18 Giugno 2020

Love Life season finale: lezioni di amore contemporaneo di Diego Castelli

La serie di HBO Max con Anna Kendrick termina la prima stagione portando a compimento un percorso assai meno scontato di quanto si potesse pensare

SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE DI LOVE LIFE

A inizio giugno avevamo parlato di Love Life, nuova (anzi prima) serie della neonata piattaforma HBO Max, soprattutto nei toni del “che cosa curiosa che una piattaforma con quel nome tiri fuori come primo prodotto originale una commedia romantica”. E quello stupore regge ancora.
Però è arrivato anche qualcosa in più, perché se è vero che nel percorso di Darby – protagonista destinata a trovare il vero amore solo alla fine della prima stagione, dopo molti tentativi falliti – si vedevano già gli ingredienti di un approfondimento più corposo di una semplice collezione di facce buffe da amare e scartare, è altrettanto vero che questo sviluppo è stato più pieno e interessante del previsto. Uno sviluppo che ora ci permette, a stagione conclusa, di fare qualche ragionamento in più sul modo di rappresentare l’amore di una serie che ha la parola “love” perfino nel titolo.
(O forse sto solo cercando di difendere un prodotto che mi è piaciuto e che ha ricevuto critiche tiepide, ma vabbè, poco cambia)

A essere interessante è il modo in cui Love Life si inserisce in una più generale, nuova concezione dell’amore, che riguarda anche e soprattutto i personaggi femminili, e che stiamo vedendo ormai da qualche anno, al cinema e in tv.
In Love Life, il percorso della protagonista non si limita a farla saltare da un partner all’altro, finché non arriva quello che le fa battere davvero il cuore. No, la strada di Darby è più accidentata di così, e passa da un matrimonio fallito e da una figlia avuta con un uomo che è sì una brava persona, ma che lei non ama veramente. E quando effettivamente l’amore vero arriva, nell’ultimo episodio stagionale, non ci viene descritto con eccesso di fanfare, colombe bianche e coriandoli, bensì come un incontro normale, che porterà a una relazione “definitiva” di cui, però, non ci verrà detto praticamente nulla.

A essere messo in discussione, in Love Life, è quel vecchio concetto della metà della mela, ricordate? Quello per cui ognuno di noi sarebbe la metà di una mela, in cerca dell’altra metà che gli/le permetterebbe di raggiungere una qualche mitica “completezza”.
Ecco, quella favoletta lì ormai è in crisi da anni, non solo nell’ottica pessimista di chi dice “l’altra metà non esiste, non posso sperare nella completezza”, ma soprattutto dal punto di vista di chi, invece, sente che la vera felicità possa arrivare solo dall’essere prima di tutto completi di per sé. La ricerca dell’altro, in quest’ottica, non si riferisce più a fantomatiche “metà”, ma proprio ad altri frutti.
Se guardiamo a quello che succede a Darby nella serie, assistiamo alla maturazione di una ragazza che aveva grossi problemi di autostima, e che cercava costante rassicurazione dagli altri, come se avesse un continuo bisogno di essere amata per dare un senso alla propria vita.
Un problema che deriva in primis dal rapporto burrascoso con la madre, e che non è facilitato da molte buffe situazioni in cui l’uomo di turno sembra largamente più interessato al proprio benessere che a quello altrui (agli uomini, tipicamente, viene insegnato molto prima, e da molto più tempo, che possono essere mele complete).
Il lieto fine, per Darby, non arriva quando finalmente trova un uomo che la ama incondizionatamente (quello l’aveva già trovato, e si era accorta che non bastava). Il lieto fine arriva quando Darby è finalmente venuta a patti con le sue fragilità, quando risolve i problemi con la madre, quando inizia una carriera che le dia veramente la sensazione di avere un posto del mondo.
In questo senso, scopriamo che il titolo della serie conteneva già la risposta a tutti i problemi: se prima leggevamo “love life” come “vita amorosa”, cioè come l’insieme delle vicissitudini romantiche della protagonista, alla fine della stagione possiamo leggerla come un imperativo, “ama la vita”, perché è esattamente quello che Darby riesce a fare, amare la vita e se stessa senza bisogno di altro. E guarda caso, è proprio questo il traguardo che serve per essere pronte a trovare una persona con cui condividere il resto dell’esistenza, senza che a quella persona venga affidato l’insostenibile compito di fare da puntello alle insicurezze di Darby.

