16 Dicembre 2020

Speed Watching: guardare le serie velocizzate non è reato (lo dice Netflix) di Diego Castelli

È il momento di affrontare un per molti bizzarro, ma che potrebbe diventare di sempre maggiore attualità: lo Speed Watching

Il tempo è giunto.
Bisogna affrontare una questione che aleggia su questo sito da ormai parecchio tempo, che era rimasta negli angoli bui delle coscienze più colpevoli, ma che ora è emersa alla luce del sole e va affrontata di petto. E il motivo per cui è emersa, tanto che cominciano a fioccare un po’ ovunque articoli che ne parlano, è presto detto: ci si è messa di mezzo Netflix.
Stiamo parlando dello speed watching, ovvero della possibilità di guardare un contenuto audiovisivo a una velocità diversa (e in questo senso superiore) da quella per cui era stato concepito inizialmente.

Una possibilità che da qualche tempo, prima in via sperimentale e poi in pianta stabile, Netflix ha aggiunto fra le feature del suo player: se ora andate su Netflix (e stiamo parlando del sito desktop, non delle app per televisori) vedrete che accanto ai consueti pulsanti per i sottotitoli e la lingua, troverete anche un simbolo raffigurante un tachimetro, che vi consentirà di cambiare la velocità di quello che state guardando, diminuendola fino a 0.5x (cioè più lenta della metà), oppure aumentandola fino a 2x (cioè il doppio più veloce).

Nella maggior parte dei casi introdurre il tema dello speed watching con una persona che non ne ha mai sentito parlare porta a una risposta tipica: l’orrore e la repulsione.
Ma se sono qui oggi è per un motivo specifico: rivelarvi che lo speed watching è un figata pazzesca.
Ora consentitemi di prenderla alla larga, per spiegare bene la faccenda.

Cominciamo col dirci che la possibilità di modificare la velocità di un video visto su internet non è certo cosa di oggi. Ormai da anni esistono strumenti gratuiti e di facilissimo uso (posso citare “Video Speed Controller” per Google Chrome, per esempio), che si applicano a tutti i video in streaming (Netflix compresa), e la cui utilità è in realtà abbastanza intuitiva, se solo ci pensate un attimo.

Se vi siete persi la partita della vostra squadra del cuore e trovate su youtube una sintesi da 15 minuti, può venirvi voglia di velocizzare la cosa per cercare i gol senza però rischiare di perderli saltando da un punto all’altro della registrazione. Se volete rivedere una certa scena di un film, ma non vi ricordate bene dove sta, velocizzare il video vi permette di cercarla con più facilità. Se pensate di aver colto un dettaglio gustoso di una certa sequenza, rallentarne la velocità vi consente di aguzzare meglio la vista, per poi scrivere sui social le vostre scoperte gongolando furbescamente. E altri esempi si potrebbero trovare.

Ovviamente, però, quando si tratta di velocizzare o rallentare un racconto di finzione nell’atto della sua prima fruizione, entrano in campo riflessioni più delicate. Ha senso guardare un film o una serie velocizzate? Perché farlo? E così facendo, non si finisce con lo snaturare il prodotto che è stato concepito in un modo preciso? Ha senso pensare di poter elaborare un giudizio preciso su un’opera audiovisiva, se la si modifica in modo così sostanziale?

Torneremo a breve su queste questioni, ma prima vale la pena concentrarsi su come Netflix ha spiegato questa innovazione e su come quella spiegazione è stata recepita.

Netflix ha dichiarato che la possibilità di modificare la velocità è stata concepita per venire incontro alle esigenze di spettatori con bisogni particolari. Per esempio, i portatori di certe disabilità, magari legate alla lettura, potrebbero trovare maggiore agio nella possibilità di rallentare leggermente il flusso video e audio, così da leggere più facilmente i sottotitoli. Discorso simile per chi usa film e serie tv su Netflix per imparare una nuova lingua, il cui percorso di apprendimento potrebbe passare attraverso scene ed episodi rallentati, oppure per studiare, preparare esami e quant’altro.

Accanto alle dichiarazioni di Netflix, però, sono arrivate subito anche le accuse. Considerando che la piattaforma di streaming più famosa del mondo è anche quella che ha istituzionalizzato il binge watching; che produce la maggiore quantità di film e serie rispetto ai concorrenti; e che da sempre cavalca un’onda social fatta di continui rilanci, continue novità, continuo tentativo di tenere viva una conversazione collettiva sui suoi prodotti che spesso raggiunge il parossismo e la compulsione, sono in molti ad accusare Netflix di aver introdotto lo Speed Watching per giustificare, avallare, se non addirittura provocare, una visione dei contenuti prescinde dal normale piacere spettatoriale, e che si configura solo come un “prendi, divora tutto quello che puoi il prima possibile e parlane con tutti appena riesci, senza rischiare spoiler, conta solo questo e nulla più”.

