Too Much su Netflix – La nuova serie di Lena Dunham di Diego Castelli
La creatrice di Girls torna con una miniserie molto autobiografica fatta di personaggi strambi, relazioni disfunzionali e, forse, meno originalità di una volta
Sono certo che vi sarà già capitato, e ancora vi capiterà, di attendere un film o una serie tv pensando: “vorrei davvero che mi piacesse, anzi, farò di tutto per farmela piacere”. Perché è il sequel di un prodotto che amavate, perché c’è il vostro attore preferito, perché arriva in un momento in cui pensate vi serva proprio un prodotto di quel tipo.
Ebbene, io volevo proprio che mi piacesse Too Much, nuova serie di Netflix firmata da Lena Dunham, a suo tempo creatrice di Girls e astro nascente della sceneggiatura d’autore hollywoodiana, purtroppo persasi nei meandri di qualche problema di salute mentale e fisica.
Insomma, dopo che Girls (anno 2012) era stata una delle prime serie che avevamo amato a Serial Minds, volevo che un nuovo ritorno di Dunham quasi quindici anni dopo fosse un ritorno “grande”.
Ora, io non so se è cambiata lei, se sono cambiato io, o se siamo cambiati tutti e due, ma con tutta la buona volontà che ci ho messo, Too Much mi è sembrata too little.

Creata da Dunham insieme al marito Luis Felber, Too Much propone una storia che pesca abbastanza dichiaratamente dalla biografia della sua autrice.
Protagonista è Jessica, una newyorkese interpretata da Megan Stalter (vista recentemente in Hacks), che dopo la fine traumatica della sua storia d’amore con Zev (Michael Zegen), che l’ha lasciata per Wendy (Emily Ratajkowski), viene spedita per lavoro a Londra dove conosce Felix (Will Sharpe), un musicista spiantato e complessato che sembra rappresentare una nuova occasione d’amore.
(Scusate, fra parentesi: ma com’è che Michael Zegen interpretava il marito di Rachel Brosnahan in The Marvelous Mrs. Maisel, e ora il fidanzato di Emily Ratajkowski? Non si starà esagerando?)
La miniserie in dieci episodi si concentra sulla storia nascente fra Jessica e Felix, allargando però lo sguardo sul passato di Jessica, sulla sua famiglia tutta al femminile (con una sorella interpretata dalla stessa Lena Dunham), sulla sua ossessione residua per l’ex fidanzato e per la donna che l’ha sostituita e a cui dedica video-diari che registra per sé sul telefono. E poi c’è anche il mondo di Felix, con i suoi amici, soprattutto le sue amiche ed ex, il suo desiderio di inseguire le sue passioni ma anche il disagio di vivere in un mondo che gli sembra finto e cinico.

Che Too Much sia una serie in pieno stile Lena Dunham è fuori di dubbio.
Lo si vede nel “micro” della scelta di protagonisti/i dalle bellezze e dai corpi non conformi, dell’attenzione per il sesso (ora entusiasta, ora difficile, ora morboso) visto come simbolo della salute di una relazione, della caratterizzazione sempre molto caricata di tutti i personaggi, scossi da problemi e traumi di ogni tipo, che gestiscono come meglio possono, a volte in modo divertente (per noi), a volte più tragico.
Ma lo si vede anche nel “macro” di una narrazione che ha sì un filo conduttore (la storia di Jessica e Felix), ma che non ha mai paura di divagare in scene quasi autoconclusive, che sembrano il frutto di un guizzo creativo momentaneo che Dunham e marito hanno deciso di esplorare all’interno della cornice principale, per vedere cosa ne poteva venire fuori in termini filosofici, dialogici, quando non di pura comedy surreale.

Se Girls era stata una specie di Sex and the City più sporca, da classe media, decisamente meno glamour ma anche più vera e genuina per una generazione sempre più precaria (nei sentimenti come nel portafogli), Too Much sembra proseguirne soprattutto un discorso linguistico.
Millenial figlia di una generazione riconosciuta come la prima capace di dare un nome alle cose, sdoganando la chiacchiera esplicita sui sentimenti, l’utilizzo della terapia senza vergogna e via dicendo, con Girls Dunham aveva già costruito dei personaggi (e una protagonista soprattutto) che non smettevano mai di parlare di loro e di quello che provavano, e con Too Much sembra si vada anche oltre.
Nell’era dei social, della rappresentazione ossessiva di sé e dell’inevitabile giudizio altrui, i protagonisti di Too Much hanno tutto gli strumenti linguistici per etichettare qualunque cosa, per descrivere senza remore il proprio vissuto interiore, per esplicitare cosa desiderano e cosa no dalle relazioni e dalla vita.
Questo basta perché tutto fili liscio? Naturalmente no, perché se è vero che saper parlare delle cose e riconoscere i disagi è importanti, non basta per superarli, e Too Much racconta soprattutto un amore che, per quanto sia sempre esplicito in tutti i suoi dettagli, non può saltare la “gavetta” di incomprensioni, paure, cambi di rotta e ripensamenti.
Il “troppo” del titolo è anche questo: troppa passione, troppi traumi, troppi sogni, troppi bisogni, perché tutto fili dritto senza intoppi.

