5 Giugno 2018 15 commenti

The Americans series finale: l’ultimo saluto a una serie sottovalutata di Diego Castelli

The Americans è una delle migliori serie degli ultimi anni, ed è proprio il caso di riconoscerglielo

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SPOILER SUL FINALE DI SERIE

“Henry ha 17 anni, l’età in cui io ho cominciato a lavorare”, dice Elizabeth quando la figlia manifesta la sua perplessità all’idea di abbandonare il fratello in America mentre loro fuggono in Russia.
“Lui non è te!” risponde Paige, frustrata. “Nessuno di noi lo è”.

Probabilmente non è lo scambio più importante del series finale di The Americans, ma è quello che meglio restituisce il limbo dolcemente malinconico in cui, volenti o nolenti, sono precipitati i suoi protagonisti.
No, Henry non è come Elizabeth. Ma nessuno lo è. Nessuno è (più) come Philip ed Elizabeth Jennings, due residuati di un’epoca finita, due nomi che, dopo la fuga in Russia, semplicemente non esistono più, maschere gettate al vento, ma resistite così a lungo da essere diventate identità scomodamente reali.
The Americans è una delle serie a stelle e strisce più sottovalutate degli ultimi anni, spesso bistrattata dai premi e seguita da una nicchia agguerrita ma non troppo folta di spettatori. Eppure è uno dei migliori show attualmente in circolazione (o meglio, in circolazione fino a qualche giorno fa), perché costruita seguendo due diverse direttrici, ognuna delle quali trattata con uno stile e un equilibrio invidiabili: il thriller spionistico e il drama familiar-romantico.

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Nel corso di sei stagioni, The Americans ci ha offerto alcune delle migliori scene di suspense della tv tutta, mettendosi più o meno allo stesso livello della più fortunata Homeland. E l’ha fatto rimanendo fedele alla sua ambientazione, agli anni Ottanta e alla Guerra Fredda, giocando sul montaggio e sul movimento degli attori sulla scena, senza effettoni speciali super-evidenti, lavorando invece sugli sguardi di agenti preoccupati per l’esito delle loro missioni, eppure pronti e addestrati a tutto per portarli a termine. Sei anni di imprevisti, castelli di bugie, improvvisazioni, travestimenti dal sapore vintage, doppie vite coltivate con precisione e perseveranza, a discapito della propria serenità mentale.
Forse, a conti fatti, questa superficie thrillerosa e vintage, di impatto immediato, è ciò che ha “fregato” la serie, facendola apprezzare per le sue doti tecniche ma relegandola al ruolo di “ah sì, quella serie con le spie russe infiltrate”.

Ed è un peccato perché, a conti fatti, The Americans è molto più di questo, e parla all’oggi molto più di quanto non faccia pensare il richiamo alla Guerra Fredda, che in questi anni sembrerebbe un tema effettivamente vecchio rispetto ad altri scenari tipicamente associati alle spie e agli agenti segreti (proprio come la succitata Homeland, per molti anni legata al terrorismo islamico).
Più che un racconto di esponenti del KGB, The Americans è la storia di due persone che immolano un’intera esistenza in nome di un ideale, e che poi devono fare i conti col fatto che quell’ideale, lentamente ma inesorabilmente, svanisce, sostituito da qualcosa di indistinto che non riescono più a comprendere.

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Per certi versi, gli ultimi episodi The Americans sono sorprendenti anche per chi la serie l’ha seguita assiduamente. C’è molto meno sangue di quello che ci saremmo aspettati, molta meno tragedia, meno dolore. Onestamente, fin dal primo episodio della prima stagione avevamo nutrito il sospetto che prima o poi Philip ed Elizabeth si sarebbero affrontati duramente, forse perfino uccisi, non appena i loro desideri per il futuro fossero diventati così divergenti da essere incompatibili. E di certo pensavamo che sarebbe dovuto arrivare uno scontro durissimo con Stan, il vicino di casa diventato amico e confidente, l’agente dell’FBI che, una volta messe tutte le carte sul tavolo, avrebbe avuto diritto di sentirsi sommamente tradito e, francamente, puro un po’ coglionato.

E invece non accade nulla di tutto questo. Nell’ultimo episodio i Jennings capiscono di avere i federali sul collo, quindi organizzano la loro fuga e vanno a prendere Paige, che accetta di seguirli in Russia malgrado sia comprensibilmente sconvolta dal precipitare così repentino della situazione. Insieme scelgono di non dire nulla a Henry, mai coinvolto nei loro affari e per questo benedetto con la possibilità di restare in America dove è nato e cresciuto, e dove potrà fare una buona vita nonostante l’abbandono da parte della sua famiglia.

