5 Gennaio 2022

Cobra Kai 4: nuovo anno, vecchi amici di Diego Castelli

Siamo tuttora stupiti del fatto che Cobra Kai ci piaccia così tanto. E però è così, non c’è niente da fare

ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA QUARTA STAGIONE DI COBRA KAI

Chi segue Serial Minds da qualche anno sa bene quanto, a volte, io rischi di tornare sui miei passi, scrivendo articoli che di fatto raccontano qualcosa che su queste pagine è già passato. La causa di questo problema è da ricercarsi nel pericoloso sodalizio fra la forma seriale dei prodotti che trattiamo, che evolvono nel corso del tempo ma nemmeno così tanto, e un evidente problema di memoria mia personale per il quale dovrei andare a farmi vedere da qualcuno.
Nello specifico, volevo chiamare questo articolo “Cobra Kai 4: la più imbarazzante fra le serie che adoro”, parlando dei motivi per cui reputo il sequel di Karate Kid targato Netflix una serie stracolma di difetti e ingenuità, ma anche un prodotto da cui non riesco in alcun modo a staccarmi. Per fortuna, sono andato a rileggere l’articolo dell’anno scorso, che si chiamava “Cobra Kai 3: la più adorabile delle serie bruttine”, e che di fatto era esattamente quello che volevo (ri)fare a inizio 2022.
Diciamo quindi che, per esplorare quello specifico concetto, vi rimando a quell’articolo.

Fatta questa premessa, vale comunque la pena spendere qualche riga per calare quel discorso anche nella nuova stagione, che aspettavamo con una certa ansia per almeno tre motivi: l’annunciata pace e collaborazione fra Johnny e Daniel, fino a quel momento rivali; il ritorno di Terry Silver (Thomas Ian Griffith), il cattivo-cattivissimo di Karate Kid III; l’impressione che la quarta stagione, più delle precedenti, si sarebbe focalizzata intorno al nuovo torneo di karate di Hill Valley, che da sempre ha incarnato alcuni fra i momenti più memorabili della saga cinematografica.
Tutti questi elementi ci sono, funzionano e fra poco li vediamo meglio uno per uno, ribadendo fin da ora quello che ci dicevamo a proposito della stagione tre: ancora una volta, Cobra Kai è stata in grado di mettere in scena una storia piena di forzature e leggerezze, ma che in qualche modo riesce a toccare anche le corde giuste, “ci arriva” al cuore prima che alla mente, e grazie alla consueta dose di autoironia mette in scena un gioco nostalgico che trova proprio nelle forme degli anni Ottanta, così dichiarate e celebrate, la scusa per essere così goffa e insieme così “giusta”.



Veniamo a Daniel e Johnny. Cobra Kai, in origine, nasceva come un ribaltamento della vecchia prospettiva, quella per cui Daniel era il buono fragile e bullizzato capace di trovare riscatto grazie agli insegnamenti di un saggio maestro, mentre Johnny era il bullo odioso e violento (anche se plagiato dal suo maestro John Kreese) che veniva rimesso al suo posto durante il torneo. Nella serie di Netflix, a distanza di più di trent’anni, Johnny diventava un protagonista spiantato, mezzo ubriacone, bloccato in un tempo passato ormai imbarazzante, ma non per questo immeritevole di simpatia, mentre Daniel, sposato, padre e proprietario di una concessionaria di auto, si tramutava nel borghesotto pedante che ha un culto quasi feticista del vecchio maestro Miyagi e pensa di avere la risposta giusta a ogni quesito della vita. Una pigna in culo, quindi, e un buon “cattivo” nella prospettiva di Johnny, che dalla sconfitta nel torneo del primo Karate Kid non era più riuscito a rialzarsi veramente.

Nel corso di tre stagioni l’idea che Daniel fosse il cattivo della storia, come suggeriva Barney Stinson in How I Met Your Mother, fa inevitabilmente un po’ acqua e viene abbandonata presto, nella misura in cui non si poteva tradire completamente l’eredità di Karate Kid buttando a mare gli insegnamenti di Miyagi. Quello che però Cobra Kai è riuscita a fare, in modo più completo e credibile, è approfondire il rapporto fra i due vecchi rivali, rendendo più complessa una relazione che a metà anni Ottanta poteva anche essere raccontata in modo manicheo, ma che nel nuovo millennio, e col sopraggiungere della vita adulta dei protagonisti, poteva e doveva essere farcita con qualche sfumatura in più.
Dopo un po’ di acqua passata sotto i ponti, alla fine della terza stagione di arriva a una tregua, a un tentativo di alleanza contro i nemici del Cobra Kai (rifondato e poi nuovamente lasciato dallo stesso Johnny, che non è abbastanza cattivo per legarsi a quel marchio infamante). Alleanza che però, naturalmente, prometteva scintille.

