Smoke – Un giallo infuocato (neanche troppo giallo) di Diego Castelli
Su Apple Tv+ una miniserie tratta da una storia vera (e da un podcast) che sovverte un po’ di regole e piazza belle sorpresine
Questo è uno di quei casi in cui bisogna fare una recensione divisa in due. Ci sono alcuni dettagli dei primi due episodi di Smoke, nuova miniserie di Apple Tv+, che non si possono tacere se si vuole dare un giudizio minimamente articolato, e allo stesso tempo sono dettagli di trama che non tutti potrebbero voler conoscere prima di buttarsi sul doppio pilot.
Quindi facciamo così: vi do qualche indicazione generale, aggiungo un giudizio che stia sul vago, e poi facciamo una postilla dichiaramente spoilerosa che potete decidere di non leggere.

Intanto qualche nota di contesto. Smoke è creata da Dennis Lehane, sceneggiatore e romanziere con un bel curriculum (suoi i romanzi da cui hanno tratto Mystic River e Shutter Island), che in questo caso si è ispirato al podcast true crime Firebug.
La trama è quella classica delle storie a tema serial killer, anche se qui a essere seriali sono uno o più piromani che appiccano incendi pericolosi nell’altrimenti tranquilla cittadina di Umberland, nel Nord Ovest degli Stati Uniti.
A indagare c’è Dave (interpretato da Taron Egerton), un ex pompiere con la passione per la scrittura, specializzato proprio nelle indagini sugli incendi dolosi. Quando la situazione diventa troppo spinosa e pressante, a Dave viene affiancata la detective della polizia Michelle Calderon (Jurnee Smollett), investigatrice di grande talento e determinazione, segnata da alcuni problemi personali e familiari.

Un primo elemento di interesse di Smoke sta proprio nel rapporto fra i due protagonisti. Al netto di una buona messa in scena e di un’atmosfera azzeccata, ma che di per sé non rappresenterebbero chissà quale novità, a colpire piacevolmente è l’intesa tutta particolare fra i due investigatori.
Si tratta di uno strano ma riuscito miscuglio fra il classico “non mi piace che ti abbiano chiamato per invadere il mio spazio”, e un’effettiva volontà di essere di supporto e chiudere il caso. A questo vanno aggiunte battutine apparentemente infantili, quasi da battibecco tra fratello e sorella, fino ad arrivare a leggerissime sfumature di flirt vagamente peccaminoso (non fosse altro perché Dave è sposato).
Insomma, è una bella chimica fra due bravi interpreti, che sembra contenere al proprio interno spinte anche contrastanti, ma che serve soprattutto a rendere i loro personaggi più veri e rotondi rispetto ad altri crime in cui si procede per stereotipi più netti, specie nei primissimi episodi (e io, al momento di scrivere questa recensione, ne ho visti tre).

Basterebbe già questo per rendere Smoke meritevole di attenzione: ci sono anche altri pezzi del puzzle – non ultimo un adorabole Greg Kinnear nei panni di un capo della polizia che mette i bastoni fra le ruote ai nostri semplicemente perché non ha il budget per sovvenzionare i loro metodi di indagine – ma è proprio tutto l’insieme a funzionare.
Per esempio, una buona idea è quella di rendere le storie personali dei protagonisti perfino più pesanti/stressanti della vicenda criminale: la scelta non è scontata, perché rischia di depotenziare l’indagine, ma in realtà aiuta a dare un sapore originale proprio alla dinamica fra Dave e Michelle, che quando lavorano sembrano poter essere più rilassati di quando stanno a casa loro.
Insomma, una serie che parte da premesse tutto sommato tradizionali, ma che trova quasi subito un’identità sua propria, che di per sé si merita per lo meno un inizio di visione.
Solo che non è finita qui, perché sul finale del secondo episodio arriva un dettaglio che spariglia ancora di più le carte, e rende Smoke una serie effettivamente più originale di quanto non sembrasse all’inizio.
Se non volete conoscere questo dettaglio, fermatevi qui. Se invece siete curiosi/e, o già lo sapete, procedete oltre.

DA QUI SPOILER SUI PRIMI TRE EPISODI
Lo spoiler da fare è uno, ma rilevante. Alla fine del secondo episodio (e quindi all’inizio della miniserie, di fatto ancora la base della storia, anche se io ho preferito non spoilerarla), veniamo a sapere che Dave, l’investigatore di incendi di Taron Egerton, è uno dei piromani.
Boom.
Come potete immaginare, dopo questa rivelazione Smoke cambia quasi completamente. Da giallo puro diventa invece un thriller dove il colpevole già si conosce, e l’interesse sta nel vedere se, come e quando verrà scoperto.
Il bello è che Dave continua a investigare con Michelle (di piromane comunque ce n’è pure un altro), dovendo dare effettivamente un contributo, ma stando attento che gli indizi non portino a lui.
Tutta la nostra percezione sulla vicenda cambia, così come cambia l’interpretazione dei casini personali di Dave: da fonte di stress per un uomo buono impegnato in una giusta causa, a elementi che compongono il mosaico di una mente non troppo sana.

Questa scelta può risultare disturbante. Ho già letto alcuni commenti molto basici, ma di per sé legittimi, di persone che volevano un semplice giallo, e si sono trovate in mano qualcosa che non lo era.
Non ci troviamo però nel caso di un racconto che promette cose che non mantiene, o che semplicemente “sbaglia” nell’inserirsi in un genere a cui pure aveva scelto di appartenere.
Al netto dei gusti sempre insindacabili, Smoke è perfettamente consapevole di cosa sta raccontando e come, e la vera promessa non è quella che sembra fare nei primi minuti, bensì quella che piazza alla fine del secondo episodio: la promessa che non guarderemo la solita serie gialla.
(E qui, fra l’altro, diventa più chiara la scelta di uno come Egerton, che nella sua carriera è stato spesso impiegato in ruoli che avessero una qualche ambiguità, non è Tom Holland che può fare solo il buono-buono per essere credibile)
Da non patito del giallo puro, il twist di Smoke è quello che per me la rende davvero interessante. Il fumo del titolo, ovvio riferimento al fuoco dei piromani, diventa anche la nebbia mistificante con cui lo spettatore viene amabilmente ingannato, costringendolo a mettersi ben bene dritto sul divano per dare un’attenzione supplementare a una storia di cui credeva di conoscere già tutte le dinamiche.
E il risultato è che ora ho molta più voglia di vedere come prosegue, pur sapendo già “chi è stato”.
Perché seguire Smoke: per la sua capacità di giocare con il genere in maniera sorprendente, rimanendo dentro una confezione precisa e rassicurante.
Perché mollare Smoke: se vi piacciono i gialli nudi e crudi, Smoke smette abbastanza presto di esserlo.

