6 Dicembre 2019 7 commenti

V Wars: Netflix e i vampiri canadesi di cui facevamo anche a meno di Diego Castelli

Il ritorno di Ian Somerhalder in una storia di succhiasangue non fa scattare alcuna nostalgia, al massimo un po’ di pietà

Ieri sera il Villa, sconsolato, mi ha avvertito del fatto che per via di un imprevisto non sarebbe riuscito a scrivere l’articolo per oggi. Io mi stavo guardando un episodio di The Crown (settimana prossima recensiamo), e ho risposto con grande ottimismo: “Tranquillo, ho giusto da vedere il pilot di un nuova serie di Netflix che parla di vampiri, e in cui il protagonista è Ian Somerhalder di The Vampire Diaries, che però qui NON fa il vampiro!”
Di fronte al mio ottimismo palesemente ingiustificato, il Villa si è allontanato lentamente, con un sorriso di circostanza, mentre io mi apprestavo tutto contento a premere play. Sembra una storia a lieto fine, ma purtroppo il mio entusiasmo iniziale si è rivelato essere l’unica cosa positiva di V Wars

Prodotta a metà fra Canada e Stati Uniti, creata da William Laurin e Glenn Davis, e ispirata all’omonimo fumetto di Jonathan Maberry, V Wars racconta di medico ricercatore, Luther (interpretato da Somerhalder), che cerca di mettere in guardia la comunità scientifica dalla potenziale pericolosità di batteri e virus preistorici tuttora ibernati nei ghiacci perenni, e che potrebbero tornare liberi a causa del riscaldamento globale. Quando effettivamente pensa di essersi imbattuto in una di queste minacce, Luther va a dare un’occhiata con il suo amico Michael (Adrian Holmes) ed entrambi vengono esposti a una sostanza non meglio identificata. Risultato, vengono messi in quarantena e sembrano ammalarsi di una febbre che poi passa. Solo che Luther rimane com’era, mentre Michael diventa un vampiro assetato di sangue che non riesce a controllare i suoi istinti.
Naturalmente il virus non resta confinato nei due protagonisti ma si sparge rapidamente, e l’idea è quella che presto dividerà l’umanità in due, dando il via a una vera e propria guerra fra umani e vampiri.

Ecco, io alla guerra non sono arrivato, ammesso che ci si arrivi nella prima stagione, perché dopo due episodi ho cominciato a provare il desiderio di disdire l’abbonamento a Netflix, e ho ritenuto giusto fermarmi lì.
Che poi V Wars non è che parta da un’idea terrificante, o non sappia trovare qualche momento di svolta dignitoso già nei primi episodi. Ok, uno scontro fra umani e vampiri non sarà il massimo dell’originalità, però la divisione fra amici fraterni potrebbe anche funzionare, e nel giro della prima ora e mezza Luther si trova già ad ammazzare la moglie tanto carina e premurosa, che però era diventata un mostro zannuto che minacciava di uccidere il figlio che lui aveva avuto da una relazione precedente.
Mettiamola così: senza aspettarmi la luna, speravo di trovarmi di fronte a una nuova The Strain, cioè una serie tranquilla, onesta, che non fa troppi voli pindarici ma che intrattiene con piacere. Se non “arte”, per lo meno “buon artigianato”.

E invece no. A me dispiace passare per serial-razzista, ma V Wars ha tutti i difetti tipici delle serie canadesi, che danno sempre l’impressione di essere cugine povere di quelle americane: stessi obiettivi, ma meno mezzi e meno creatività. V Wars è funestata quasi subito da una fotografia scialba, una messa in scena che non va mai oltre il compitino, e una colonna sonora raffazzonata e spesso inesistente, che fatica tantissimo a sottolineare nel modo giusto i momenti di tensione. Gli effetti speciali sono roba che potevamo forse accettare nella prima stagione di Once Upon a Time dieci anni, ma che oggi rivelano tutta la loro pochezza spezzando qualunque tentativo di brivido horror.

A deludere davvero, però, è la componente che dovrebbe essere meno dipendente dai soldi che metti in un progetto seriale, cioè la scrittura. Accanto a qualche buono spunto di cui si diceva sopra, la gran parte della storia e dei dialoghi di V Wars oscilla fra il banale e l’imbarazzante. Gli spiegoni non si contano, delle ripetizioni non ne parliamo, e ogni sentimento e relazione fra i personaggi è costantemente verbalizzato, come se gli spettatori fossero tutti una manica di analfabeti funzionali che vanno condotti per mano a ogni singolo passo.
L’unico dettaglio apprezzabile, in una maniera un po’ distorta, è un certo scarto fra il personaggio di Luther e l’esercito di “scienziati chiamati a salvare il mondo” con cui il cinema e la serialità ci hanno ingolfato per anni: invece di puntare sempre a sovvertire le regole perché lui è figo e gli altri no, Luther è uno che si mette in quarantena da solo quando viene esposto al batterio preistorico, e che poi denuncia l’amico e se stesso quando Michael comincia a dare di matto. Cioè, riesce davvero a dare l’idea di un povero cristo che fa una vita normale e cerca di comportarsi da bravo cittadino, salvo essere travolto dagli eventi, e questa era un’idea intelligente e un po’ diversa dal solito. Peccato sia sostanzialmente l’unica.

Perché seguire V Wars: giusto se siete così maniaci del vampirismo (o di Ian Somerhalder), da voler guardare qualunque variazione sul genere.
Perché mollare V Wars: per la pochezza di mezzi e di idee.



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