3 Dicembre 2019 53 commenti

Watchmen 1×07: stupiamoci ancora di Diego Castelli

Un altro episodio eccezionale per una serie che ormai è un instant classic

SPOILER TOTALI SULLA 1X07

Siamo alla terza recensione di fila di Watchmen, e francamente non se ne può fare a meno. Se il sesto episodio è stato un gioiello stilistico e tematico, che ha lavorato soprattutto sul passato per delineare meglio il mondo in cui i personaggi già si muovono, il settimo è altrettanto potente, perché parte delle basi poste nella puntata precedente per costruire uno slancio in avanti fatto di grosse sorprese e allettanti promesse. Soprattutto, in un miscuglio calibratissimo fra spiegoni e invenzioni visive, è l’episodio che affronta quella che finora era la domanda più banale che poteva venire in mente a un lettore di Watchmen messo di fronte a una serie tv ispirata al capolavoro a fumetti: dove diavolo è Doc Manhattan?

La serie ha già fatto cenno al semidio bluastro che è uno dei simboli più conosciuti della storia immaginata da Alan Moore, ma ovviamente la sua mancanza si è fatta sentire soprattutto per i lettori del fumetto, che sanno bene quanto peso specifico (filosofico, fantascientifico, immaginifico) ci sia nella figura di uno scienziato trasformato nell’unico supereroe (più “super” che “eroe”, a dire il vero) di un mondo in cui gli eroi mascherati sono sostanzialmente persone normali. E intendiamoci, se n’è sentita la mancanza non perché la serie sia sembrata monca finora, ma semplicemente perché la sua figura è troppo importante nell’universo di Watchmen, per poterne fare a meno troppo a lungo senza far venire pruriti vari.



In realtà, nemmeno in questo episodio vediamo il Dottor Manhattan, ma la sua essenza pervade quasi ogni scena.
D’altronde la puntata inizia parlando proprio di lui, in un documentario d’annata in cui si ripercorre in breve tempo la sua epopea: una creatura ex umana nata da un incidente di laboratorio, che diventa così potente da consentire agli Stati Uniti di vincere la Guerra del Vietnam, trasformando la nazione asiatica nel 51esimo stato degli USA. Un eroe dai tratti divini che però, a un certo punto, decide di abbandonare l’umanità e trasferirsi su Marte.
Quello che vediamo, in un flashback con Angela protagonista, è un Vietnam dove la figura mitologica di Doc Manhattan si è trasformata in una gran mole di gadget, spillette e pupazzi venduti ai turisti. L’Angela bambina, nata e cresciuta lì con mamma e papà (lui è il figlio di William), assiste alla morte dei genitori in un attentato orchestrato dai ribelli che vogliono scacciare l’invasore a stelle e strisce. Sì insomma, che si tratti della realtà o del mondo di Watchmen, l’imperialismo statunitense non cambia mai troppo la faccia.

Quando Angela si risveglia scopre di essere attaccata a un tubo con cui Lady Trieu la sta curando dopo l’overdose di Nostalgia. Da quello che capisce, e che capiamo noi, all’altro capo del lungo tubo dovrebbe esserci proprio William, la cui biologia dovrebbe aiutarla a liberarsi dalle tossine. Ma la Trieu le impedisce di vederlo.
Dopo aver visto il marito di Angela tentare senza successo di fare visita alla moglie, ci spostiamo su Laurie, che dopo un breve cenno agli uomini della Settima uccisi da Wade (non sapremo altro di lui in questo episodio), va a casa della vedova di Judd per metterla a parte delle sue recenti scoperte sul passato di Angela.
E qui abbiamo la prima grossa sorpresa: informata da Angela sulla possibilità che il marito defunto abbia fatto parte della Settima, con l’idea di aiutare il senatore Joe Keene a diventare Presidente di una nazione in cui non sarebbe stato facile distinguere fra poliziotti buoni e poliziotti cattivi ( tutti accomunati dalla maschera), Jane fa l’ingenua giusto per un minutino, perché poi prende un telecomando abbastanza buffo e, dopo qualche tentativo, riesce ad attivare la botola sotto la poltrona di Laurie: non solo la detective ci aveva visto giusto, ma la moglie di Crawford era pure in combutta con la Settima.

Tornati da Angela, la vediamo fare test psicologici con la figlia della Trieu, che le impone qualche riflessione sulla sua scelta di fare la poliziotta, pur sapendo che avrebbe messo in pericolo i suoi figli, e poi le rivela di fare spesso sogni nei panni di una vecchia.
È comunque solo un intermezzo prima di una specie di intervallo più lungo, cioè la lunga scena del processo ad Adrian Veidt. Il nostro geniale ma folle miliardario è imputato in un dibattimento in cui sia il pubblico, sia la giuria, sia l’accusa sono formati dai suoi cloni, e sullo scranno del giudice è seduto il Game Warden, l’uomo che si stava assicurando che Veidt non fuggisse dalla sua prigione dimensionale. Veniamo a sapere che il processo va avanti da un anno (???) e che l’oggetto del procedimento è molto semplice: del fatto che Veidt uccida decine e centinaia di cloni non frega niente a nessuno, cloni compresi, perché l’unica cosa che gli importa è che Veidt abbia cercato di aggirare l’unica regola di quello strano mondo, cioè il fatto che non deve provare a fuggire.
Prima di tornare alla storia principale vediamo il giudice ordinare l’ingresso in aula di un branco di maiali che, secondo lui, sono una giuria più adatta a uno come Veidt, che come unica arringa finale aveva fatto partire un sonoro peto.
Vabbè, a un certo punto capiremo qualcosa di più di questa storia, per ora è tutta una deliziosa follia.

