2 Gennaio 2020 23 commenti

Mr. Robot series finale: puoi contare anche se non esisti di Diego Castelli

L’ultima stagione di Mr. Robot scioglie tutti i nodi, e lo fa con una classe da applausi

Devo ammettere che ci sono stati momenti in cui non ero ottimista, per Mr. Robot. E non perché fosse diventata una serie complicata, o difficile, perché in fondo lo era sempre stata. Era il suo bello, e permetteva ai suoi estimatori di sentirsi parte di una nicchia di illuminati chiamati ad apprezzare un racconto fatto di oscure cospirazioni, fredde righe di testo sullo schermo di un computer, eredi di Matrix ma senza arti marziali, personalità multiple e la faccia di un attore che non sapevi mai se amare o tenere lontano dalla tua famiglia.
A preoccuparmi, di Mr. Robot, era che a un certo punto potesse diventare “troppo”, e che i gorghi della trama costruita da Sam Esmail si facessero così oscuri, da farci perdere di vista ciò che realmente stava accadendo. E questo, in fondo, è un paradosso abbastanza classico per le serie, ancora di più per quelle che usano l’intrigo e i segreti come ingrediente principale: rispetto al cinema, loro cugino più stretto, le serie tv offrono uno sviluppo più rotondo di trame e personaggi, ma si portano anche dietro una responsabilità precisa, cioè quella di sapere quando è il momento di finire.
Ed è qui che Mr. Robot si è salvata, quando i suoi produttori hanno deciso che la quarta stagione sarebbe stata l’ultima, e sarebbe stata interamente scritta e diretta dal suo creatore Sam Esmail, una specie di carta bianca concessa con l’obiettivo di dare una conclusione vera e piena a tre anni di storie.
E Sam Esmail ce l’ha fatta.

Come ci siamo detti fin dall’inizio e poi nel corso delle settimane con i Serial Moments, la quarta stagione di Mr. Robot è ancora stratificata e onirica, ma anche gustosamente semplice. Ha rimesso in ordine tutti i pezzi del puzzle, riuscendo comunque a darci la soddisfazione di una sorpresa finale che funziona in modo pieno, non solo o non tanto come ultimo colpo di teatro, ma anche come ulteriore mattone di un castello che è rimasto sorprendentemente coerente.
Se nelle settimane precedenti Esmail si era occupato di portare a termine tutta la storia della FSociety e della componente più politica ed economica della serie, culminata con il suicidio di Whiterose e la sostanziale vittoria da parte di Elliot e compagni, gli ultimi due episodi si dedicano a un’operazione spesso necessaria per serie come questa, che per anni portano avanti trame personali e trame “pubbliche”: esattamente come successo in Sons of Anarchy (primo esempio che mi viene in mente, ma se ne potrebbero fare altri), una volta messe da parti le questioni che riguardano la globalità del mondo della storia, Mr. Robot concentra gli ultimi due episodi solo sul suo protagonista, un ragazzo che aveva portato a termine una missione che si era prefisso da solo, ma che ancora non era riuscito a completare quella che gli era stata affidata dal suo autore, cioè trovare una quadra al casino pauroso che aveva in testa.

Quella di Elliot e della sua famiglia è stata una storia di continue rivelazioni e sorprese. La prima è stata quella relativa all’identità di Mr. Robot, che non era un vero socio e amico, bensì solo una personalità di Elliot che si manifestava con l’aspetto del padre defunto. Da lì in poi le sorprese non sono mai mancate, dalla scoperta di avere una sorella a quella, recente, della violenza subita da bambino, proprio ad opera di quello stesso padre di cui poi Elliot aveva creato nella sua mente una versione fittizia e in qualche modo “migliore”.
Ma Esmail non aveva ancora finito di sorprenderci. La scoperta degli abusi, nascosti da Elliot in un lontano recesso della sua mente, sembrava essere la chiave di volta del suo sviluppo e della sua guarigione, e in parte è stato così. Ma in realtà lo svelamento di un trauma rimosso non è bastato a gestirlo e dargli una posizione più sicura e meno pericolosa nella psiche del protagonista. Serviva infatti un passo in più, che non potevamo prevedere.



Le ultime due puntate di Mr. Robot – spese in buona parte a mostrarci un Elliot spaesato immerso in un mondo surreale in cui suo padre è un brav’uomo ancora vivo, e lui un semplice ragazzo in procinto di sposarsi con Angela (ancora viva pure lei) – sono di fatto un ultimo atto di hackeraggio, questa volta operato da Elliot sulla sua stessa mente.
La scoperta, vertiginosa, avviene nel giorno del suo matrimonio, che non si celebra perché nulla di quel mondo è reale, è tutto un cartonato usato da Elliot per forzare i limiti della sua stessa percezione: Mr. Robot gli rivela che Elliot, l’Elliot col cappuccio che noi abbiamo sempre considerato la personalità “vera” del protagonista, non è altro che “un’altra” personalità, un eroe da fumetto distopico che il vero Elliot ha elaborato e lasciato operare né più né meno che lo stesso Mr. Robot. Anche lui, l’Elliot che pensavamo vero, è uno strumento di difesa, con cui l’Elliot reale, che di fatto non abbiamo praticamente mai visto, riusciva a fuggire dai suoi molti traumi.

