11 Agosto 2020

The Umbrella Academy seconda stagione: come prima, più di prima di Diego Castelli

Una stagione che in teorica racconta la stessa cosa, ma aggiungendo un sacco

SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE

Con The Umbrella Academy sono in debito da più o meno un anno e mezzo.
Sì perché avevo scritto una recensione iniziale, relativa ai primi episodi della prima stagione, promettendo che poi ne avrei riscritto una volta conclusa la visione, e invece non l’ho fatto. E ho il timore che, se andiamo bene a guardare, questa cosa del promettere articoli che poi non scrivo è capitata parecchie volte.

Ma non parliamo di me e delle mie mancanze, parliamo di The Umbrella Academy e dei suoi pregi.
Già all’epoca ne parlammo bene, soffermandoci un po’ più del (nostro) solito sul rapporto fra origine fumettistica e trasposizione seriale, più che altro perché c’era un po’ di gente che se ne lamentava, e bisognava difendere una serie tv che no, non era dirompente come il fumetto, ma forse nemmeno ci provava: quello che tentava di fare era offrire un intrattenimento ben costruito, che filasse dall’inizio alla fine, e che avesse uno stile riconoscibile. E tutto questo c’era.
Affrontando la seconda stagione, direi di parlare ancora meno del rapporto fra fumetto e serie, ci sono altri siti per quello. Ci limiteremo a dire che questo ciclo di episodi segue in maniera abbastanza libera il secondo volume del fumetto, e soprattutto ne cambia in maniera significativa il finale, puntando a un cliffhanger molto più ardito.

Una cosa che mi viene spontaneo dire della seconda stagione di The Umbrella Academy, e che potrebbe suonare come una critica, è il fatto che a grandi linee ha la stessa trama della prima: i protagonisti devono riunirsi (fisicamente ed emotivamente) dopo un periodo di separazione e impedire un’apocalisse causata dai poteri di Vanya.
Ma se la struttura non è cambiata, a cambiare è stato tutto il resto.
Come detto, avevamo lasciato i nostri personaggi sull’orlo di un totale fallimento. Anzi, anche un po’ oltre l’orlo. Dopo aver cercato di annullare l’apocalisse che Five (o Cinque, se la guardate in italiano) aveva già vissuto, i nostri non riuscivano a impedire che Vanya, scoperti i suoi poteri e in preda alla frustrazione per anni di bullismo e indifferenza, desse libero sfogo alla sua potenza causando una distruzione su scala planetaria. L’unica cosa che erano riusciti a fare era fuggire.
Ebbene, all’inizio della seconda stagione sappiamo cosa ne è stato di loro: nell’ansia della fuga, Five è riuscito a portarli indietro nel tempo, ma il risultato è stato quanto meno… disordinato. I nostri infatti finiscono tutti nello stesso vicolo, ma in momenti diversi dei primi anni Sessanta, così che tutti arrivino a pensare di essere rimasti soli, e debbano così inventarsi una nuova vita, fosse anche solo in attesa di vedere se fratelli e sorelle sarebbero spuntati di nuovo da qualche parte.
Il risultato sono alcuni episodi iniziali che si prendono parecchio tempo per descrivere la nuova vita dei figli di adottivi di Sir Reginald Hargreeves, ognuno dei quali si ritrova in situazioni impreviste: Vanya perde la memoria e viene “adottata” da una famigliola che vive in campagna e le fa fare la babysitter; Luther diventa pugile prezzolato di un boss mafioso; Klaus, usando i suoi poteri medianici e l’aiuto del fratello defunto Ben, si fa passare per profeta religioso e fonda una setta; Diego finisce in un manicomio; Allison addirittura si sposa con un attivista per i diritti civili dei neri, con cui condivide lo spirito egualitario e la fame di giustizia. E naturalmente tocca a Five, quello che effettivamente sa viaggiare nel tempo e che tende ad avere sempre uno sguardo più generale sulle vicende del gruppo, rendersi conto della nuova minaccia e della nuova necessità di riunirsi e combattere insieme.