Stiamo indirettamente parlando della FOMO, “Fear of Missin Out”, cioè quella forma di ansia che ci fa temere di rimanere fuori dagli eventi e discorsi che contano nella nostra bolla, per esempio il chiacchiericcio su una serie importante appena uscita. Una paura che spesso conduce a maratone forzate che smettono di essere piacevoli per trasformarsi in meri obblighi sociali che ci soffocano. Son problemi, eh.

Un’immagine che, chi più chi meno, abbiamo tutti ben presente e che, ne converrete, getta un’ombra inquietante su strategie di marketing volte a fare profitto massimizzando le inclinazioni meno salutari dei clienti.

Per quanto mi riguarda, rimanendo nel campo della pura opinione, le motivazioni addotte da Netflix sono valide (non faccio fatica cioè a immaginarmi la verosimiglianza delle situazioni d’uso suggerite), ma non ho alcun problema ad abbracciare anche le tesi complottiste. O meglio, non ho difficoltà a immaginare che un’azienda come Netflix, che volente o nolente col suo modello di business ha contribuito alla nascita di comportamenti e desideri particolari e propri di questi tempi (come appunto l’ansia da visione immediata che coglie molti di noi all’uscita di una nuova stagione), poi decida di introdurre strumenti che diano seguito a quei comportamenti, facilitando quelli che favoriscono un ulteriore attaccamento dell’utenza alla piattaforma.

Se volete possiamo indignarci per gli intenti manipolatori potenzialmente nascosti dietro lo Speed Watching, ma considerando che non c’è praticamente una sola azienda operante nel campo dei media che non cerchi in qualche modo di manipolarci per ottenere la nostra fedeltà, il nostro tempo, i nostri soldi e perfino la nostra sanità mentale, cadere dal pero denunciando il controllo della velocità sui contenuti di Netflix come se fosse la truffa psicologica del secolo mi sembrerebbe un po’ ingenuo.

Molto più interessante, invece, tornare a monte della questione, e chiedersi se guardare un film o una serie a velocità diversa possa avere senso anche al di là delle esigenze molto specifiche cui si faceva menzione in precedenza.
E la risposta è semplice: certo che ha senso. Anzi, è una goduria, lo faccio da anni, ed è molto meno assurdo di quello che sembra.

Approfondiamo per un attimo il tema etico relativo alla fruizione di un contenuto così come è stato concepito. Alcune personalità di Hollywood, fra cui Judd Apatow e Aaron Paul, si sono scagliate senza mezzi termini contro questa nuova feature, affermando che la velocità e il ritmo con cui una certa opera è stata girata e montata, non sono orpelli ininfluenti, bensì parte integrante di una strategia complessiva che punta a generare determinati effetti negli spettatori. Per fare un esempio semplicissimo: se nello speciale di Euphoria Zendaya fa passare un minuto prima di rispondere a una domanda, e noi facciamo diventare quel minuto trenta secondi, o venti, il peso di quel silenzio può cambiare considerevolmente nell’economia del racconto.
Istintivamente è difficile contestare questa presa di posizione: se un film è stato scritto e montato per durare un’ora e mezza, guardalo in un’ora e mezza. Semplice e indubitabile.

O forse no?

Se ci riflettiamo bene, il discorso sulla “protezione” dell’opera d’arte è più scivoloso di quanto sembri al primo impatto. Per esempio, potremmo dire che tutti i film pensati per uscire al cinema, ed effettivamente arrivati nelle sale in tutta la storia del medium, non dovrebbero essere mai visti in televisione, perché non sono stati pensati per quello. Oppure potremmo dire che un film, che al contrario di una serie generalista americana non prevede l’inserimento della pubblicità, non dovrebbe mai essere visto su una rete televisiva che la contempla. Oppure ancora potremmo sostenere che se il televisore su cui guardiamo un certo film non è settato nel modo corretto, restituirà dei colori che non sono esattamente quelli visti e pensati dal regista, rovinando così l’esperienza originaria.

