno scorso). Ma allo stesso tempo sono numerosi i casi in cui gli autori c’azzeccano, costruendo quadri e mini-parabole in cui l’enormità di ciò che accade a questi personaggi risuona in maniera chiara nella testa dello spettatore.
Giusto per fare qualche esempio:

-Dopo la finta lapidazione c’è un bel discorso (meglio, un discorso terrificante) di Lydia sulla libertà, in cui viene introdotta la distinzione fra “libertà di”, e “libertà da”. Siamo di fronte alla fredda filosofia con cui le autorità di Gilead costruiscono la loro dittatura, facendola oltretutto passare dalla bocca di una donna.
-L’incontro con l’ancella gravida e tenuta legata per impedire che si faccia del male: se mai ci fosse bisogno di evidenziare meglio la natura da pura incubatrice delle ancelle, eccola qui. (E qui il tema, considerando che tutta la trama di The Handmaid’s Tale parte da un drastico calo della fertilità mondiale, è: esiste una gerarchia fra i valori umani? E quando due valori rischiano di scontrarsi, come libertà personale e conservazione della specie, quanto siamo disposti a sacrificarne uno per far prosperare l’altro? Dov’è che smettiamo di essere “previdenti” e iniziamo a diventare “mostri”?)
-La scena in cui June è costretta a mangiare mentre le sue compagne vengono punite: classica tortura psicologica che sposta la colpa del dolore su chi ha trasgredito le regole, piuttosto che sull’assurdità delle regole stesse.
-Il taglio dei capelli, sorta di defemminilizzazione che fa il paio con l’abbandono dei vestiti da ancella.
-Il fatto che June si nasconda nella vecchia redazione del Boston Globe, ormai abbandonata e deserta: senza bisogno di dire una parola, trasformare la sede di un importante quotidiano in un magazzino buio e inquietante, dove hanno avuto luogo esecuzioni sommarie, ci trasmette perfettamente il senso della fine del senso critico, della capacità della società di Gilead di ragionare su se stessa, al di là della semplice applicazione di leggi divine.
E si potrebbe continuare.

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All’appello manca, forse, solo un dettaglio. Una delle principali critiche mosse alla serie da parte dei lettori del romanzo originale, risiede nella scarsa capacità del prodotto televisivo di restituire la quotidianità sconfitta delle ancelle e in generale delle donne di Gilead, molto più assuefatte alla dittatura (o addirittura involontariamente complici) di quanto non appaia nella serie. Me l’ha detto anche il Villa, che sta recuperando il libro in questi giorni.
È certamente un aspetto interessante, che allarga il discorso al tema più generale dei fascismi: a guardare oggi il passato sembra incredibile che così tanta gente vivesse tranquillamente sotto il regime nazista o fascista, ma è proprio in quella terribile “normalità” che risiede l’anima peggiore della dittatura, che riesce a porsi nei confronti dei suoi sudditi come necessaria, se non addirittura auspicabile.
The Handmaid’s Tale effettivamente non ha lavorato tantissimo su questo punto, se si esclude il ruolo di Serena, che l’anno scorso era l’incarnazione della donna collaborazionista (oltre a Lydia, naturalmente). Nella doppia premiere di quest’anno però qualcosa comincia a vedersi, soprattutto nella rappresentazione della difficoltà di June a staccarsi dalle procedure e dalle influenze dell’autorità politica e religiosa.

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Per esempio, in un breve voice over all’inizio del secondo episodio, June racconta della difficoltà dell’essere fuori, lei così abituata ad avere intorno mura fisiche e metaforiche. Allo stesso modo, la vediamo salutare i suoi salvatori con un “Under His Eye” che per lei non dovrebbe avere più senso, ma che rimane incastrato nei suoi automatismi linguistici. E stessa identica cosa quando, alla fine, June si trova perfino a pregare per i defunti del Globe, invocando lo stesso Dio che, per tutti questi anni, è stato usato come motivo principale per abusare di lei.
Come dice la cara zia Lydia, ormai Gilead è dentro le ancelle, non solo fuori, e per questo il processo di liberazione deve passare non solo dalla fuga fisica, ma anche da un progressivo abbandono di quelle che sono le strutture mentali che la schiavitù a imposto alle ancelle, vittime di un vero e proprio lavaggio del cervello che negli anni, in maniera subdola e graduale, si è mascherato da utilità e saggezza, per trasformarsi in una mostruosità che molte sue vittime non riescono più nemmeno a riconoscere.

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Difficile non vedere, in tutto questo, un’eco di quanto accaduto in questi mesi (anche se dovremmo dire secoli). Al netto degli estremismi e delle semplificazioni, e pur considerando che non può essere una singola serie tv a fare tutte le domande e dare tutte le risposte, nella caduta politica, morale e sociale di Gilead scorgiamo l’estremizzazione di dinamiche che vediamo anche nel nostro mondo reale, dove non solo esistono più abusi di quello che saremmo portati a pensare, ma dove addirittura – e forse questo rimane l’elemento più inquietante di tutti – le stesse vittime non sono in grado di riconoscerli al primo colpo, assuefatte come sono a un racconto del loro ruolo in cui l’abuso è normalità e consuetudine, anche se non perde una virgola del suo potere distruttivo.
Restiamo in trepidante attesa di sapere dove ci condurrà il viaggio di Emily e di June. Una cosa è certa, The Handmaid’s Tale merita ancora il nostro tempo.



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