9 Maggio 2019 4 commenti

American Gods 2 season finale – Tutto bello, ma non è successo niente di Diego Castelli

La seconda stagione conferma uno stile unico, ma anche una narrazione troppo sottile

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SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE

Al momento di parlare del ritorno di American Gods, avevamo espresso un entusiasmo e una perplessità. L’entusiasmo era legato alla gioia di ritrovare una delle serie migliori dello scorso anno, un concentrato di stile con non molti eguali nel panorama televisivo, in cui la forza evocativa del romanzo di Neil Gaiman veniva trasposta in una serie tv dal sapore quasi pittorico. Cosa che l’inizio della seconda stagione confermava e rilanciava alla grande.
La perplessità era invece legata a vicende extra-seriali, all’addio di Brian Fuller allo show e al timore che, perso il timoniere della prima stagione, American Gods rischiasse di andare fuori rotta, specialmente a partire da metà stagione, quando le sceneggiature già scritte da Fuller sarebbero venute a mancare.
A conti fatti, passato il season finale, l’impressione è che qualche problema ci sia effettivamente stato, ma non nel senso che pensavano, cioè non nella scrittura di eventi e sviluppi che non riuscissero a tenere testa ai primi episodi dello show. Il problema, a ben guardare, è che di eventi e sviluppi ce ne sono stati un po’ pochi, e che fin .

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Partiamo dalla fine, perché è forse l’unico momento in cui succede davvero qualcosa. La seconda stagione di American Gods si conclude con la “grande sorpresa” legata all’identità di Shadow, che in realtà è figlio di Wednesday. Uso le virgolette perché qui la mia percezione rischia di essere palesemente distorta: avendo letto il libro di Gaiman, già sapevo della connessione parentale fra i due, e quindi è possibile che io non sappia giudicare appieno il suo valore di “sorpresa” all’interno della serie. Ma faccio ugualmente la domanda: a voi la cosa non è sembrata assolutamente scontata fin dall’inizio?
Cioè, abbiamo uno scontro fra divinità, e una di queste divinità, che presto si scopre essere Odino, sceglie un normalissimo umano come guardia del corpo. Mi sembra sia palese che quello non è effettivamente un normalissimo umano, giusto? La questione allora diventa capire non “se” Shadow è speciale, ma “in che senso”. E il fatto che sia figlio di Wednesday – uno che continua a paragonarlo a suo figlio, che gli fa da mentore, che è circondato di creature soprannaturali che guardano Shadow come a una specie di messia in erba – non mi sembra esattamente l’ultima delle ipotesi che uno può fare…

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Se togliamo il valore di questa rivelazione, che non mi sembra in grado di reggere da sola il peso di otto episodi, l’impressione è che effettivamente nella seconda stagione di American Gods sia successo troppo poco. E questo perché, a ben guardare, siamo allo stesso punto dell’anno scorso: una guerra imminente, per la quale gli dèi di due opposte fazioni si preparano da mesi, che sembrava pronta a scoppiare nella 2×01, e che invece forse forse è iniziata nella 2×08, ma senza nemmeno troppo clamore.
Un atteggiamento attendista che abbiamo già visto tante volte in tante serie (anche nella stessa Game of Thrones, per esempio) ma che di solito non arriva così presto.

Naturalmente, il fatto che sia successo poco non significa che non sia successo “niente”, anche se nel titolo ho scritto così giusto per stuzzicarvi un po’. Basterebbe citare l’arco narrativo dedicato a Mad Sweeney e Laura, che si conclude con la morte di lui, chissà quanto definitiva (siamo in una serie soprannaturale in cui Laura, già di per sé morta, prende il cadavere di Sweeney per portarlo chissà dove). Ma la staticità a cui facciamo riferimento è proprio generale, è l’attesa di una guerra che era già attesa l’anno scorso, e che forse si intravede solo ora, in questo season finale. E viene pure da chiedersi: sarà davvero così?