A questo proposito, giova sottolineare che la seconda stagione di The Umbrella Academy parte subito col botto, con una grande scena d’azione in cui Five si ritrova a guardare i “siblings” che combattono contro i sovietici in una Guerra non-proprio-Fredda che conduce a un’apocalisse nucleare. Una partenza col botto (direi letteralmente) che diventa quasi paradossale, perché per tutto il resto della stagione Five cercherà di impedire proprio il replicarsi di quella scena, in cui per un attimo avevamo visto la Umbrella Academy nel pieno del suo fulgore supereroistico, come forse il buon(?) Reginald l’aveva sempre intesa.

E qui arriviamo all’altro punto fondamentale. Quell’immagine di battaglia, così gustosamente marvelliana, se mi passate il termine, è quasi una battuta, perché è tutto ciò che The Umbrella Academy non è e non vuole essere. La presenza di superpoteri, di maschere, di nomi in codici fa subito pensare al supereroismo, ma al cuore di questa storia c’è proprio la sua parodia, la sua storpiatura, l’interesse a mostrare non tanto le azioni di un gruppo di supereroi, quando i disagi che quel supereroismo ha causato in un gruppo di persone a cui è stato imposto (o, nel caso si Vanya, lungamente negato).
Non è un caso che, nella seconda stagione come nella prima, la divisione fra buoni e cattivi in The Umbrella Academy sia abbastanza sfumata. Certo, i membri dell’Academy potrebbero essere i buoni, ma allo stesso tempo sono (o erano) guidati da un padre-padrone dall’etica molto dubbia, si macchiano di crimini non da poco (soprattutto Five), e a conti fatti si trovano a dover risolvere per due volte un problema che è creato da loro stessi (perché è Vanya che causa due apocalissi). Sull’altro fronte abbiamo la Commissione, che ha in The Handler la sua figura di spicco e l’antagonista più evidente di Luther e compagni, ma che allo stesso tempo non è esattamente assimilabile a un villain, visto che cerca semplicemente di mantenere l’ordine della linea temporale. Non per nulla, a conti fatti, The Handler finisce con l’essere considerata una “mela marcia” dell’organizzazione, che alla fine della stagione torna in mano ai suoi funzionari più buoni, o quanto meno neutrali, che vogliono svolgere il loro lavoro senza coltivare specifiche brame di potere.

Fin qui abbiamo parlato solo di ciò che accomuna la prima con la seconda stagione. Cioè, ci fa piacere notare che la coerenza tematica è rimasta intatta, è ancora “quella roba lì”.
Ma in questo nuovo ciclo di episodi c’è anche tanta novità. Il concetto dei viaggi nel tempo, già presente l’anno scorso, viene ripreso e ampliato, a partire da un’ambientazione completamente diversa: siamo a ridosso dell’omicidio Kennedy, in una Dallas che ricorda da vicinissimo le atmosfere di 22.11.63, la miniserie tratta da Stephen King che trattava dello stesso what if, cosa sarebbe successo se Kennedy non fosse stato ucciso, arrivando peraltro a una conclusione simile: il disastro.
Ed è anche interessante notare come The Umbrella Academy abbia piena coscienza del suo essere una serie da binge watching, perché nella prima metà della stagione si dedica alla lenta costruzione di un nuovo mondo, permettendo di scoprire le nuove realtà dei personaggi, calcando in particolar modo la mano su Vanya e Allison, che saranno capaci di dar vita a legami abbastanza potenti da essere quelle che avranno più da perdere dal loro inevitabile scioglimento. Sono puntate addirittura lente, se vogliamo, che non sarebbero adeguate a una programmazione da canale generalista, perché costruite per far parte di un unico tutto. Ma funzionano benissimo nell’ottica di un binge watching che ci permette di vedere come il salto temporale non sia casuale, lasci strascichi, obblighi i personaggi a ripensare a se stessi e alle proprie priorità.

