28 Maggio 2021

Rebel: La serie ispirata a Erin Brockhovich è imbarazzante di Marco Villa

Rebel è una serie a cui non si riesce a credere nemmeno per un istante, piena zeppa di scivoloni. A cominciare dal titolo.

Intendiamoci, il ragionamento è anche giusto. In tempi in cui l’empowerment femminile è una delle tematiche più discusse e di tendenza, è normale cercare di produrre serie che vadano in quella direzione. Perché il tema è sacrosanto, ma come sempre il business è dietro l’angolo. E allora non facciamo fatica a immaginare che, nei piani nobili dei vari network, ci sia qualche dirigente che richiama all’ordine i propri sottoposti chiedendo di portare titoli e proposte che vadano esattamente in quella direzione: donne forti in grado di cambiare il mondo. È altrettanto facile immaginare che una di queste proposte arrivi con un nome e un cognome: Erin Brockovich. Sì, proprio l’eroina protagonista del film da Oscar con Julia Roberts del 2000. Continuiamo col nostro esercizio di immaginazione e vediamo gli occhi del dirigente del network trasformarsi in simboli del dollaro, come accadeva con zio Paperone. Tutto giusto fino a qu? Abbastanza. Peccato che poi il risultato di tutte queste operazioni e di tutti questi grandi brainstorming sia una serie come Rebel. Una serie imbarazzante.

Rebel è una serie ABC, in onda dall’8 aprile, che vede come creatrice Krista Vernoff, nomone dell’industria televisiva, già showrunner di Grey’s Anatomy e Station 19. Una che sa come si fanno le cose e come si fanno durare a lungo. Motivo in più per restare increduli dopo il pilot, che mette insieme una serie di momenti che fanno cadere le braccia. Il primo istante di stordimento arriva sui titoli di testa, quando scopriamo che la serie è “ispirata alla vita di Erin Brockhovich oggi”. Ovvero: ispirata a qualcosa che sta accadendo, a una biografia in svolgimento, come neanche per i santi. Di fatto, di una santa stiamo parlando: laicissima, ma pur sempre santa, che, a detta di chi le sta intorno – a cominciare dai tre mariti e relativi figli e figlie – ha una vita interamente dedicata al prossimo. Il personaggio principale di Rebel non si chiama Erin, ma Annie ed è interpretato da Katey Sagal, che resterà per sempre nel nostro cuore in quanto Gemma Teller di Sons of Anarchy

Annie è un’attivista che si dedica alle cause più disparate, a patto che siamo disperate o quasi. Nel primo episodio la vediamo sfidare un’azienda farmaceutica che ha impiantato consapevolmente valvole cardiache difettose, che hanno provocato e continuano a provocare malattie e sofferenze nei pazienti. È la vicenda che verrà portata avanti per tutta la stagione, l’ossature orizzontale della serie, ma, nonostante ci siano diversi episodi davanti per approfondirla, viene spiattellata per filo e per segno per ben tre volte nell’arco dei primi dieci minuti. L’altra cosa che viene spiegata – tenetevi forte perché è grossa – è che Annie si fa chiamare Rebel. Esatto, quel Rebel che dà il titolo alla serie non è un aggettivo generico che le viene appiccicato addosso, ma il nome con cui viene chiamata. Si hanno così momenti surreali in cui persone semi-morenti la guardano e le dicono: “Rebel, non sono forte come te”. Testuali parole, giuro. Senza nessuna ironia.



Presentata con cotanto nome, Annie-Rebel ovviamente è una semidea, che tutto può: infiltrarsi in un party privatissimo della casa farmaceutica, portandosi dietro decine di manifestanti, ma anche entrare nelle sale degli interrogatori della polizia e minacciare mariti violenti, dicendo che dovranno vedersela con lei. Con conseguente faccia impaurita del marito violento. Annie, in sostanza, è una supereroina fatta e finita, presentata però in un mondo assolutamente realistico: non ha un costume, né superpoteri e per questo non ci viene richiesta nessuna sospensione dell’incredulità, quando invece allo spettatore verrebbe più facile credere ai poteri di Wanda Maximoff che alle imprese di Annie. Come lei, anche il suo clan – tutto femminile – ha più o meno gli stessi poteri-non-poteri. Esemplare, in questo senso, una scena in cui l’investigatrice che lavora con Annie si ritrova davanti il già citato marito violento, protagonista del caso di puntata. Il fellone riesce a mettere fuori combattimento un poliziotto armato, ma deve soccombere di fronte a una donna che pesa la metà di lui, ma che riesce comunque a metterlo al tappeto due volte con una facilità imbarazzante.

A questo mischione, aggiungete il peso del drama, perché la vicenda valvole cardiache ha dei risvolti devastanti a livello emotivo e aggiungete pure la presenza di Andy Garcia, che non c’entra niente con questo capoverso, ma vi fa capire che comunque non è la serie poverella fatta con tre soldi. Al contrario, Rebel è probabilmente una delle serie di punta di ABC di questa stagione, ma è davvero incomprensibile come si sia arrivati a un prodotto di qualità così scadente, che non riesce mai a essere credibile.

Perché guardare Rebel: per Katey Sagal del nostro cuore

Perché mollare Rebel: perché la tizia si fa chiamare Rebel, davvero

Argomenti katey sagal, rebel


CORRELATI