12 Giugno 2018 3 commenti

Condor – Una serie tv di spionaggio che si dimentica di esserlo di Marco Villa

Il pilot di Condor non è tragico, ma non funziona a livello di equilibri, al punto che spesso ci si dimentica di essere davanti a una serie tv di spionaggio

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Questione di equilibri, di bilanciamenti. Se fai una comedy, non puoi passare tre quarti del pilot a fare dialoghi drammatici in punta di lacrima. Allo stesso modo, se fai una serie spy, non puoi passare metà del pilot a parlare dei problemi amorosi del protagonista e a mostrare quanto si allena e quanto è tonico nella corsa. Per questo, pur non essendo tragica, Condor non lascia un segno che sia uno.

Condor è la nuova serie tv di Audience, ispirata a I sei giorni del condor (libro) e a I tre giorni del condor (film). Siamo a Washington, in un ambiente attiguo alla CIA, ma non pienamente inglobato in essa: Joe (Max Irons, già in Tutankhamon) è infatti un programmatore che lavora alla realizzazione di software in grado di aiutare l’agenzia a scovare potenziali minacce. Lui e il suo team fanno ricerca tecnologica a tutto campo, sperando di trovare l’idea giusta in grado di salvare il mondo: un po’ come un vecchio progetto che torna d’attualità, perché permette alla CIA di sventare un attacco batteriologico in uno stadio affollato da 80mila persone. O almeno così sembra, perché ben presto si scopre che l’attacco è una false-flag, ovvero una messinscena attuata da branche deviate della stessa CIA. Ignaro di questo, ignaro di tutto, il buon Joe si mette a indagare sul mancato attentatore e per questo entra nel mirino dei colleghi traditori.

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La storia di Condor è interessante e parte da uno spunto originale, perché non siamo di fronte al classico agente operativo che rischia la pelle sul campo. Il problema è che il primo episodio è scritto parecchio male: tutta la faccenda della CIA deviata la conosce solo lo spettatore e va a toccare Joe solo negli ultimi minuti. Per fare minutaggio, quindi, gli autori insistono parecchio per costruire la backstory del protagonista, che a quanto pare fatica a trovare l’amore della sua vita e a fidarsi e si fa delle grandi corse. La parte sentimentale occupa persino la prima sequenza della serie e torna per altri due lunghi momenti. Allo stesso modo, la corsa è l’altro tormentone e vediamo più volte Joe scattare di qua e di là per Washington.

Paradossalmente il pilot di Condor risulta così sbilanciato su temi e toni che non sono quelli spy: è evidente che nelle prossime puntate le cose cambieranno, ma non avendo potuto testare la qualità di scrittura della parte più thrilling è difficile dare un giudizio positivo. Su tutto, però, si impone un Brendan Fraser nei panni del burattinaio oscuro, che dopo Trust piazza un altro personaggio marginale, ma potente.

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Spesso le serie di questo tipo concentrano nel pilot grandi quantità di azione, lasciando al prosieguo della stagione il compito di dare più sfaccettature ai personaggi: qui succede l’opposto, ma con una qualità di scrittura piuttosto dozzinale. Non è una bocciatura in toto, non è il pilot peggiore dell’anno, ma qualcosa di meglio andava fatto.

Perché guardare Condor: perché è una spy story con un punto di vista differente

Perché mollare Condor: perché fatica a equilibrare i vari aspetti della storia

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