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Qui arriva la prima di almeno tre scene memorabili di questo finale. Stan, che ormai ha capito tutto (forse un po’ troppo improvvisamente rispetto alla dabbenaggine degli anni scorsi, ma vabbè), segue i suoi ex vicini di casa e li becca proprio nel garage da cui sperano di fuggire insieme alla figlia. Pistola alla mano, Stan li mette di fronte alle loro responsabilità, e rende inutile qualunque disperato tentativo di raggiro.
Pensi che scorrerà il sangue, magari amaro e triste, ma sangue. Invece, ci troviamo a guardare una delle scene più tenere e struggenti di tutta la serie. Con la pistola dell’amico puntata in faccia, Philip vuota il sacco e ammette tutto, ma non lo fa con la rabbia trattenuta del soldato buggerato, bensì con la composta disperazione di un marito e di un padre che chiede semplicemente la possibilità di redimersi. Le informazioni che Philip ed Elizabeth portano con sé, abbastanza importanti da salvare Gorbačëv e, per dirla all’hollywoodiana, “salvare il mondo”, sono un gancio narrativo necessario a rendere un po’ più credibile la scena, ma non sono il succo della faccenda: quello che vediamo, in quei pochi minuti, è invece l’incontro di due amici, che pur ammettendo la falsità delle basi su cui la loro amicizia è nata e cresciuta, allo stesso tempo ne ammettono l’esistenza e la forza.
Stan non riesce praticamente a dire nulla, ma la sua rabbia svanisce molto presto e infine decide di lasciarli partire: guardandosi allo specchio potrà anche dirsi che l’ha fatto perché ha creduto alla necessità della loro ultima missione, ma tutti sappiamo che in realtà l’ha fatto per amicizia, e perché ha riconosciuto qualcosa negli occhi delle due spie russe: la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro, come se i nemici che sperava di trovare fossero in realtà svaniti molto prima che lui ne sospettasse l’esistenza.

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Seconda scena memorabile è quella del treno. Dopo aver salutato sbrigativamente il figlio al telefono (figlio che poi conoscerà i dettagli sulla doppia vita dei genitori dalle parole dello stesso Stan, diventato in qualche modo suo padre adottivo), i tre fuggiaschi prendo un treno che li porterà in Canada, da dove contano di ripartire per la Russia. Il viaggio è l’ultima perla di tensione della serie, dove controllori istruiti sugli identikit dei fuggitivi non riescono comunque a penetrare le dissimulazioni dei Jennings, anche se nel processo noi ci caghiamo comunque sotto. Durante il viaggio Philip ed Elizabeth rimangono quasi sempre separati, perché non possono farsi vedere tutti insieme, e percepiamo chiaramente lo sforzo per non riunirsi e abbracciarsi, come se il loro mondo si stesse sfilacciando e loro non potessero nemmeno tenersi per mano mentre succede.

Prima di arrivare in Canada, Paige decide di scendere senza dire nulla ai suoi, lasciandoli proseguire. Era abbastanza scontato, a questo punto, che la ragazza non sarebbe potuta davvero andare in Russia, ed è un altro tassello di una certa, inevitabile solitudine dei due protagonisti. Sono loro i russi emigrati, loro gli agenti segreti infiltrati. Paige stava cominciando a muovere qualche passo nella loro direzione, ma restava comunque una ragazza americana, appartenente a un mondo troppo diverso, che non sapeva nulla del vero mondo delle spie semplicemente perché la madre l’aveva tenuta all’oscuro delle sue componenti più buie.
Di nuovo, Paige non è Elizabeth, ed è stata la stessa madre a impedire, più o meno volontariamente, che la figlia seguisse pienamente le sue orme.

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E poi arriviamo al finale e alla Russia. Formalmente è un ritorno a casa, ma in verità non lo è affatto. Per rientrare nella madrepatria Elizabeth e Philip vengono scortati in un paesaggio notturno e deserto, un letterale salto nel buio che rappresenta una specie di cesura col passato, e riflette l’indeterminatezza di quella transizione: i due sposi per finta (e poi per davvero) hanno passato così tanto tempo lontano da casa, che ormai quella casa non esiste più, o ha modificato così tanto la sua forma, che tornarci significa effettivamente ripartire da zero.
Non li vediamo arrivare alla loro destinazione finale, perché Philip chiede di fermarsi in mezzo a un ponte. Qui i due scendono e si prendono un momento per riordinare le idee e prendere coscienza di quello che stanno per fare. La missione pro-Gorbačëv qui è sullo sfondo, conta solo che i due sono insieme, e stanno per iniziare una nuova avventura, probabilmente meno pericolosa della precedente, ma non per questo meno impegnativa.

