10 Dicembre 2020

Euphoria Christmas Special: un episodio eccezionale di Diego Castelli

In attesa della seconda stagione, una puntata strappacuore che non dimenticheremo

QUALCHE SPOILER C’È

Era l’estate del 2019 quando scrivevamo del nostro entusiasmo per Euphoria, la serie di Sam Levinson con protagonista Zendaya, che provava a raccontare al pubblico adulto di HBO i motivi più indecifrabili delle fragilità di tanti ragazzi (non solo) americani.
E se l’estate del 2019, a livello seriale, è “un sacco di tempo fa”, lo è ancora di più considerando quello che c’è stato in mezzo, cioè un 2020 abbastanza terrificante per motivi che con le serie tv non c’entrano niente, ma che hanno finito con l’influenzare anche lo stesso mondo seriale, sia in termini produttivi che narrativi.
Ebbene, la notizia sul rinnovo di Euphoria per la seconda stagione era arrivata già a luglio 2019, ma ad oggi le riprese di questo nuovo ciclo di episodi non sono nemmeno cominciate. Questa cosa potrebbe generare una piccata frustrazione, se non fosse per l’arrivo di due episodi speciali, uno andato in onda lo scorso 6 dicembre (e disponibile in Italia su Sky on Demand e NOW TV), l’altro previsto per il prossimo 24 gennaio, che fungono da ponte fra la prima e la seconda stagione (tanto che non ho idea di come numerarlo nei prossimi Serial Moments).
Per nostra (e loro) fortuna, il primo di questi due speciali è stato così bello da acquietare le nostre rimostranze: se vi serve più tempo, ma poi tirate fuori episodi così, prendetevi tutti i mesi che servono.

La cosa bella di questo primo speciale, che a HBO sarà costato tipo 60 dollari e qualche pancake, è che è molto diverso da ciò che Euphoria è stata finora, eppure è esattamente quello, e alla massima potenza.
A cambiare è soprattutto l’aspetto strettamente visivo dell’episodio. Nel tentativo di raccontare nel modo più pieno e coinvolgente possibile le peripezie tossicodipendenti della sua protagonista, la prima stagione di Euphoria non lesinava in virtuosismi e cercava di inventare modi nuovi e creativi per mettere in scena le conseguenze dell’addiction, centrando l’obiettivo di essere insieme ficcante e realistica nel contenuto del racconto, quanto onirica e disorientante nella forma.
Questo speciale, invece, è di una pacatezza e di una linearità disarmanti. Quasi tutta l’azione, ambientata dopo la rottura fra Rue e Jules e la ricaduta della prima nel tunnel della droga, si svolge in una diner dove la protagonista si trova a parlare con Ali (Colman Domingo), il suo sponsor. Ali si rende conto che Rue è fatta, per quanto non ridotta malissimo, e si trova quindi costretto a intraprendere con lei una lunga discussione che provi ad andare al cuore di questa sua ricaduta, per vedere se c’è margine per una risalita.



A parte una sorta di intervallo a metà puntata, quando Ali chiama le figlie per gli auguri di Natale (l’episodio è ambientato alla vigilia), lasciando Rue da sola con le sue cuffie e la sua musica, tutto l’episodio è un lunghissimo dialogo, in cui Rue parla relativamente poco e Ali tantissimo, in una danza verbale dalla profondità continuamente cangiante: un attimo prima i personaggi sono due amici a un tavolo che chiacchierano del più e del meno, e un attimo dopo sono due tossici che cercano di andare fino in fondo alle grandi domande della vita. In tutto questo, la messa in scena è molto consapevole, c’è una grande attenzione per i volti, per le piccole sfumature della recitazione, per i ritmi e i silenzi, e c’è sicuramente una grande attenzione sonora alla voce di Domingo, che nel corso dei 55 minuti diventa una specie di rumore ipnotico da cui ci si sente rapiti e cullati.
Ma a parte questo, è tutto “normale”. Non ci sono i virtuosismi di cui parlavamo prima, non c’è l’Euphoria più spinta e scioccante, quella che a tratti sapeva essere perfino sgradevole.
Qui no, c’è solo una ragazza smarrita e un adulto più esperto che prova a salvarla.

