26 Maggio 2025

Maschi Veri su Netflix – Simpatica ma pigra di Diego Castelli

Il remake italiano di Machos Alpha vorrebbe toccare temi importanti del contemporaneo, ma non esce da vecchi cliché della commedia italiana

Pilot

Non è la prima volta che su queste pagine parliamo di intenzioni, ovvero di quanto pesi o dovrebbe pesare lo scarto fra ciò che una serie vuole ottenere, comunicare, costruire, e ciò che effettivamente porta sullo schermo.
Perché se è ovvio che spacciarti che ne so, per il miglior fantasy della storia, per poi essere un fantasy medio, causa inevitabilmente qualche rimbrotto, è altrettanto vero che una persona che non sa nulla della promozione, degli annunci, delle dichiarazioni su un prodotto, potrebbe anche divertirsi con il fantasy medio.

Come al solito, da che punto guardi il mondo tutto dipende, e me ne sto accorgendo particolarmente in questi giorni in cui leggo reazioni e commenti a Maschi Veri, la serie di Netflix che non è altro che il remake italiano di Machos Alfa, prodotto da Groenlandia di Matteo Rovere (la stessa di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno e La legge di Lidia Poët), e scritto da Furio Andreotti, Giulia Calenda e Ugo Ripamonti.

Come l’originale, anche Maschi Veri affronta uno dei grandi temi del contemporaneo, fra i più dibattuti e combattuti sui social: la crisi d’identità del maschio (italico, in questo caso), assediato e aggredito dalle istanze del femminismo e dell’inclusività, diluito nelle sue componenti più virili e ancestrali in nome della riscoperta dei sentimenti e della fragilità.
Mi è uscita un po’ scherzando, ma il tema esiste eccome, e se ne parla sia quando si vuole fare comicità, come nel caso di Maschi Veri, sia quando si tratta di commentare fatti di cronaca nera o provare a capire certe criptiche difficoltà dei più giovani (vedi Adolescence).

In Maschi Veri abbiamo quattro protagonisti, molto diversi fra loro, ma accomunati da un’amicizia di vecchia data fondata proprio sulla fratellanza mascolina di chi si trova per giocare a padel e commentare il proprio rapporto più o meno complicato con le donne: Mattia (Maurizio Lastrico) è una guida turistica divorziata e con una figlia di diciassette anni, che prova a rilanciare la propria vita amorosa sulle dating app; Massimo (Matteo Martari) è un dirigente televisivo che viene licenziato perché sessista; Riccardo (Francesco Montanari) gestisce un ristorante e tradisce la moglie, per poi sentirsi proporre da lei di aprire la coppia; Luigi (Pietro Sermonti) è un autista sposato e con due figli, con qualche problema matrimoniale soprattutto sotto le coperte.

Tutti insieme, fin dalla prima scena che poi ci viene meglio spiegata con l’andare delle puntate, partecipano a un corso per decostruire la mascolinità tossica e provare a inserirsi meglio in un mondo in continua evoluzione.

Si diceva del punto di vista da cui guardare le cose.
Se intendiamo Maschi Veri semplicemente come una comedy italiana in cui un qualunque utente di Netflix si può imbattere cercando di capire cosa guardare dopo cena, allora ci si può serenamente divertire.

Questione di ritmo, di quantità di storie e loro fluidità, ma anche semplicemente di un gran bel cast. Abbiamo già citato i quattro protagonisti maschili, tutti bravi ad andare dritti al punto coi loro personaggi fortemente caratterizzati (per dire, Martari deve interpretare un uomo abbastanza detestabile, e ce la fa dal minuto uno), ma le donne non sono da meno: Thony, Nicole Grimaudo, Sarah Felberbaum e Laura Adriani mettono in scena quattro compagne/mogli che condividono, alimentano, specificano, ribaltano costantemente le frustrazioni delle loro controparti maschili, in un gioco di relazioni che, moltiplicato per quattro volte, costruisce un caos tutto sommato divertente.

Un plauso particolare lo riservo a Thony, credo la migliore nelle quattro nel suo personaggio frustrato da una relazione sessualmente arida, e bravissima nel mostrare tutte le tensioni e i sensi di colpa della madre/moglie che fatica a rimanere fedele a una relazione che la mortifica.

Quindi insomma, otto episodi con storielle divertenti e gente simpatica: potremmo essere a posto così. E se effettivamente vi sentite a posto così, va bene.
Solo che Maschi Veri non prometteva solo questo. Maschi Veri, fin dal titolo, vuole mettere le mani in una materia scottante e controversa del contemporaneo. E il fatto che sia una comedy non significa che non possa pizzicare corde rilevanti e produrre riflessioni di spessore (basterebbe vedere cosa fa The Studio di Apple Tv+ quando si tratta di raccontare l’inclusività posticcia degli studios hollywoodiani).