La sceneggiatura segue questo percorso con grande leggerezza, in termini di atmosfera (ma non mancano i momenti tosti), di facilità e comprensibilità. Non è una serie difficile, Love Life, ma questo non le impedisce di affrontare alcuni temi – questi sì – complicati, che riflettono nuove concezioni dell’amore nel 2020.
Mi ha fatto subito pensare a La La Land, il film di Damien Chazelle che, oltre a essere un gioiellino di messa in scena, musica e performance (con tutti gli oscar al seguito), colpì anche per una precisa scelta narrativa, abbastanza forte, in un contesto altrimenti super-classico, da far storcere più di un naso.
Spero non sia considerato uno spoiler per chi non l’ha visto (nel caso saltate al paragrafo successivo), ma La La Land non ha il “lieto fine” classicamente inteso, e che pareva scontato vista la storia e l’approccio da musical classico. Alla fine di La La Land, i due protagonisti si lasciano, ma il finale resta lieto perché entrambi riescono a raggiungere i loro sogni, la recitazione nel caso di Mia, e l’apertura di un rinomato locale jazz nel caso di Sebastian. Un ribaltamento che non piacque a chi sperava nel lieto fine tradizionale, ma che invece è la vera punta di diamante di quel film, il suo modo di riflettere una contemporaneità che, piaccia o meno, è un po’ più individualista, e ha scoperto l’importanza dell’auto-realizzazione prima di quella di coppia.

E di esempi così ne potremmo trovare diversi anche nelle serie. Il primo che viene in mente è The Marvelous Mrs. Maisel, in cui la protagonista sembra all’inizio una moglie assolutamente perfetta e, soprattutto, felice del suo ruolo, ma che scopre a poco a poco di aver bisogno di altro per essere davvero soddisfatta di sé. O per lo meno per essere davvero se stessa.
Vediamo così all’opera quello che potremmo chiamare il potere “normalizzante” delle serie tv. È vero, ci sono serie che lanciano messaggi forti e immediati, imponendo un certo tipo di discorso. Pensiamo a The Handmaid’s Tale, o anche a una cosa fresca e leggera come Modern Family, che fin dal titolo fa passare un messaggio forte: ti faccio vedere la famiglia di oggi, che è multiforme e multicolore, e se tu non vuoi chiamarla famiglia sono fatti tuoi, ma ti sbagli.
Ma il vero potere delle serie tv non sta nel lanciare un singolo messaggio qui e ora, quando piuttosto nel tenerlo vivo per settimane, mesi e anni.
Gli anni di Will & Grace sono serviti a fornire agli spettatori personaggi gay che mostrassero il volto del tutto innocuo (per gli etero) dell’omosessualità, e il decennio di Modern Family è servito soprattutto a mostrare, nella cornice rassicurante della comedy, che le scelte delle persone in fatto di amore e famiglia non sono mai pericolose per nessuno.
In questo senso, e pur senza toccare il tema minoranze, così importante al giorno d’oggi, Love Life nasce chiaramente dal modo in cui abbiamo cominciato a cambiare la nostra idea di amore e di vita, e come sempre in questi casi è sia riflesso che sprone, sia fotografia che commento e consiglio.
Nel suo piccolo, è una serie tutta incentrata sull’amore che ci mostra come l’amore, al contrario di quello che abbiamo pensato negli ultimi secoli, non sia poi così necessario. O meglio, suggerisce che non ci possa essere un amore giusto, un amore felice, se prima di rivolgerlo a un’altra persona non viene rivolto prima a se stessi.
Ora sono proprio curioso di vedere su che tema amoroso volgerà la seconda stagione.

E poi dicono che a guardare le serie tv si perde tempo. Mah…

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