E fin qui, tutto sommato, niente da dire. Però manca qualcosa. Quando arrivò sulla scena di HBO con Girls, Lena Dunham riuscì a proporre qualcosa di dirompente, che non era esattamente “per tutti” (anzi), ma che si faceva portavoce di un sentire diverso, nuovo, di una prospettiva forse ancora di nicchia, ma comunque rilevante.
Con Too Much, invece, l’impressione è che non ci si sia staccati troppo da quel canovaccio, che i suoi personaggi isterici siano sempre quelli, che la protagonista tenera ma stramba, caciarona ma empatica, antipatica ma con cui si può empatizzare, sia ancora quella. Lo stesso Felix, che pure non ha l’energia aggressiva che aveva Adam, sembra ricalcarne il ruolo di maschio apparentemente più solido e quadrato, ma anch’egli segnato da ferite profonde.
Fino ad arrivare ad alcune marche di stile molto più specifiche, come la scelta programmatica di prendere questi uomini tutto sommato belli e fascinosi (pur con i limiti di cui si diceva) e farli smaniare per queste ragazze lontane dal canone standard di bellezza, non solo in termini di fattezze puramente fisiche, ma anche in termini di scelte di moda e via dicendo (questa è sempre sembrato una specie di sfida femminista a tutto quel cinema tradizionale in cui uno come Woody Allen poteva permettersi di far girare la testa a Diane Keaton).

Se questa sensazione di già visto si limitasse allo stile di Lena Dunham, potremmo anche dire “pazienza”, visto che la produzione dell’autrice non è un treno merci da mille vagoni alla Ryan Murphy. Il problema è che anche Girls aveva fatto a suo modo scuola, e questi personaggi complessati, queste relazioni disfunzionali, quest’uso volutamente forzato di certi stereotipi relativi a identità di genere, classi di provenienza ecc, poi li abbiamo visti anche altrove.
Ci sarebbe anche da segnalare il fatto che i personaggi, con non troppe possibilità di redenzione, sono quasi tutti irritanti, gente che effettivamente ti chiedi come possa attrarre anche solo un essere umano, considerando la totale difficoltà nel gestirne le continue esagerazioni. E questo potrebbe sembrare un discorso ipocrita, considerando che anche in Girls era difficile provare grande trasporto per i personaggi, e per la protagonista in particolare, fra le più odiose ed egoriferite mai viste in una serie tv.
Ma il concetto lì era la novità, la rottura di determinate convenzioni, e la consapevolezza che alcune di quelle sgradevolezze nascevano da problemi psicologici che la serie stessa andava poi ad esplorare.
Too Much non ha questa profondità, perché è una miniserie più breve, con un inizio e una fine, in cui certe evoluzioni procedono per strappi a volte troppo netti, e perché la sceneggiatura non riesce a essere così ficcante da sostenere con la sua qualità la probabile fatica che molti spettatori faranno nel seguire le vicende di questa massa di disagiati.

Non voglio dire che sia tutto da buttare. Come detto, lo stile di Lena Dunham si vede, e ci sono momenti fra il puccioso e il tragico che strappano effettivamente dei moti d’affetto. Senza contare che, nel continuo deviare verso territori di riflessione che si aprono e si chiudono come singole parentesi nella storia, ci sono effettivamente dei lampi di alta filosofia seriale, di improvvisa consapevolezza sulle relazioni, di denuncia nei confronti di un mondo contemporaneo in cui l’amore, pur così dotato di parole per autodescriversi, sembra aver trovato nuovi ostacoli da superare.
Quindi insomma, delle cose da apprezzare ci sono. Purtroppo, però, era forse inevitabile che la nostra speranza verso Lena Dunham venisse potenziata dalla lunga assenza (anche se una serie brutta in questi anni l’aveva pure creata, Camping), e in questo senso Too Much non sembra in grado di lasciare questo grande solco nella serialità.
Come dicevamo sopra, sarà anche “troppo”, ma forse in realtà è “troppo poco”.
Perché seguire Too Much: se vi piacciono le commedie romantiche che non seguono la tradizione rosa e sdolcinata, preferendone una versione stravagante, volgarotta e sarcastica.
Perché mollare Too Much: Lena Dunham ha scritto una serie “alla Lena Dunham”, ma a cui manca la freschezza e la dirompenza di Girls.

