11 Luglio 2025

Murderbot su Apple Tv+ – Un adattamento riuscito a metà di Diego Castelli

La versione seriale dei romanzi di Martha Wells prova a ricostruire l’atmosfera di opere vincitrici di grandi premi. Ma qualcosa non torna.

Pilot

Di solito, quando una serie va in onda (o viene rilasciata) con episodi settimanali, non mi faccio problemi a recensirla dopo un episodio o due: essendo tutti costretti a centellinare la visione, provare a capire fin da subito (pur con la possibilità di sbagliare) se ha senso prendersi questo appuntamento è la cosa più naturale del mondo. Vecchia scuola, diciamo così.

Con Murderbot, nuova serie di Apple Tv+ creata da Paul Weitz e Chris Weitz (registi di About a Boy), e tratta dai pluripremiati romanzi brevi di Martha Wells, si è però creata una situazione particolare. Proprio perché erano libri corti, volevo leggere almeno il primo in preparazione della serie, finendo poi con il leggere anche il secondo (ma la prima stagione della serie di Apple Tv+ è adattata solo dal romanzo iniziale, All Systems Red).

Nel fare questa specie di operazione crossmediale, c’è subito stata l’impressione che qualcosa non tornasse, che ci fosse una distonia fra carta e serie tv che non si limitava ai piccoli o grandi rimaneggiamenti della trama. Una distonia che penalizzava la versione televisiva che, in qualche modo, suonava meno originale rispetto… all’originale.
Ci ho messo un po’ a capire cosa non mi tornava, e alla fine mi sono detto “vabbè, a sto punto la vedo tutta prima di parlarne”.

La serie di romanzi ha un nome complessivo, “Murderbot Diaries”, che già suggerisce qualcosa dell’approccio alla materia narrativa.
Siamo in un imprecisato futuro in cui l’umanità si è espansa nell’universo, in cui le intelligenze artificiali vengono usate in ogni settore, e in cui è molto comune vedere cyborg, parte umani e parte macchine, rivestire ruoli particolari tipo guardie del corpo o strumenti di piacere sessuale.

Protagonista dei romanzi e della serie è proprio uno di questi cyborg, una “SecUnit” che, nel primo libro e nella prima stagione dello show televisivo, deve proteggere una spedizione di umani su un pianeta alieno, sul quale però le cose si complicano con conseguenti pericoli mortali.

La particolarità di tutta la faccenda sta nel fatto che il romanzo è interamente raccontato dal punto di vista della SecUnit, che parla in prima persona e si ritrova in una condizione inusuale: da una parte si autodefinisce una macchina assassina (“murderbot”, appunto), e ha hackerato il proprio modulo di controllo, diventando quindi potenzialmente molto pericolosa. D’altra parte, pericolosa non è, visto che questa specie di libero arbitrio che ha conquistato viene usato soprattutto per una cosa: guardare tonnellate di serie tv in streaming, prima fra tutte la sua preferita, The Rise and Fall of Sanctuary Moon.

Prima di capire se la serie è valida e perché, può essere interessante aprire una piccola parentesi linguistica.
Nei romanzi, scritti in inglese, a SecUnit si fa riferimento con il pronome neutro, “it”, perché tecnicamente non è un essere umano. Parte del divertimento, quindi, diventa proprio il contrasto fra questa sua “oggettitudine” e il fatto che in realtà pensa in maniera molto simile a un essere umano (magari giusto un po’ complessato).

Purtroppo, però, nel momento in cui questa storia viene adattata in un lingua come l’italiano che non prevede il genere neutro, oppure in un audiovisivo con attori e attrici in cui, di nuovo, il genere neutro non esiste (questa frase non suonerà molto politically correct, ma ci siamo capiti), si pone il problema di che direzione prendere, a meno di riempire il romanzo di schwa (e nel secondo ci sono, ma con riferimento ad altri personaggi) o di prendere un attore/attrice dichiaratamente e visivamente molto fluidə (e qui lo schwa era d’obbligo).

Caso ha voluto che le due diverse traduzioni andassero in direzioni differenti: nell’edizione italiana dei romanzi SecUnit è una lei, mentre nella serie è interpretata da Alexander Skarsgård che, con tutta la buona volontà, di fluido ha proprio poco.

E dunque, la prima stagione di Murderbot racconta soprattutto gli eventi del primo capitolo della saga letteraria, ma ha bisogno di aggiungere anche altro: di solito vediamo film che devono tagliare pezzi di romanzo per farcelo stare in due-tre ore, mentre qui abbiamo un romanzo breve che deve essere spalmato su una stagione di dieci episodi, e quindi serve aggiungere un po’ di ciccia, che in parte viene pescata dai capitoli successivi, e in larga parte aggiunta di sana pianta.

Non è però questo il problema di Murderbot, né il motivo per cui l’ho giudicato un adattamento “così così”. Non è nemmeno un problema di messa in scena. Generalmente, le serie tv di Apple godono di un buon livello produttivo e questa non fa eccezione. Magari nemmeno eccelle, non c’è un particolare effetto wow, ma fa il suo in maniera lineare e dignitosa, con anche l’aggiunta di una chicca: Sanctuary Moon, la serie tv adorata da SecUnit e guardata ossessivamente in ogni momento libero, sullo schermo diventa una specie di serie-nella-serie girata con uno suo stile esagerato e cartoonoso, riconoscibilissimo, e pure infarcita di facce ben note al pubblico cine-seriale (Clark Gregg, il Coulson della Marvel, Jack McBrayer di 30 Rock, John Cho di Star Trek).