Torniamo ad Angela che fa un tentativo (fallito) di entrare nella stanza di William, e si becca invece un altro dialogo con Lady Trieu, che rivela un particolare inquietante: la figlia non è affatto sua “figlia”, bensì un clone di sua madre a cui la donna sta somministrando pillole di Nostalgia con dentro i ricordi della genitrice defunta. In pratica, Lady Trieu vuole che sua madre assista al suo trionfo nella costruzione del Millenium Clock, ma siccome la madre è effettivamente morta, lei la sta ricreando a tavolino. Diciamo che questa scena aumenta la nostra sensazione che non ci sia praticamente nessuno, intorno ad Angela e se vogliamo Laurie, a cui le rotelle girino nel modo giusto. A colpire è soprattutto la fiducia che la sciura Trieu ripone nella logicità delle sue scelte: vorrei che mia madre fosse qui, ma siccome è morta la clono, che problema c’è? Ecco, di problemi ce ne sarebbero parecchi, o per lo meno varrebbe la pena di farsi qualche domanda. Ma che si tratti dei “buoni” (come la Trieu e William) o dei cattivi (come la Settima) l’impressione comune è che in Watchmen ci sia poca gente che ragiona e molta disposta a tutto, anche a sovvertire le leggi della natura, per raggiungere i propri scopi.

Nel successivo dialogo fra Laurie e Joe Keene aggiungiamo un altro pezzo del puzzle. Laurie non vorrebbe sentire da Joe i dettagli del suo piano, fa un po’ troppo “cattivo che spiega” e Laurie ne ha piene le balle di ste sciocchezze da supereroi e supercattivi. Il racconto di Joe, però, riesce a stupirla lo stesso: quello che inizia come un classico discorso razzista in cui il bianco privilegiato crede di essere in balia di un inesistente lobby nera (un po’ come quando nel mondo reale milioni di bianchi sul divano hanno paura di qualche migliaio di poveracci su una barca che affonda), diventa in realtà tutt’altro quando Joe le confida che l’equilibrio che vuole ristabilire non è tanto quello fra bianchi e neri, bensì quello fra bianchi e blu. Nello sgomento di Laurie, Joe sta di fatto confessando di voler rubare i poteri e l’identità a Doc Manhattan (cosa poi farà con quei poteri, cioè verosimilmente sterminare tutti i neri, non è dato sapere, ma per ora fa niente).

Di nuovo da Angela, che ascolta il discorso pubblico di Lady Trieu pre-accensione del Millennium Clock (un discorso che parla di futuro e di abbandono dei traumi del passato), e poi irrompe nella stanza dove sperava di trovare William, e dove invece trova un elefante. Come e perché non lo so, mi sfugge, se qualcuno ci ha capito di più, lo dica.
Angela inorridisce di fronte al suo collegamento con l’animale e stacca il tubo dal braccio, facendo partire un altro flashback che ci mostra il tentativo, da parte di sua nonna June (la moglie di William), di prelevare l’Angela bambina e riportarla in America. Tentativo fallito perché la nonna muore non appena ha messo la bimba in auto.

Stordita e disorientata, l’Angela adulta girovaga per la base della Trieu e finisce in una stanza dove un mappamondo luminoso dà accesso a tutte le preghiere rivolte negli anni a Doc Manhattan, fra cui il monologo che avevamo sentito pronunciare da Laurie nel terzo episodio. Angela viene raggiunta da Lady Trieu che aggiunge ulteriori ingredienti a un episodio che è letteralmente una sbornia di informazioni: la miliardaria rivela ad Angela di essere da tempo in combutta con William, che le ha chiesto aiuto per un motivo molto specifico. In pratica, il Dottor Manhattan non riceve da tempo le preghiere dei suoi “fedeli”, perché molto banalmente non è più su Marte, bensì a Tulsa, dove si nasconde al mondo vestendo i panni di un umano. L’obiettivo della Settima, come a questo punto sappiamo, è quello di ucciderlo e prenderne i poteri (come, ancora non sappiamo, ma ovviamente i loro esperimenti sul teletrasporto qualcosa c’entrano), mentre la Trieu e William vogliono impedirglielo, perché non possono lasciare che i suprematisti bianchi abbiano accesso a una simile energia.