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Di buono c’è che American Gods non è mai stata “solo trama”: non sono molte le serie tv che concedono la stessa importanza alla loro componente visiva, atmosferica, allegorica. Da sempre, American Gods è una serie bella da vedere, e il suo stile metallico, colorato, ridondante, non è mai venuto a mancare anche in questi episodi un po’ esili dal punti di vista narrativo.
Tanto meno nel finale, che si apre con quella splendida citazione de La Guerra dei Mondi di Orson Welles, da cui Mr. World prende spunto per snocciolare un fantastico discorso sulla paura come strumento di controllo sulle masse (o addirittura di auto-controllo, se è vero, come lui sostiene, che gli essere umani tendono ad amare le paure che loro stessi creano con la loro immaginazione). Un discorso che, ovviamente, torna subito d’attualità quando World e il redivivo Technical Boy (con la complicità di New Media) ripropongono una loro versione della Guerra dei Mondi, sconvolgendo gli equilibri finanziari, digitali e informativi del pianeta. Un attacco che non può che suonare familiare a quanti, fra gli spettatori, sanno di vivere in un mondo che ormai gronda di fake news, di informazioni manipolate, di inganni più o meno evidenti costruiti a scopo politico o economico, in cui è sempre più complicato districarsi con spirito critico.

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In pratica, il finale di American Gods cerca, con discreto successo, di prendere tutta la sua architettura fantasy per restituirci un mondo che in realtà già conosciamo, per mostrarci le criticità del nostro vivere quotidiano attraverso la lente deformata e iperbolica della fiction, creando un corto circuito che ci faccia guardare intorno spauriti, nel timore che possa comparire da qualche parte la faccia incarognita di Crispin Glover, che a me metteva già ansia ai tempi di Ritorno al Futuro, figurati adesso…

Peccato che, ancora una volta, questo spettacolone sontuoso sia un po’ a sé stante, e arrivi alla fine di una stagione in cui volevamo vedere un po’ più di progresso della storia: il rischio è che le migliori intenzioni filosofiche e poetiche vengano offuscate dalla nostra fame di sviluppo narrativo.

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Anche lo svelamento dell’identità di Shadow è ben messo in scena, ed era difficile che fosse il contrario. Di fatto, tutta la puntata è una lenta presa di coscienza da parte del protagonista, che improvvisamente perde la guida di Wednesday (che per l’intero episodio se ne starà in panciolle in una tavola calda osservando gli eventi), si ritrova ricercato a causa delle menzogne di World & Co., e arriva a parlare con Salim letteralmente “da uomo a uomo”, nel senso di “noi che siamo uomini rispetto a loro che non lo sono”. Sogni, ricordi, paure e parole si fondono in una progressiva accettazione del fatto che no, Shadow non è un uomo, se non per metà, e che il suo tentativo di fuga non potrà avere grande successo, perché nel suo destino c’è evidentemente qualcosa di più che essere semplicemente la guardia del corpo di una bizzarra divinità.

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Solo che – giuro, è l’ultima volta che lo dico – questo destino è stato rimandato. American Gods, piaccia o no, è una serie che ama le deviazioni, che in ogni momento può partire per la tangente per raccontarti cose importantissime che però non c’entrano niente con la sua storia principale. Il che va benissimo finché esiste un invisibile ma percepibile equilibrio fra le due componenti. In questa seconda stagione l’equilibrio mi sembra essersi vistosamente spezzato.
Giusto per essere chiari, il credito di American Gods non si è esaurito. Non sono qui a dire “basta mi sono rotto”, perché c’è ancora troppo sugo in ballo e troppa bellezza per lasciarla lì così. Allo stesso tempo, speriamo che la terza stagione dia un’accelerata, perché va bene parlare dei massimi sistemi, ma se mi stuzzichi con l’idea di una GUERRA FRA DIVINITÀ, a un certo punto devi anche farmela vedere…



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