Cosa che, in un’ottica più generale, fa anche la serie nel suo complesso. Questo vale prima di tutto in termini di tono, perché la seconda stagione è meno pesante e più giocherellona della prima. Più piacere o meno, ma Steve Blackman quest’anno ha consapevolmente premuto a fondo il pedale dell’ironia, stemperando quasi ogni situazione con un sorriso grottesco. E questo naturalmente senza precludersi la possibilità di qualche sequenza più carica dal punto di vista emotivo. Un esempio per tutti l’addio di Ben, che essendo un fantasma può aiutare Vanya a uscire dal suo momento di non-controllo senza rimanere vittima del suo potere, salvo poi essere costretto ad andare oltre, lasciando il nostro piano dimensionale per finire nel vero aldilà, qualunque cosa ci sia.
Ma il ripensamento vale anche per il peso dei vari personaggi. The Umbrella Academy resta una serie corale, che riesce a dare spazio a tutti i suoi protagonisti, ora in un modo ora nell’altro. Ma se l’anno scorso il fuoco sembrava concentrato soprattutto su Vanya per il suo essere outsider, e in parte su Luther per la sua “presenza fisica” (sembra una sciocchezza ma, se parliamo di supereroi, quello “grosso e forte” tende sempre a essere visto come il leader, tanto più se si chiama “Numero 1”), quest’anno hanno guadagnato molto spazio Allison, il cui attivismo ha permesso alla serie di darsi connotazioni politiche e sociali che hanno allargato il respiro del discorso, a soprattutto Five.
Su questo punto bisogna prendersi un momentino per fare un applauso preciso a Aidan Gallagher, l’interprete del giovane teletrasportante. Stiamo parlando di un ragazzo che, mentre scrivo queste righe, non ha ancora compiuto diciotto anni, e che da due stagioni interpreta un cinquantenne ritornato nel corpo di un adolescente. E lo fa con una semplicità disarmante, e una capacità sorprendente di sembrare davvero il più vecchio di tutta la truppa. Lo si vede quando parla con il sè stesso più anziano, con Diego, ma anche e soprattutto con Luther, che al suo cospetto diventa veramente un gorillone senza cervello. Teniamolo d’occhio che questo qui potrebbe avere una carrierona.

Ecco, se devo riassumere cosa mi rimane dalla visione della seconda stagione di The Umbrella Academy, c’è la rinnovata capacità di costruire una storia che sia davvero concentrata su un gruppo di caratteri molti diversi, ma uniti da un’idea di famiglia acquisita, allargata, chiamatela come volete, che resta il centro di ogni possibile sanità mentale: non c’è ordine, nell’universo di The Umbrella Academy, che non passi dall’accordo e dalla coesione tra fratelli e sorelle, che solo quando sono uniti possono far fronte alle avversità (molte delle quali, peraltro, create proprio dai momenti di disordine intrafamigliare).
E proprio per questo, per la quantità di danno che sappiamo arrivare dalla distruzione di questa famiglia, che il cliffhanger pensato per il finale di stagione è ancora più interessante: quando finalmente i nostri riescono a tornare nel presente, avendo evitato ben due apocalissi, si ritrovano in un mondo nuovamente stravolto, dove l’Umbrella Academy non esiste, sostituita dalla Sparrow Academy, un gruppo in cui Ben, da che inizialmente era l’unico morto della truppa, ora sembra l’unico vivo, affiancato da altre misteriose presenze di cui non sappiamo nulla.
Insomma, una nuova gatta da pelare per gli Hargreeves, che ancora una volta dovranno lottare per dare alla loro famiglia un posto minimamente saldo e che probabilmente avranno modo di ragionare più a fondo sul loro ruolo di “super-qualcosa”, visto che i nuovi pupilli di Sir Reginald, Ben compreso, sembrano tutt’altro che simpatici.
Il tutto senza dimenticare The Handler, interpretata da una splendida Kate Walsh, che in questa stagione è morta di nuovo, e probabilmente di nuovo tornerà, e che nel frattempo ha fornito una “nuova sorella” all’Academy.

Insomma, una stagione dove sono successe tante cose, pur rimanendo legati a una struttura che già conoscevamo, e chiusa infine dalla promessa di stravolgimenti più grossi per il futuro.
Ci sarà da divertirsi.

PS E non ho parlato dei tre svedesi, nonostante ci sia tanto cuore anche per loro. Vedi che è stata una stagione bella piena?



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