Angela sembra non credere a una sola parola di ciò che dice Lady Trieu, ma tradisce il suo “sapere qualcosa di più” evitando di porre alla donna la domanda che è venuta subito in mente a tutti: se Doc Manhattan si nasconde fra gli umani di Tulsa, chi è?
L’ultima scena, eccezionale, è dedicata all’ultima sorpresa: Angela lascia la base della Trieu e corre a casa, dove trova il marito che, nel vederla tutta trafelata, è sia sollevato che preoccupato. Quello che capiamo nel giro di poche battute è che Doc Manhattan è proprio lui, e che Angela lo sapeva da sempre, anzi, il fatto che il marito abbiamo dimenticato chi era dopo un incidente stradale (menzionato a inizio episodio) non era altro che una tecnica con cui il potentissimo super-umano era riuscito ad auto-limitarsi, così da vestire i panni di una persona normale. Per “sbloccarlo”, Angela fa una cosa che fino all’ultimo temiamo essere una pazzia indotta da un qualche scompenso mentale: lo prende a martellate, più e più volte, fino ad aprirgli in mezzo alla fronte uno squarcio da cui, infilandoci le dita senza riserve, estrae un piccolo oggetto di metallo che rappresenta l’atomo di idrogeno, famoso simbolo del Doc Manhattan. Quello che possiamo pensare è che si tratti di uno strumento per limitare i poteri dell’ex scienziato, tanto è vero che, appena viene tolto, permette alla creatura di riaccendere il famigerato colore blu, che si riflette sul volto di Angela.

Come si è visto, l’effettivo Dottor Manhattan non compare mai durante l’episodio, se non nei filmati di repertorio, e tutta la puntata diventa qualcosa a metà fra un episodio pieno di rivelazioni decisivi, e un teaser delle cose turche che vedremo negli ultimi due episodi.
L’avevamo già detto, ma tocca ripeterlo. Il lavoro che Damon Lindelof e compagni stanno facendo con Watchmen è clamoroso, perché più che seguirlo pedissequamente, come un copione che al massimo può essere messo in scena diversamente ma non modificato, lo stanno reinventando, mantenendo il suo cuore inquietante, cinico, riflessivo sulla natura umana, aggiornandolo a nuove epoche e nuove storie.
In questo episodio – in cui spiegoni e lunghi dialoghi non stonano proprio perché, dopo sei puntate molto misteriose, eravamo bramosi di informazioni – c’è spazio sia per la trama nuda e cruda, che ci ha tenuto col fiato sospeso fino all’ultimo, sia per riflessioni di più ampia portata. Di fatto, il tema del razzismo è stato ulteriormente sviscerato ma anche diluito in un altro, quello del rapporto con la divinità e con l’ignoto. Il Dottor Manhattan, che nell’universo di Watchmen diventa quanto di più simile a una manifestazione concreta di Dio (un Dio però creato dagli umani), diventa insieme entità da venerare ma anche dittatore da distruggere.
In un tentativo che, dal loro punto di vista, profuma di libertà e autodeterminazione, la Settima sta in realtà commettendo un errore che ha un che di biblico, che sembra richiamare il morso alla mela di Adamo ed Eva o la costruzione della Torre di Babele: il tentativo di ottenere il potere supremo, il livello divino, come atto di egoismo (non ci sto a essere inferiore e per questo sono disposto a non rispettare alcuna regola pur di elevarmi), non può che portare a conseguenze catastrofiche. E tutta Watchmen, fumettistica e televisiva, risuona di questa perniciosa arroganza: quella della Settima che vuole ottenere i poteri di Doc Manhattan, quella di Veidt che ha ucciso milioni di persone perché convinto della bontà del suo piano e che ora non vuole affrontare alcuna conseguenza, perfino quella di William e quella della Trieu che in teoria è una dei buoni, ma anche una che è disposta a clonare la madre e manipolare la ragazzina risultante a suo piacimento, solo per un capriccio.

E tutto questo, paradossalmente, a fronte di una divinità (il Dottor Manhattan) che ha deciso di farsi uomo (vi ricorda qualcuno?) per motivi che ancora non conosciamo bene, ma che rivelano comunque la consapevolezza del fatto che il livello divino non è per forza una benedizione o l’unico obiettivo possibile. Anche perché, e questo lo sappiamo dai fumetti, quello è un livello in cui la consapevolezza sulla natura del mondo, sul passato e sul futuro, non è necessariamente fatta per regalare “gioia”, anzi.
Insomma, tantissime sorprese, temi che da umani si fanno divini, ma anche tante domande che rimangono senza risposta, in attesa di capire come si disputerà lo scontro finale, ma anche cosa ci sarà davvero in palio per i personaggi e per noi tutti che guardiamo.
Il tutto condito dalla solita classe visiva, perché il documentario iniziale, il processo di Veidt, le martellate di Angela, il motivetto di “Life on Mars” che punteggia il risorgere della luce blu, sono tutte perle di una messa in scena che prende i grandi temi trattati dalla serie per dargli un corpo, una sostanza, quasi un odore e una consistenza, che rimangono impressi nella mente dello spettatore come se potesse toccare con mano la materia umana e divina di cui è composta la storia allucinante che sta seguendo.

Ok, quest’ultima considerazione può sembrare un filo ubriaca. Però ragazzi, il concetto è questo qui: questi sono episodi da cui esci col cervello in pappa. Se tutta la serialità fosse così, non usciremmo più di casa.
Non che già adesso… vabbè.



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