E per quanto sono convinto che molti di voi siano disposti a rispondere istintivamente “infatti è così”, non avrebbero piacere se qualcuno andasse da loro a dirgli “no, non puoi dire di aver visto Arancia Meccanica, perché l’hai visto in tv, mentre io l’ho visto al cinema”.
Cioè, capite che l’”ok boomer” sale alla gola in un attimo.

C’è poi un esempio ancora più evidente: il doppiaggio. Scrivendo su Serial Minds mi rivolgo a un pubblico che in larga parte non fa più uso del doppiaggio, ma allo stesso tempo ne abbiamo tutti usufruito per molti anni, e continuiamo a guardare film doppiati la maggior parte delle volte che andiamo al cinema. Siete disposti ad ammettere che “non avete mai visto veramente Rambo” solo perché il protagonista parlava con la (splendida) voce di Ferruccio Amendola?

Il doppiaggio è un buon esempio di una pratica così radicata nella nostra cultura e nel nostro vissuto, che non ne percepiamo più lo straniamento. Ma provate a immaginare di non sapere cosa sia. Non avete mai sentito parlare del doppiaggio e in vita vostra avete sempre visto i film in lingua originale. A un certo punto un tizio qualunque viene a dirvi che lui guarda dei film in cui la voce degli attori originali è stata sostituita dalla voce di altri attori, di altre nazionalità, che sovrappongono la loro voce a quella degli interpreti del film, con un’ovvia e palese discrepanza fra ciò che le labbra pronunciano e quello che si sente, e spesso con un appiattimento generale dei livelli audio, a volte perfino con l’introduzione di risate finte (nel caso delle sitcom). E voi F4, basiti.

Siamo sicuri che questa cosa abbia più senso, sia più “naturale”, e renda il film “più accettabile” rispetto alla velocizzazione? Se aumentare la velocità è un delitto nei confronti del montaggio, il doppiaggio non è forse un delitto nei confronti della recitazione?

Insomma, pensare di imporre la “vera visione”, denunciando come false e inaccettabili tutte le visioni che non siano quella originariamente prevista, è una cosa tanto condivisibile a livello ideale quanto fragile all’atto pratico.
Perché alla fine c’è un nocciolo di verità, un’espressione forse un po’ triviale ma certamente efficace per esprimere un concetto che non si applica solo alla fruizione di opere audiovisive, ma anche a tutti i campi dell’esperienza umana: fatevi i cazzi vostri.

Sono a casa mia, davanti al mio computer, non faccio male a nessuno, posso per cortesia guardare un film a velocità tripla mentre mangio una pizza con l’ananas senza essermi fatto la doccia dopo aver fatto ginnastica? Oppure devi citofonarmi per dirmi quanto ti dia fastidio il mio modo di vivere? E in quel caso, posso tirarti i gatti in faccia o lo consideriamo poco educato?

Fuori dall’ironia, c’è insomma un tema di libertà personale nella fruizione di qualunque contenuto, che non può essere accantonato sulla base del semplice “si fa così”. Certo, se poi una persona che non ammette questo tipo di compromessi decide che non può parlare con noi di una certa serie perché sa che l’abbiamo vista velocizzata, lo può fare, è legittimo, ma non può venire a casa mia a dirmi cosa devo fare con il mio account di Netflix.

C’è un punto centrale che va però chiarito: Judd Apatow avrebbe ragione a lamentarsi se fosse la stessa Netflix a proporre il contenuto velocizzato, spacciandolo per la versione originale, e senza dare la possibilità di accedere alla versione “corretta”. In questo caso, ci sarebbe un’inaccettabile sovrapposizione creativa, un tradimento perfino contrattuale, che giustamente andrebbe stigmatizzato. Ma non è quello che fa la piattaforma, che specifica in modo chiaro qual è la versione ufficiale di un’opera (e non serve specificarlo, onestamente), offrendo poi agli spettatori una serie di strumenti che loro possono scegliere di usare oppure no. O vogliamo anche impedire alla gente di premere stop per andare a pisciare, perché il regista non ha previsto una pausa in quel momento?

A chiusura della riflessione, visto che finora il discorso è stato un po’ teorico, vi riporto la mia personale esperienza.
Io uso moltissimo la visione velocizzata, a condizioni che sono mie personali. Per esempio, non velocizzo serie che mi interessano davvero e/o in cui io veda uno sforzo di messa in scena tale da, appunto, rischiare di rovinare l’effetto voluto da chi ha realizzato l’opera.
Ma ci sono anche serie che da quel punto di vista offrono molto meno, e che invece concentrano la maggior parte dell’interesse sulla trama, su quello che succede, e sulle parole che vengono pronunciate molto più che sul “come” vengono pronunciate. In questo caso la visione velocizzata (magari velocizzata “poco”) ha perfettamente senso.