Arriviamo quindi subito al cuore pulsante, o uno dei cuori pulsanti, della quarta stagione. La tregua fra Johnny e Daniel non è solo il modo di avvicinare due vecchi nemici e trarne qualche gag simpatica, bensì la strada per mettere a confronto due stili di combattimento (l’attacco propugnato da Johnny e la difesa tipica dello stile Miyagi), che a loro volta sono simbolo di due diversi stili di vita e di sguardo sul mondo.
Se negli anni Ottanta il karate ci era stato venduto come un’arte marziale esclusivamente difensiva, che quindi poteva trovare una sua cifra morale, una sua giustezza, solo in uno stile “reattivo” che bollasse tutti i tentativi di vera aggressività come sbagliati e pericolosi, la quarta stagione di Cobra Kai punta al compromesso.
Non solo Daniel e Johnny, nel tentativo disperato di far funzionare il loro sodalizio, arrivano a provare l’uno lo stile dell’altro, cominciando a capire anche un punto di vista diverso dal proprio, ma i loro faticosi compromessi influenzano necessariamente i loro studenti, che subiscono sì una nuova divisione (dopo le prime puntate Daniel e Johnny decidono nuovamente di separarsi), ma che riescono comunque a trovare un punto di incontro e di amicizia che ha per simbolo la figlia di Daniel, Sam. Dopo essere arrivata alla finale del torneo, la ragazza la combatte unendo gli insegnamenti dei due sensei, capaci in quel momento di trovare una sintesi delle loro prospettive in un consiglio che, questo sì, sembra adatto anche al 2022: lo sprone a trovare una propria strada, una propria identità che accolga ma anche superi gli insegnamenti dei più anziani.

Purtroppo, Sam perde comunque la finale, in un esito abbastanza sorprendente per chi fino a quel momento aveva seguito una costruzione narrativa in cui la crescita psicologica della ragazza sembrava più che sufficiente a garantire la vittoria sportiva (d’altronde si sa che al cinema e in tv, specie se si fa riferimento agli anni Ottanta, a vincere non è la persona più “brava”, bensì quella “migliore”).
Fortunatamente, a evitare che ci venga un coccolone da boomer, arriva lo svelamento di un segreto fino a quel momento ben nascosto: Silver ha corrotto l’arbitro della gara per pilotare la vittoria di Tory, la stella femminile del Cobra Kai, che è stata favorita durante il combattimento con un paio di decisioni controverse.
Vale la pena dire che, in questa stagione, anche Tory vive un suo percorso di crescita e redenzione, mostrandoci certe sue fragilità, il suo passato difficile, e finendo col far apparire anche Samantha come una potenziale bulla di periferia, sempre perché in Cobra Kai le circostante sono tutto, il lato oscuro non è sempre così palese, e si evita accuratamente di mettere etichette “definitive” sulla fronte dei personaggi.

A questa storia delle etichette, però, sembra esserci un’eccezione. In una stagione in cui perfino John Kreese, durante la finale, permette alla sua allieva Tory di combattere come meglio crede, senza suggerirle la via più violenta (mostrando quindi una capacità di crescita che non credevamo possibile), Terry Silver si riprende la corona di cattivo vero della saga, rimettendo in scena quelle caratteristiche di sadismo, spietatezza e sostanziale follia che tanto ci avevano inquietato durante Karate Kid III.
Spronato da Kreese a mollare la nuova vita di riccone che si ciba di tofu e tramonti sulla spiaggia, Terry Silver non si fa pregare troppo prima di riannodare l’iconica coda e provare a inondare la pacifica Hill Valley con tutto il veleno possibile. Nella figura di Terry, che a fine stagione incastrerà e farà arrestare John per una violenza commessa in realtà da Terry stesso, vediamo all’opera un particole corto circuito della serie.
Cobra Kai, come detto, è uno show che punta al compromesso e alla sfumatura di grigio là dove Karate Kid lavorava soprattutto (anche se non solo) con il bianco e nero. Allo stesso tempo, come qualunque storia che si rispetti, ha anche bisogno di conflitti veri, sanguigni, che emozionino, e quindi parte dall’idea di cancellare l’etichetta di cattivo dalla fronte di Johnny, trovandosi però sempre nella necessità di trovare qualcun altro a cui appiccicarla. All’inizio era Kreese, ma ora che anche Kreese si è dimostrato capace di mostrare un minimo di umanità, la fiaccola oscura passa a Silver, che per trovare redenzione, ammesso che ci riesca, dovrà impegnarsi veramente tanto.
Naturalmente, quel corto circuito è anche il modo con il quale riusciamo a ottenere sia la nuova e più salda amicizia fra Daniel e Johnny, sia una nuova sfida per la quinta stagione, che a questo punto ruoterà attorno alla faida fra un Cobra Kai a totale guida Silver, e un gruppetto di buoni a cui si aggiunge in extremis anche Chozen, rivale di Daniel in Karate Kid II ma già completamente riabilitato dal viaggio di Daniel a Okinawa durante la terza stagione di Cobra Kai.