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Si diceva del crollo degli ideali. È qui che The Americans parla più facilmente con il nostro presente. Il crollo del Muro fu un vero e proprio spartiacque nella recente storia del mondo, e rappresentò l’implosione di un preciso sistema di ideologie. Per quanto nessuno rimpianga la Guerra Fredda, è anche vero che essa dava una specie di ordine al mondo, o eri (filo)americano o eri (filo)russo, era una scelta fra due sole alternative, e una volta che l’avevi fatta potevi seguirla fino alla fine, sentendoti a posto con te stesso.
Quando però ti rendi conto, come Philip ha cominciato a fare quasi subito e come Elizabeth ha fatto solo alla fine, che quella scelta sta perdendo senso ogni giorno che passa, ecco che subentra l’indecisione e lo smarrimento, assai peggio di qualunque rischio per la propria vita.
Raccontando della fine degli anni Ottanta, i Jennings fanno riverberare il loro conflitto interiore fino a oggi, a un mondo sempre più globalizzato e sempre più privo di riferimenti ideologici e filosofici, dove un sacco di persone, giovani soprattutto, si sentono esattamente come loro: escluse da un passato ormai morto ma anche da un futuro ancora troppo incerto.

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Non ci sono facili vie d’uscita, per Philip ed Elizabeth: hanno tradito i vecchi ideali, ma allo stesso tempo non possono essere accettati nella società che hanno combattuto per tanti anni. Al massimo hanno potuto contare sul temporaneo lasciapassare di un vecchio amico tenerone.
Ora sono persi, a cavallo fra due mondi, attrezzati a vivere in una realtà che però non esiste più, e impreparati per quella che sta arrivando. Ma quello che l’ultimo episodio ci dice è che almeno sono insieme. Per anni (letteralmente) abbiamo visto Philip in difficoltà, sull’orlo della depressione, incapace di trovare un proprio posto nel mondo. In realtà, non riusciva a ritrovare un equilibrio nella sua relazione con Elizabeth, che ancora rifiutava di abbandonare la vecchia vita. Quando lei si è riallineata a lui, la sua vita è rifiorita, e Philip ha riottenuto un motivo per lottare, per convincere Stan a lasciarli andare, per viaggiare fino all’altro capo del mondo.

Potrebbe sembrare un banale elogio dell’amore e della famiglia. E trattandosi di una serie americana non è escluso che in parte lo sia. D’altronde, il cambiamento dei due protagonisti è anche figlio dell’immersione costante in un mondo di valori ben diverso da quello cui erano abituati, e che alla fine gli è entrato dentro più di quanto avrebbero potuto immaginare.
Ma non è solo questo. Quello che vediamo nel finale di The Americans è un elogio delle piccole cose, e della capacità umana di superare le peggiori difficoltà. Ce lo dice l’ultimo scambio di battute, quando Philip guarda le luci della prossima città e dice “È strano”. Elizabeth gli risponde “ci abitueremo”. Questo sono Elizabeth e Philip Jennings: due sopravvissuti, due soldati diventati amanti e genitori, due persone che hanno fatto della capacità di adattamento una filosofia di vita, e che possono servirsene anche quando tutto sembra perduto.

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Dopo il crollo di ogni ideologia è rimasto un vuoto che Philip ha provato per anni a riempire da solo. Ma non era lavoro per un solo uomo: quando finalmente lui ed Elizabeth si sono ritrovati, hanno anche trovato il modo di riempire quel vuoto, e il fatto che Elizabeth pronunci quel “ci abitueremo” in russo significa che il processo è già cominciato.
A questo punto non ci interessa sapere cosa accadrà esattamente, non è importante sapere come i due salveranno Gorbačëv e il neonato processo di pace e cosa faranno della loro vita da quel momento in poi. Quello che ci interessa sta tutto su quel ponte, nella consapevolezza che per tirare a campare, forse addirittura per sperare nella felicità, non servono grandi imprese e scontri planetari, eventi troppo grandi e che rischiano di scivolare via dalle mani quando meno te l’aspetti. Basta trovare qualcuno a cui aggrapparsi, e che decida di starti accanto per trovare insieme una nuova strada da percorrere, quale che sia la tua (nuova) identità.
Non sappiamo cosa ne sarà di Philip ed Elizabeth, ma sappiamo che se la caveranno. Considerando che nemmeno ci speravamo, direi che va benissimo così.

 

PS C’è solo un dettaglio che non mi è piaciuto di questo finale: i sospetti su Renee. Quella storia non si è mai davvero chiusa, Philip avverte Stan della possibilità che la sua compagna sia una spia russa, ma la cosa non viene in alcun modo confermata o smentita, per quanto un’inquadratura particolarmente indugiante sulla donna durante la perquisizione di casa Jennings ci lasci con più di un dubbio. Ma è appunto solo questo, un dubbio di cui al momento non c’era granché bisogno. Vabbè, amen, magari qualcuno degli autori ci svelerà l’arcano in qualche futura intervista.

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