17 Dicembre 2020

Consigli per recuperone: Primal, dal genio di Dženndi Tartakovskij di Alessandro Molducci

Una serie d’animazione in cui non parla nessuno ma in cui il disegno parla per tutti

Per parlare davvero di Primal, serie animata andata in onda su Adult Swim a ottobre 2019, bisognerebbe parlare di disegno. Bisognerebbe parlare anche del suo creatore, Dženndi Tartakovskij, un russo che si è portato dietro tutta la poesia, l’ironia e la follia della Russia sbancando in America con animazioni del calibro de Il laboratorio di Dexter, Le Superchicche, Samurai Jack, la prima versione delle Clone Wars di Star Wars, e diventando “GenndY TartakovskY”, that’s America.
Sarebbe un discorsone. Ma magari non c’avete la pazienza e ve la faccio breve.

C’è un grosso e pericoloso uomo primitivo (comunque un uomo di cuore, spesso addirittura buffo) che cavalca un dinosauro in un ostilissimo ambiente primitivo, spruzzando di sangue lo schermo che state guardando dal primo all’ultimo episodio. Nessun dialogo, nessuna parola: solo ‘sto primitivo che semina violenza in un ambiente violento usando semplicemente più violenza (e ingegno).
Un concept talmente elementare che potrebbe capirlo pure un bambino di due anni, anche se per motivi pedagogici gliene sconsiglierei la visione… cioè, qui non si va per il sottile e si tracima molto volentieri nello splatter. C’è anche amore eh, e nel senso più nobile del termine: per esempio, il dinosauro lo cavalca perché ci ha fatto amicizia, nata da una terribile storia di lutto familiare.
Non ha un concept scemo, Primal, anzi: volendo scavare giusto un po’, ci si potrebbe anche leggere una metafora dell’eterna battaglia tra la ragione e la violenza. Ma, ripeto, potrebbe capirlo pure un infante e, sintetizzando, Primal è pura sopravvivenza. Punto.
Ora, per chi ha voglia, il discorso più complesso.

C’è stato un periodo nella storia dell’umanità – più o meno… sempre – in cui il disegno era l’unica possibile maniera di raccontare per immagini. Poi arriva la fotografia, poi il cinema, e il disegno è diventato una cosa spassosa (se sai disegnare) ma ormai non fondamentale dal punto di vista pratico, al di fuori di rappresentazioni puramente artistiche – guarda caso sempre più ardite (dico Picasso e poi la smetto). Non è stata una cosa immediata, e c’è pure stato un periodo (diciamo tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del secolo scorso) in cui la gente che lavorava alla Disney (o da Hanna&Barbera, i miei preferiti) stava lì a disegnarti fotogramma per fotogramma… tutto. Quello che non era possibile riprendere in quanto non esistente, ancora faceva affidamento al disegno.
Pian piano, complici milioni di dollari spesi sapendo che poi avresti guadagnato minimo il doppio, gli “effetti speciali” e successivamente la “computer grafica” il disegno occidentale se lo sono letteralmente mangiato. Resistette il Giappone. Vituperato, vilipeso, “fanno tutto coi computer”, in realtà il Giappone ha continuato a sfornare autentici capolavori di animazione fatti da gente che magari, poveretta, fotogramma per fotogramma, letteralmente moriva per lo stress lavorativo (concetto quasi incomprensibile per noi italiani, motivo per lasciarci le penne di tanti giapponesi). Perché, oltre alla vera dedizione, una cosa aveva il Giappone, una cosa che gente come Van Gogh (non l’ultimo degli scemi) aveva capito perfettamente: i Giapponesi hanno l’arte del segno. Segno nel senso che prendi un pennello, parti da un punto 1 a un punto 2 dando una certa forza al gesto. E in quella forza sta tutta l’arte del segno.



Più o meno 10 anni fa, anche il Giappone s’è arreso. Ironicamente hanno iniziato davvero a produrre tutto “coi computer”, cosa di cui erano accusati da quarant’anni molto, davvero molto ingiustamente. A livello di puro disegno non è rimasto più nulla di rilevante, sullo schermo.
Capiamoci: sono il primo a dirvi che la serialità migliore passa da serie come Bojack Horseman o Rick And Morty: sono serie animate scritte da Dio che raccontano cose importantissime o divertentissime, ma non prendiamoci in giro: sono disegnate alla buona. Anzi, forse non sono proprio… “disegnate”.
Ecco. Primal è una serie disegnata da Dio. E porta sulle spalle tutta la consapevolezza storica dell’eroismo del fare animazione alla vecchia maniera. Se amate il disegno, se amate il segno, il tratto, Primal è imperdibile. Ha tutta l’arte dei vecchi anime o di Hanna & Barbera. È QUELLA COSA LÌ, quella cosa che non si vede da almeno una decina d’anni. Se avete 20 anni non potete perdervela, è davvero una lezione di arte (e di vita). Se invece come me avete passato i 40, beh, vi sentirete di nuovo a casa. Poi c’è un uomo manco “davvero” primitivo che cavalca un dinosauro… che paleontologicalmente non ha alcun senso. Ma a chi frega? A me no. A Tartakovskij (un genio) neanche. Voi?

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