Sarà interessante vedere quale sarà l’effettivo terreno di scontro perché, come detto, l’attenzione riservata dalla quarta stagione al torneo faceva quasi pensare a un “gran finale” che invece finale non è stato, considerando che, anzi, il cliffhanger con il ritorno di Chozen ci restituisce una storia tutt’altro che terminata.
Il torneo di karate è, di nuovo, una specie di grande catalizzatore di emozioni struggenti e spettacolari poracciate. Attorno al torneo, in maniera diretta o indiretta, orbitano tutte le maggiori ingenuità di Cobra Kai, quelle per le quali non ci sarebbe nulla di male a definirla una serie imbarazzante.
Personaggi che ricevono nuove regole del torneo con pochissimo anticipo, imparando nuove tecniche, stili, coreografie, in un batter d’occhio. Allenamenti sempre più fantasiosi e ridicoli, specie quelli di Johnny che sono una sorta di versione maschia e pericolosa degli allenamenti già bizzarri resi famosi dal maestro Miyagi. Adolescenti che combattono senza alcuna protezione, a un certo punto a torso nudo, in competizioni che non hanno nulla di vagamente simile allo sport reale, e che sono la continuazione forse inevitabile di una serie che negli anni ha messo in piedi vere e proprie guerriglie urbane in salsa di karate, dove “karate” ha ormai smesso di avere un riferimento concreto in una disciplina esistente nella realtà, diventando un semplice sinonimo di “gente che si mena, ma con stile”.

Non è però solo una questione di combattimenti (peraltro vale la pena ricordarci che nemmeno la saga originale aveva nulla a che vedere con il karate reale, giusto per rimanere coi piedi per terra). È anche un tema di relazioni fra i personaggi, che nella ricerca di quei famosi compromessi cambiano idea ogni cinque minuti e causano una continua mescolanza di alleanze, gruppi e faide in cui dopo un po’ si rischia di perdersi o, meglio, di vedere con troppa evidenza la mano degli sceneggiatori. Tipo nel continuo tira e molla fra Daniel e Johnny, che si prendono e si lasciano con una velocità vagamente isterica. O come nell’arrivo del giovane Kenny, che nel giro di pochissime puntate passa da ragazzino bullizzato a protetto di Robbi a invasato membro del Cobra Kai, con una velocità che svela la semplice volontà di dare a Robbi un motivo di rimpianto e di colpa.

E però alla fine siamo sempre qui, e l’uscita di Cobra Kai al 31 dicembre è già diventata un rito che ci piace, ci rassicura, ci dà modo di iniziare l’anno nuovo in modo comodo e felice.
Nella sfida a colpi di calci volanti fra la buona e nostalgica struttura complessiva di cui parlavamo all’inizio, e le consuete ingenuità da mani in faccia che abbiamo detto poco fa, a fare da paciere c’è sempre l’ironia.
Cobra Kai è una serie perfettamente conscia di maneggiare e riproporre uno stile che negli anni Ottanta aveva pienamente senso, ma che oggi potrebbe apparire semplicemente scemo. Proprio perché lo sa, però, ce lo propone con onestà, non finge di essere qualcosa che non è, e per questo pone il suo pubblico di fronte a una scelta: se riesci a farti andare bene che in questa serie ci siano cose che in qualunque altro show farebbero ridere, lei promette di darti un’esperienza d’altri tempi con la quale cullarti nei giorni di festa.
E per indorare la pillola e renderla più digeribile, Cobra Kai non dimentica mai di farci ridere, che sia con la goffaggine di qualche personaggio (come il sempre adorabile Demetri, nerd irrecuperabile che però riesci a mettersi con una stragnocca, giusto per farci sognare tutti), oppure la costanti difficoltà di Johnny a rapportarsi col mondo di oggi: la sua completa incapacità di venire a patti con l’inclusività tipica di questi anni (e a ben guardare tipica della stessa Netflix) è un modo efficacissimo per fare un po’ di satira divertente, non offensiva, e più scaltra e arguta di quello che sembrerebbe in un primo momento, perché alla fine quello di Johnny è anche un percorso di allontanamento dal machismo più tossico e discriminatorio, fatto però in modo non stucchevole o forzato (quando una potenziale allieva gli chiede la sua posizione sui gender fluid, e lui risponde che l’assunzione di fluidi è importantissima quando si fa sport, ero piegato).

Il risultato, ancora una volta sorprendente, è quello di una serie che mi sono bevuto in un giorno solo, il primo gennaio, mentre cercavo di digerire il cibo del cenone appena passato, svaccato sul divano a seguirmi una storia con episodi furbescamente corti, leggeri, “facili”, capaci di appassionarmi con le loro dinamiche da buon vecchio artigianato anni Ottanta, e abili a sfruttare il mio ottundimento psicofisico per non farmi pensare al fatto che quasi ogni scena che c’entri con il karate è semplicemente idiota.
Va bene così, ogni volta penso che mi stancherò, che mi schiferò, e invece son qui che ora voglio subito la quinta stagione.
Appuntamento al 31 dicembre 2022. Non facciamo scherzi, mi raccomando.



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