La scoperta è di quelle che fanno mancare il terreno sotto i piedi, al protagonista come a noi spettatori, perché rompe un patto comunicativo che Elliot aveva con noi, e che si basava prima di tutto sulle normali regole della narrazione, in base alle quali si dà sempre per scontato, fino a prova contraria, che il protagonista di una storia sia una persona vera di cui noi tendenzialmente sappiamo di più rispetto agli altri personaggi. Ma con Mr. Robot c’era anche di più, perché Elliot intratteneva un vero e proprio dialogo con noi. Per tutta la serie, il protagonista ci ha parlato in modo esplicito, e nei periodi in cui ha smesso di farlo abbiamo percepito un palese disordine, che andava ristabilito con la ricostruzione delle condizioni che ci permettevano di avere un dialogo con lui.

Rivelare che l’Elliot con cui abbiamo parlato per quattro anni non è quello vero, mette in dubbio anche la nostra esistenza, o quanto meno impone qualche riflessione sul nostro ruolo. In qualche modo, mettere Elliot-col-cappuccio sullo stesso piano di Mr. Robot, finisce col mettere a quel livello anche noi, togliendoci il privilegio di essere interlocutori diretti dell’autore della serie, per trasformarci in personaggi fittizi della stessa narrazione. Siamo anche noi pezzi di un puzzle, e fino all’ultimo non abbiamo compreso davvero né il nostro ruolo, né quello del personaggio che credevamo essere l’unico appiglio sicuro al mondo reale.
La cosa bella, però, è che questa scoperta non è solo un gioco linguistico con cui stupire lo spettatore, o un modo intelligente ed efficacissimo di raccontare la psicosi (farci vivere in modo così pieno gli inganni che la mente può rivolgere a se stessa è molto più efficace che descrivere accademicamente il funzionamento di quei meccanismi mentali). No, la scoperta funziona anche e soprattutto perché permette a Sam Esmail di chiudere anche il discorso più ampio della serie, quello legato al nostro ruolo nella società.

In un mondo dominato dalle corporazioni e dai complotti, dove il singolo individuo rimane inevitabilmente schiacciato e manipolato, Esmail ha scritto per quattro stagioni la storia di un gruppo di hacker impegnati nel tentativo di ridare un po’ di potere e libero arbitrio alla gente comune. E nel farlo non li ha descritti come eroi senza macchia e senza difetti, bensì come creature complessate e danneggiate a cui, però, è stato concesso di ritagliarsi un ruolo all’interno di un meccanismo più grande.
Quando Esmail ci dice che il “nostro” Elliot sostanzialmente non esiste, si guarda però bene dal dirci che è inutile, e che finora abbiamo seguito le azioni di un fantasma. Al contrario, anche questo Elliot tutto psicologico ha avuto la possibilità di avere un ruolo, di provare dei sentimenti, di avere insomma una sua realtà effettiva.
Ci sono due momenti fondamentali, nell’ultimo episodio, che riguardano questo tema: il primo è il dialogo con Darlene, nel quale la ragazza dice a Elliot di aver sempre saputo che lui non era il suo vero fratello, ma un’altra personalità da lui elaborata inconsciamente. È un dialogo toccante, molto intimo, che si conclude con la rassicurazione, da parte di Elliot-col-cappuccio, che nonostante tutto le ha voluto bene. E questo amore non è altro che la possibilità che Esmail concede a questo Elliot di esistere, di non essere solo una “personalità”.

Il secondo momento è l’ultimo monologo di Elliot, quello che di fatto rivolge a noi. E come già successo in passato in altre forme, è un monologo sull’esserci, sull’essere presenti, sul combattere per avere un ruolo nel mondo in cui viviamo. Elliot non può che riconoscere la sua natura di personalità multipla, e si sta preparando a lasciare il campo al vero se stesso, ma non lo fa con la mestizia di chi ha compreso di non contare nulla. Lo fa invece con l’orgoglio di chi sa di aver fatto qualcosa della sua esistenza, di aver avuto un’utilità. E in fondo questo è uno dei temi centrali di tutta la serie, cioè la capacità di ognuno di noi, per quanto piccolo, insignificante o transitorio, di lasciare un segno, di non farsi esclusivamente trascinare da maree politiche e sociali più grandi di sé, per piantare i piedi, almeno qualche volta, e ottenere un cambiamento.
Riconosciuto questo suo ruolo, Elliot-col-cappuccio può effettivamente entrare in un cinema insieme a Mr. Robot, alla madre e al sé più piccolo, per accogliere il ruolo che ora gli competerà, cioè quello di spettatore all’interno della mente del vero Elliot. Una trasformazione che riguarda anche noi: abbiamo fatto quello che dovevamo fare, abbiamo dato supporto a questo Elliot nella sua lotta, e ora ci possiamo riposare, sedendoci comodi in poltrona a guardare altre storie.
A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che non siamo esistiti, che non siamo serviti a niente, ma in realtà siamo serviti a tutto.

Argomenti mr. robot, sam esmail


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