5 Febbraio 2020

Deep Streaming: My Husband Won’t Fit. Su Netflix la storia di una vagina ribelle di Gianluca Bortolotto

Giappone, primi anni del nuovo millennio.
Fuori dal mini appartamento per studenti preso in affitto:

1-Aceri che mutano in rosso per l’arrivo dell’autunno;
2-Lo scorrere lento di un ruscello;
3-Il suono lontano del treno espresso che da Tokyo corre verso i monti della prefettura di Saitama.

Dentro:

1- tazze da tè fumanti;
2-un comodo futon steso su altrettanti ordinati tatami;
3-la vagina di Kumico troppo stretta;
4-il pene di Kenichi che proprio non riesce ad entrare.

Kumico e Kenichi si conoscono e si innamorano sui banchi dell’università, scienze dell’educazione. Il loro destino è quello di diventare maestri di scuola, un’ambizione modesta come modesti sono i loro modi gentili ed educati, e modesta la loro estrazione sociale: Kumico, cresciuta in una famiglia come tante in un villaggio alla periferia di Tokyo con due sorelle leggermente antipatiche, un padre affettuoso ma troppo debole e una madre anaffettiva, incapace di dimostrare amore e incapace di risparmiarle continue critiche e umiliazioni.
Kenichi, ragazzone tanto simpatico quanto ingenuo ma dal grande cuore, determinato a costruirsi una famiglia fotocopia della propria di origine dove, come l’architettura famigliare giapponese vuole, l’uomo è pilastro e architrave e la donna è parafulmine e tubatura di scarico.

Kumico e Kenichi si amano sinceramente e la loro relazione sembra promettere fin da subito un destino sereno e longevo… malgrado un piccolo intoppo: senza una ragione apparente, il pene di Kenichi non entra in Kumico.
Il motivo di questo impedimento rimane misterioso per tutti i dieci episodi disponibili su Netflix, e sembra non causare alcun problema alla qualità della loro relazione. Anzi, la loro complicità aumenta dopo ogni tentativo fallito e la voglia di lasciarsi alle spalle questo “piccolissimo inutile dettaglio” fa presupporre che tutto l’assunto della serie sia che il pieno appagamento sessuale  in una coppia non sia poi così necessario per far funzionare un matrimonio.

Ma sarà poi così vero? Sembra proprio di no: ben presto Kenichi diventerà un assiduo frequentatore di bordelli specializzati in ragazze dalle tette grosse e Kumico, sempre più chiusa in se stessa, arriverà addirittura a  ringraziare le prostitute frequentate dal marito per prendersi cura così amorevolmente di lui.

La vicenda è quasi completamente incentrata sulla figura della timida Kumico e sull’indagine delicata e rispettosa delle motivazioni profonde che hanno causato questa sua “imperfezione”.
In lei, puntata dopo puntata, cresce uno smisurato senso di inadeguatezza rispetto alle richieste della società maschilista giapponese e un profondo senso di colpa che la porta a mettere alla prova la sua capacità di essere uno strumento di piacere “completo” per un uomo, consumando in maniera bulimica rapporti sessuali occasionali con uomini squallidi e completamente fuori di testa.

Per noi spettatori occidentali tutto questo racconto a tratti risulta incomprensibile e surreale. Il tono della narrazione è delicato come un sussurro e anche quando i temi trattati a volte rasentano la tragedia, sui volti dei protagonisti rimane stampato un inquietante sorriso color pastello che ha lo stesso odore dell’olio per neonati usato dai due per aiutarsi nella penetrazione.
Fa da sfondo ai due protagonisti un Giappone “qualsiasi”, lontano dalla solita rappresentazione di maniera, ma che racconta con un tono fortemente critico la condizione della donna costretta ancora oggi a vivere in un costante e nevrotico equilibrio fra emancipazione e sottomissione.

Le Donne legate negli scatti di Araki rappresentano in maniera compiuta la figura di una donna che esprime la consapevolezza della propria potenza proprio nel numero e nella forza dei nodi che la rendono incapace di agire e la ribellione inconscia di Kumico, di cui essa stessa è vittima, si manifesta proprio nel non voler fare entrare Kenichi in lei, negandosi il piacere dell’uomo che ama, determinando i tempi della sua sottomissione, con la consapevolezza che prima o poi dovrà cedere alla regola e accettare il proprio destino.

Perché seguire My Husband Won’t Fit: per scoprire, esattamente come in una serie gialla, il vero motivo del blocco di Kumico, ma anche perché ci si innamora fin dalle prime puntate dei due protagonisti, di un amore adolescenziale, puro, senza la malizia voyeuristica di andare oltre a quello che ci viene mostrato e raccontato.
Perché mollare My Husband Won’t Fit: beh, inutile ricordarvi che trattandosi di una serie Giapponese, in lingua Giapponese con attori Giapponesi il ritmo non è proprio quello di Fast and Furios Tokyo Drift.



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