E poi ci sono i casi di serie tv che io non guarderei semplicemente più, se non potessi vederle velocizzare. Un esempio è Grey’s Anatomy. La serie creata da Shonda Rhimes ha segnato la storia della serialità recente ma, dopo quasi vent’anni di episodi in cui lo stile narrativo e visivo della serie è cambiato poco o nulla, non è più l’elemento imprescindibile di qualunque dieta seriale e molti suoi vecchi fan hanno mollato da tempo il colpo. Io non voglio abbandonare, provo affetto per molti dei personaggi, voglio essere lì quando la serie finirà.
Ma allo stesso tempo, nel turbinio seriale in cui tutti viviamo e con la voglia di “rimanere sul pezzo” (anche in ottica Serial Moments, per esempio), la possibilità di trasformare l’episodio settimanale di Grey’s Anatomy da pezzo da 40 a pezzo da 20, è il discrimine fra guardare ancora Grey’s o non guardarla più.

Dopo 12-13 stagioni di Grey’s Anatomy viste a velocità normale, in cui ho assorbito i ritmi e lo stile della serie conoscendo Meredith Grey meglio di mia madre (che fortunello eh?), vedere le successive stagioni a velocità doppia mi ha permesso di sapere quello che succedeva, mantenere il mio rapporto con i personaggi, restare aggiornato, senza perdermi praticamente niente.
Il tutto in metà tempo.

Stesso discorso potrei fare per le Clone Wars, che sto recuperando di recente. Nelle Clone Wars ci sono episodi molto ben scritti e molto ben messi in scena, e altri più noiosi e ridondanti. Velocizzare questi ultimi mi permette di non perdere il gusto della serie, e non mi sembra tolga nulla in termini di fruizione complessiva, perché comprendo senza problemi quello che avviene e semplicemente sfrondo una messa in scena che, nel caso specifico e nel momento specifico, mi sta annoiando.

Insomma, lo speed watching ci permette di vedere più episodi in meno tempo, scegliendo in piena autonomia se, cosa e quanto velocizzare, ed è una manna per chi vuole rimanere aggiornato sul “cosa succede in un tot di serie”, superando certi assurdi limiti naturali come questa sciocchezza della giornata composta da solamente 24 ore. Cioè dai, son poche, abbiamo cose da fare.

Certo, a tutto questo si aggiunge un tema di responsabilità personale che fa un po’ ridere se rapportato al semplice discorrere di contenuti di intrattenimento, ma che vale comunque la pena di mettere in campo. Che si tratti di me che vi scrivo su un sito di critica e analisi a cui avete dimostrato di dare fiducia (cuoricino), o che si tratti di una qualunque persona che consiglia o meno agli amici la visione di una certa serie o film, sta sempre alla nostra responsabilità riconoscere le modalità tecnologiche, le circostanze emotive, il sistema di gusti e preferenze all’interno dei quali abbiamo fruito di un certo contenuto, con tutte le influenze del caso.
Sta quindi a noi fare la mini-autoanalisi necessaria a sapere se ne stiamo parlando con cognizione di causa, ammesso e non concesso che si possa stabilire davvero cosa significhi parlare con cognizione di causa. E magari quella questa mini-autoanalisi possiamo usarla anche per sapere se stiamo usando lo speed watching come utile strumento fantascientifico per potenziare la nostra percezione, oppure come simil-anfetamina per reggere l’ansia della FOMO. Magari quella cerchiamo di evitarla.

Ma se anche questa responsabilità non ci fosse, o non servisse, perché non parliamo con nessuno dei nostri gusti, il tema centrale rimane: pur ammettendo che un’opera debba essere presentata nella forma più vicina a quella pensata dall’autore (che poi oddio, chi da secoli adatta Shakespeare che deve dire?), ciò non toglie che l’utente finale abbia diritto di fruire di quell’opera come vuole, fintanto che, con le sue azioni, non influenza o rovina la libera visione degli altri.
Molto più interessante, allora, sarà vedere come e quanto la funzione Speed Watching verrà utilizzata, e se autori e autrici di ogni genere, forma e colore proveranno a giocarci, inserendola in qualche modo nella loro creatività.
Staremo a vedere.

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