Ma è proprio in questa semplicità che Euphoria non smette nemmeno per un secondo di essere Euphoria. Il senso della serie, infatti, continua a essere quello di scavare e scavare e scavare nel terreno marcio e sconnesso della tossicodipendenza, provando a comprenderne i motivi più reconditi, andando sempre oltre le formule scontate e gli stereotipi. E se la prima stagione conseguiva questo obiettivo (anche) attraverso le sperimentazioni visive, questo speciale punta nella stessa direzione, solo usando altri metodi. E in qualche modo l’ambientazione e il momento della storia della protagonista si prestano a questo gioco: i primi otto episodi di Euphoria, infatti, ci mostravano le difficoltà dei ragazzi nei loro rapporti reciproci, spiegando la caduta di alcuni di loro nella dipendenza come il risultato di una serie di relazioni tossiche capaci di produrre uno stress a cui i teenager non sono per nulla preparati. E in questo contesto fatto di feste, eventi sociali, comunicazioni digitali e scontri con le famiglie, il caos anche visivo diventava specchio perfetto della confusione interiore che la stessa Rue provava incessantemente, e a cui riusciva a imporre il silenzio solo tramite le sostanze stupefacenti.

Lo speciale, invece, parte da una posizione diversa, e si propone di raccontare un viaggio per lo più interiore. È la vigilia di Natale, Jules è partita, la scuola è chiusa. Non è il momento delle feste e forse per molti ragazzi potrebbe anche l’essere l’occasione di un po’ di pace familiare. Ma per Rue non è così: il suo proposito di sobrietà, che si basava esclusivamente sulla volontà di essere una buona compagna per Jules, naufraga miseramente dopo la rottura, e diventa uno dei primi argomenti trattati da Rue e Ali: non esiste guarigione dalla tossicodipendenza che non parta da un percorso soprattutto individuale di accettazione, scoperta, perdono.
Quello che sentiamo nel resto dell’episodio sono in parte formule e riflessioni che ci è già capitato di incontrare in altri contesti simili, ma a cui questa volta viene concesso il tempo di sedimentare, riuscire, poi fallire e riuscire di nuovo.
Nella calma silenziosa della diner, quella che va in scena è una sfida tanto pacata quanto decisiva per il futuro della protagonista: nel tentativo di salvarla, Ali deve condurla per mano in un cammino accidentato e difficile, che lei non vorrebbe nemmeno intraprendere. E se è vero che tutto l’episodio è estremamente delicato e paziente, al contrario della prima stagione, percepiamo con forza tutta la tensione di un uomo che sa di dover trovare le parole più adatte, col rischio di sbagliare e mandare tutto a ramengo (e a un certo punto è vicinissimo al farlo), e contemporaneamente la difficoltà di una ragazza che ha sostanzialmente paura di tutto: di sé, delle altre persone, della difficoltà del percorso che sotto sotto vorrebbe intraprendere.

Quello che ne esce è un episodio che, se visto distrattamente o per pochi minuti, può sembrare lento e poco interessante, ma che in realtà, se gli si concede l’adeguata attenzione, si trasforma in un viaggio interiore interessantissimo dal punto di vista psicologico e assolutamente straziante da quello emotivo. A fine puntata si boccheggia, travolti da una quantità enorme di sensazioni, condotti anche noi per mano in un percorso (o l’inizio di un percorso) che magari non è il nostro, ma di cui sentiamo tutto il peso e le ramificazioni.
Alla fine non siamo diventati esperti di tossicodipendenza e di counseling, naturalmente, anche perché la sceneggiatura non vuole mettere in scena un percorso scientificamente terapeutico. Semmai, piuttosto che la soluzione, vuole mostrarci i veri confini del problema, obbligandoci ad affrontare cose che non capiamo e che spesso non vogliamo nemmeno capire, impegnati come siamo, noi “sani” o presunti tali, a sputare sentenze verso chi incontra difficoltà diverse dalle nostre, ma per le quali non ha colpe tanto quanto non ne abbiamo noi.

Non so dove andrà a parare la seconda stagione di Euphoria, e c’è naturalmente il rischio che per Rue ogni passo avanti debba comportarne due indietro, almeno finché non si metterà la parola fine all’intera serie. Impressione rafforzata proprio dall’ultima inquadratura, quando all’uscita dello spazio protetto della diner, dove Rue era riuscita a fare importanti progressi, il lunghissimo dettaglio sul volto cupo della ragazza, sulle note dell’Ave Maria, ci mostra con chiarezza che la strada è lunga e il Lato Oscuro tuttora molto forte.
A prescindere da tutto, però, quello che ci rimane per il momento è un episodio speciale che nella morìa seriale di questo autunno spicca come una gemma purissima, che ricorderemo a lungo, e che sarà necessario rivedere, per soppesare appieno i vari elementi come non è possibile fare durante la prima visione, necessariamente soverchiante.
Ad ogni modo, applausi.

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