Da questo punto di vista, purtroppo, Maschi Veri si rivela piuttosto pigra, soprattutto in termini di scrittura. In primo luogo perché, dopo aver seguito fino alla fine le varie vicende, ci si rende conto che di realmente attuale c’è poco: a spanne, il 90% di ciò che accade in questa prima stagione sarebbe potuto accadere anche in un film italiano di vent’anni fa.
Ci sono i social, certo, ci sono alcuni temi nuovi esplicitamente verbalizzati, e una ragazza che suggerisce al padre di usare Tinder non l’avremmo vista, ovviamente, nei primi anni Duemila. Ma a parte questi dettagli di superficie, il resto sono storie di corna, di divorzi, di spacconate maschili e rimbrotti femminili.

Oltre a questo, o forse proprio per questo, le trame e sottotrame di Maschi Veri sono estremamente prevedibili. Non c’è praticamente nessuna sorpresa degna di questo nome, e il sistema di premi e punizioni che la serie riserva ai suoi personaggi è quanto di più didascalico e scolastico possibile: basta mezzo episodio per capire quali fra i maschi sono più portati all’apprendimento e quindi alla redenzione, e quali invece saranno destinati a prendere pesci in faccia.

Allo stesso tempo, e quasi paradossalmente, il tentativo palese di non scrivere un semplice manifesto femminista in cui gli uomini buzzurri e primitivi devono imparare dalle femmine evolute e intelligenti (intento di per sé condivisibile), porta a certi strani squilibri tali per cui le donne diventano spesso antipatiche e irritanti, quasi a giustificare gli atteggiamenti più retrogradi dei maschi.
Un approccio che avrebbe pure un suo senso nel mostrare come la spinta verso una società nuova sia una sfida anche per le donne, “abituate” alle strutture che pure vorrebbero abbattere, ma che si risolve soprattutto in personaggi che recitano slogan che pare abbiano sentito altrove.

Il tema della mascolinità tossica, del nuovo equlibrio fra i generi, della tensione che si viene inevitabilmente a creare fra la resistenza del passato e la spinta verso il futuro, è naturalmente alla base anche di questa serie, ed è un argomento su cui si potrebbe fare sia dell’ottima drama che dell’ottima comedy.
Qui però sembra quasi che l’approfondimento vero su quei temi non sia granché contemplato, ridotto com’è a qualche dichiarazione esplicita che però suona un po’ come il “o’ dimo” di Boris, un vorrei ma non posso di una sceneggiatura che, per la gran parte, si rifugia in situazioni, stereotipi e cliché che nel cinema italiano abbiamo già visto mille volte, e che tendono a un buonismo e paternalismo di fondo che non credo sia granché utile ad approfondire i temi in ballo.

È un po’ vecchia, Maschi Veri, di una vecchiaia che non sarebbe così disturbante (potrebbe essere semplicemente “classica”) se non fosse che parte proprio dalla premessa di volerci raccontare del contemporaneo, che però rimane una specie di titolo di giornale di cui nessuno va poi a leggere l’articolo.
Una “boomeraggine” che si vede anche in altri dettagli specifici, come la rappresentazione di Tinder e delle dating app: sarà che sono più esperto di questo tema che di padel, ma il racconto dell’avventura di Mattia sulle dating app è più che polveroso, vecchio di almeno 15 anni, pieno di stereotipi che possono aver scritto solo persono che su Tinder non ci sono mai andate, o che non ci vanno appunto da tre lustri.

Faccio fatica a perdonare questa leggerezza a Maschi Veri. Mi sono visto la prima stagione senza particolari problemi, appassionandomi pure a qualche vicenda, quindi non ho interesse a spacciarla per una serie “brutta”.

Però si poteva fare tanto di più con questi temi, ci sarebbe tanto da scoprire, da sviscerare, e perché no anche da criticare e satireggiare, ma è come se Netflix abbia sentito il bisogno di rivolgersi soprattutto a un pubblico generalista che in realtà queste questioni le conosce più che altro per sentito dire, e che non ha poi tutta questa voglia di affrontarle nelle loro vere sfumature.

E allora via con personaggi tagliati con l’accetta, guidati da due-caratteristiche-due, che lottano e brigano fra uno stereotipo e l’altro, e per i quali il vero premio, non a caso, è tornare alle gioie familiari di una volta, giusto un ciccinnino sfumate da qualche blando e digeribile insegnamento femminista.
Il risultato è che di questa serie rimarrà molto meno di quello che avrebbe potuto.

Perché seguire Maschi Veri: per il cast in grande forma e per una generica piacevolezza e semplicità:
Perché mollare Machi Veri: i temi che pretende di toccare avrebbero potuto ricevere ben altro approfondimento e generare ben altra creatività.



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