Nel complesso, Murderbot è una serie di buon livello, con belle facce, abbastanza divertente e originale (è sci-fi ed è action, ma di fatto è pure una comedy).
E però qualcosa non torna, e credo che non torni nemmeno a chi ha visto solo lei, senza toccare i romanzi. Una specie di freno a mano tirato, di vorrei ma non posso, di “è sì originale, ma dà l’impressione che avrebbe potuto esserlo di più”.

Ebbene, la risposta a questo piccolo disagio si trova proprio nei romanzi e nel motivo per cui, io credo, abbiano avuto il successo che hanno avuto, con la vittoria nel 2018 sia del premio Hugo che del Nebula, fra i principali premi letterari per la fantascienza, nella categoria romanzo breve.

L’intera fascinazione della saga di Murderbot si concentra nel punto di vista di SecUnit. Tutto il resto, in termini di fantascienza nuda e cruda, ma pure dal punto di vista strettamente letterario, non è niente di trascendentale.
L’idea chiave di tutta l’operazione è stare ben bene dentro la testa di SecUnit, un’IA che ci appare palesemente umana, che però non crede di esserlo, e il suo percorso di crescita (personale per lei e narrativo per noi) è un cammino di autoconoscenza e autoaccettazione.

Il modo in cui SecUnit si sente diversa dagli umani è in realtà molto simile al modo in cui certi umani si sentono a loro volta diversi dalla massa. Potremmo pensare a introversi vs estroversi, oppure a nerd vs tutti gli altri, per rimanere del classico pubblico d’elezione della fantascienza.
Vedere SecUnit che non vuole parlare con gli umani ma solo guardare le serie tv è un concetto a cui alcuni lettori possono sentirsi molto vicini.

Si ottiene così un racconto che è sì di fantascienza, perché racconta l’evoluzione di un’IA “libera” che cerca di darsi un’identità senza avere modelli precisi a cui ispirarsi, ma anche un racconto profondamente umano di evoluzione, adattamento, e a tratti pura e semplice volontà di farsi i fatti propri.
Il che ci porta, naturalmente, a una riflessione su quali siano i confini dell'”umanità”, della definizione stessa di cosa consideriamo umano e cosa no, argomento di stretta attualità visto che c’è chi usa ChatGPT come se fosse uno psicologo.

Questo aspetto così centrale dei romanzi è ovviamente al centro anche dell’operazione seriale, ma in maniera meno ficcante e precisa. Certo, c’è la voce fuori campo del protagonista che quindi ci offre costantemente il suo punto di vista, ci sono le sue espressioni distanti quando cerca di non scambiare sguardi con gli umani, ci sono le battute (alcune efficaci altre meno) che snocciola continuamente per sottolineare quanto gli umani gli sembrino irrazionali e masochisti.

E però poi, allo stesso tempo, questa umanità esterna di spazio se ne prende parecchio. Ci sono molte scene in cui SecUnit praticamente non c’è, e Muderbot diventa una normale serie di fantascienza, nemmeno particolarmente impattante.

C’è insomma un problema di diluizione: se i romanzi funzionano perché prendono il lettore e lo mettono dentro il cervello di un cyborg, senza mai tirarlo fuori di lì, la moltiplicazione dei punti di vista nella serie tv annacqua quell’idea così forte e la depotenzia, trasformando SecUnit, anche se qui forse esagero, in un semplice personaggio fra gli altri, invece che nell’unica fonte di prospettiva del racconto.
Così facendo, però, Murderbot perde la sua principale specificità, limitandosi a essere una comedy fantascientifica che è pure in grado di intrattenere, ma senza lasciarci particolarmente di stucco.

La domanda è: si poteva fare diversamente? Si potrà fare diversamente (la serie è stata rinnovata per una seconda stagione)? Non lo so. Cinema e letteratura si scambiano storie e trame da sempre, ma restano due linguaggi molto diversi, con talenti differenti. Traslare in audiovisivo l’unicità totale del punto di vista della SecUnit letteraria sarebbe probabilmente possibile, ma anche molto faticoso per gli spettatori, specie nel formato seriale.

Il principale difetto della Murderbot di Apple Tv+, in questo senso, mi sembra un problema congenito, difficilmente aggirabile. Forse però si poteva aggiungere qualcos’altro, partire da lì, da un romanzo breve tutto basato su una singola idea, e aggiungere altre idee che potessero colpire ugualmente. La messa in scena di Sanctuary Moon è una di queste, ma probabilmente sarebbe servito anche altro, rispetto alla semplice sovra-articolazione della trama, necessaria a riempire i dieci episodi.

Quindi insomma, Murderbot è una serie pure divertente, anche agile nel suo formato di episodi brevi, con cui ci si può divertire senza troppi problemi. Che abbiate letto i romanzi o meno, però, resta in bocca un sapore di incompiuto che impedisce di inserirla in posizioni troppo alte di classifica.
Peccato.

Perché seguire Murderbot: è una comedy fantascientifica con alcune buone trovate e un concept originale.
Perché mollare Murderbot: quell’originalità era molto meglio sviluppata nei romanzi, forse per limiti congeniti del formato seriale audiovisivo.




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