24 Luglio 2025

Untamed su Netflix – Eric Bana indaga nei boschi di Diego Castelli

L’ex Hulk diventa investigatore nei parchi naturali, fra un giallo da risolvere e un passato oscuro da elaborare

Pilot

Avrei anche potuto non scriverla una recensione di Untamed, nuova serie di Netflix con protagonista il redivivo Eric Bana, principalmente perché può essere facilmente inserita nel calderone delle serie medie della piattaforma, e avrei anche potuto trovare argomenti più interessanti per riempire questo giovedì.

Allo stesso tempo, i nomi coinvolti sono, se non di primo livello, almeno di secondo, e soprattutto c’è un piccolo dettaglio molto specifico di cui volevo parlare, un dettaglio che potremmo definire “la sfiga di chi ha visto troppe serie/film e rischia di non stupirsi più”.
Che detta così è un po’ forte, non sono uno che indovina tutte le trame che guarda, ma insomma, stavolta c’è stato un dettaglio molto banale che, se non mi ha rovinato l’intera serie, quanto meno il finale.
Ma andiamo con ordine.

Untamed, che potremmo tradurre con “selvaggio”, è una miniserie scritta da Mark L. Smith, che di natura selvaggia se ne intende: è infatti lo sceneggiatore di Revenant, il film di Alejandro González Iñárritu con cui Leonardo di Caprio vinse l’Oscar nel 2016.
(Ehm… a voler essere precisi e un po’ cattivi, Revenant vinse tre oscar e venne nominato per numerosi altri, tranne che per la sceneggiatura di Smith, povera bestia…)

Protagonista è Eric Bana, che dopo il suo periodo d’oro fra 2003 e 2005 (HulkTroyMunich) ha passato una ventina d’anni a vivacchiare fra qualche film dignitoso e un po’ di flop, senza riuscire a ritrovare lo slancio dei giorni migliori, quando sembrava che stesse per diventare quello che oggi è… Pedro Pascal.
E non cito Pascal a caso: nel suo interpretare un agente del National Park Service, chiamato a risolvere il caso di una morte misteriosa all’interno del famoso parco Yosemite, Bana se ne va in giro sul cavallo con barba da figaccione e piglio da sceriffo, proprio come un Pedro Pascal di cui ci eravamo dimenticati.

Accanto al protagonista, un abile investigatore dei boschi con brutti ricordi familiari e qualche problemino di alcol, ci sono una poliziotta giovane ma sveglia appena trasferita da Los Angeles (Naya, interpretata da Lily Santiago) e un capo anziano e paterno (Paul, con il volto del mitico Sam Neill). Tutti insieme per capire chi sia e cosa sia successo a questa ragazza che, nella primissima scena della serie, casca dall’alto su due malcapitati alpinisti che stanno scalando una parete di roccia.

Untamed è un giallo. Moderno finché volete, con una componente di drama molto forte e una palese intenzione di aggiungere sugo alla storia con le vicende private dei protagonisti, ma pur sempre un giallo: c’è una persona morta, un mistero intorno al decesso, e due investigatori, di cui uno più esperto, che cercano indizi, interrogano sospettati e testimoni, provano a mettere insieme teorie e spiegazioni che poi, nel corso dei sei episodi, trovano smentite e conferme, con piccole e grandi sorprese.

Non c’è niente di pazzescamente originale nella sceneggiatura (scusa Mark), mentre un po’ di differenza la fa il setting: i paesaggi naturali sono spesso splendidi (anche se non sono girati veramente allo Yosemitie bensì in Canada), e servono a costruire un’allegoria in cui la natura selvaggia, insieme bellissima e pericolosa, diventa metafora di personaggi apparentemente solidi e pure “fighi”, segnati però da molte oscure fragilità e da segreti inconfessabili, che ne rivelano una natura profonda molto più primitiva (selvaggia appunto) rispetto all’immagine che vorrebbe dare di sé.

La serie funziona più nella prima parte che nella seconda. In generale non è esattamente un mostro di ritmo, ma i primi episodi riescono ad affascinare con la bellezza dei paesaggi, la semplicità (inteso come facilità di accesso) del caso su cui investigare, e pure con la bravura di Bana, che al netto delle battute su Pedro Pascal resta un attore di grande carisma, particolarmente adatto alle parti più tormentate e ombrose, con quella perenne faccia da cane bastonato.

Meno efficace la seconda parte, quando la moltiplicazione delle linee narrative e dei sotto-casi da risolvere crea qualche disordine e, soprattutto, alcune risoluzioni che suonano abbastaza prevedibili: non è il massimo per il giallo, che sia o meno ambientato nei boschi.
A questo bisogna aggiungere anche qualche problema di messa in scena: se i paesaggi in sé sono belli, troppe volte si ricorre a dialoghi su green screen o ad animali realizzati in CGI che si riconoscono in quanto tali, applicando un filtro cartonato su cui sarebbe stato necessario mettere più attenzione.

Paradossalmente, funziona meglio proprio l’approfondimento dei personaggi nella parte più “drama”, dove i casini personali dei protagonisti, per quanto neppure loro particolarmente innovativi, riescono a suscitare qualche emozione in più.
Ma è proprio qui, nelle questioni legate al passato, che si rileva il problema cui facevo cenno all’inizio, quello legato al fatto di aver visto troppe cose in troppi anni.

Da qui in poi devo per forza spoilerare, quindi se non avete visto la miniserie e non volete sapere altro, fermatevi qui.

Nell’ultimo episodio, quando ormai buona parte del giallo è stato risolto, si scopre che anche il personaggio di Sam Neil, fino a quel momento inserito di default nella lista dei buoni, ha uno scheletro nell’armadio grosso così.

Il problema è che anche questo risvolto, o forse soprattutto questo risvolto, era prevedibilissimo. Attenzione però, di una prevedibilità che non riguarda solo eventuali indizi sparsi nel corso degli episodi, che pure effettivamente ci sono: una parola qui, uno sguardo là, che fanno pensare che qualcosa non torni del tutto.

No, qui il problema arriva prima, c’entra poco con quello che si vede, e c’entra invece con lo stesso casting di Sam Neil. Dopo la fama mondiale raggiunta con Jurassic Park, Neil ha portato avanti una onesta carriera in cui molte volte si è trovato a intepretare personaggi ambigui, meno buoni-e-basta di quanto avrebbe potuto far pensare il film coi dinosauri. E oltre a questo, Neil è rimasto un nome “troppo grosso” per tenerlo confinato nel personaggio di un semplice collega del protagonista.

Insomma, fin dall’inizio, dopo tre scene in cui vedevo Sam Neil non apportare granché alla storia, mi sono detto “ovviamente nasconde qualcosa”. Ma ripeto, solo perché è Sam Neil, senza ulteriori motivi.
Ho passato sei episodi nell’assoluta certezza che quel personaggio dovesse avere qualcosa in più da dare alla trama, e probabilmente qualcosa di malvagio, e puntualmente così è stato. La mia sorpresa al momento della scoperta è stata pari a zero.

Questa cosa mi era successa già un’altra volta, in una serie crime dove un personaggio all’apparenza secondario si rivelava essere il cattivo “a sorpresa”. Solo che quel personaggio era interpretato da James Van Der Beek, ovvero Dawson di Dawson’s Creek, e per me era assolutamente ovvio che non potesse essere stato chiamato a interpretare una semplice comparsa.
(Fra parentesi, ho provato a ricostruire che serie fosse spulciando le comparsate di Van Der Beek, e probabilmente era Criminal Minds o Law & Order SVU).

Insomma, in una serie tutto sommato solida, da intrattenimento tranquillo, ci sono alcune leggerezze che le impediscono di raggiungere lo step successivo di qualità, e fra queste anche scelte di casting che, da sole, finiscono col rovinare le sorprese.
O magari sono io che ho visto troppa roba, però insomma, se pubblichi su Netflix te lo devi pure aspettare: la gente Netflix se lo spolpa da mattina a sera.

Perché seguire Untamed: un giallo caruccio, un attore carismatico, un setting affascinante.
Perché mollare Untamed: non c’è niente che stupisca davvero, e anzi ci sono alcuni twist fin troppo prevedibili.



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