4 Agosto 2025

Chief of War – Epica e Storia firmate Jason Momoa di Diego Castelli

Il roccioso attore di Game of Thrones, Stargate e molto altro, scrive e interpreta una storia hawaiana in cui rileggere l’origine di un popolo

Pilot

Ci viene spontaneo pensare che gli attori ricchi e famosi abbiano avuto tutto dalla vita. Esattamente quello che volevano, come lo volevano, e più di tutti gli altri. Perché insomma, se hai deciso di fare l’attore, se riesci a farlo di mestiere, e per di più sei conosciuto e apprezzato nel mondo, cosa vuoi di più?

Ovviamente la realtà è più complessa, perché gli obiettivi che un individuo fissa per la propria vita (realistici o meno, “sani” o no che siano) non sono necessariamente quelli che altre persone, nelle stesse condizioni, perseguirebbero.
Così, un attore (ma vale per un regista, per uno scrittore, sia uomini che donne, in ogni campo artistico) può essere felice di essere famoso per la commedia, nascondendo però il desiderio di essere ricordato anche come attore drammatico. Magari Harrison Ford, pur essendo una leggenda vivente, si rammarica di non aver partecipato a quel film o quell’altro, e di non aver mai vinto un oscar. E via dicendo.

In questo senso, se riusciamo a concepire, da persone comuni quale siamo, che anche un ricco e famoso abbia diritto ai suoi sogni e le sue frustrazioni, è bello vedere quando un artista, con dedizione e impegno, e sfruttando i suoi precedenti successi come rampa di lancio, riesce a costruire qualcosa che sia veramente suo.
E quindi oggi parliamo del grosso, roccioso, simpatico Jason Momoa, e di un progetto che va oltre il semplice ingaggio hollywoodiano: parliamo di Chief of War.

Chief of War è una miniserie di Apple Tv+, ambientata sul finire del Settecento, che racconta le tensioni (religiose, diplomatiche, militari, familiari) fra i quattro principali regni che si dividevano il controllo delle isole Hawaii, a cui si aggiunge l’elemento non proprio secondario dell’arrivo degli europei colonizzatori.

Insieme a Thomas Paʻa Sibbett, Jason Momoa, famoso nel mondo per Aquaman e per il Khal Drogo di Game of Thrones (ma con un passato e un presente molto ricco di progetti seriali e cinemarografici di ogni tipo), è il creatore della serie, definita come un vero “passion project” dell’attore, che naturalmente è anche protagonista.

Non è difficile immaginare il motivo: Momoa è nato a Honolulu da padre nativo hawaiano, e solo dopo la separazione dei genitori si era trasferito negli Stati Uniti insieme alla madre.
Per il buon Jason, dunque, si tratta di un vero e proprio ritorno alle origini, fisico e metaforico, un tentativo di riconnettersi a una tradizione familiare di portata secolare, ben più antica a solida di qualunque lustrino hollywoodiano e, se vogliamo guardare, più antica di qualunque tradizione statunitense, visto che le Hawaii furono primariamente colonizzate dai polinesiani nel Quinto Secolo dopo Cristo.

In Chief of War, ispirata a eventi realmente accaduti, Momoa interpreta Kaʻiana, un valoroso guerriero che ha deciso di smettere con le battaglie, ma che sceglie di tornare a combattere per quella che crede e spera sarà l’ultima volta, salvo accorgersi che la situazione è ben più complessa, sfuggevole e viscida di quanto immaginasse.

L’arrivo degli europei gioca ovviamente un ruolo cruciale nel percorso di Kaʻiana, che si troverà improvvisamente teso fra due mondi, ma con la mente ben piantata nelle necessità della sua terra, spinto da un desiderio di libertà e indipendenza che segnerà il suo intero destino.

Quanto sarebbe brutto se, dopo tutta quella introduzione così pucciosa, vi dicessi che le prime due puntate di Chief or War sono state una delusione?
Ecco, per fortuna non sono così subdolo: i primi due episodi di Chief of War hanno parecchio da dire, parecchio da mostrare, e si fregiano di un equilibrio niente affatto scontato.

Da un punto di vista visivo siamo già abituati a vedere serie di Apple Tv+ che mostrano i muscoli. Chief of War non fa eccezione, con riprese meravigliose in scenari hawaiani e soprattutto neozelandesi (la Nuova Zelanda assomiglia più alle Hawaii del Settecento di quanto non facciano le vere Hawaii di oggi), epiche scene di battaglia, una regia magari non particolarmente originale per questo genere, ma sempre salda e carismatica, e una grande attenzione alla fedeltà storica: Momoa e Sibbett si sono affidati a consulenti di ogni tipo per avvicinarsi il più possibile ad abiti, manufatti e veicoli dell’epoca, fino al punto di ricostruire da zero le navi hawaiane con materiali del posto e tecniche di allora.

Come dicevo, però, c’è da parlare di un tema di equilibrio, perché alcune scelte a monte del progetto potevano anche dare vita a una miniserie difficile da seguire, o troppo autoriale, insomma troppo distante dal gusto di un pubblico che gli stessi autori vorrebbero invece più largo possibile.

C’è un tema di ambientazione, perché la storia hawaiana non è così conosciuta nel mondo come quella europea o statunitense, con la necessità quindi di condurre per mano il pubblico in un territorio che non conosce, pieno di credenze, usi e costumi sconosciuti, sapendo che questo gli richiederà un impegno aggiuntivo.
Impegno che diventa ancora più gravoso quando si apprendono i nomi dei protagonisti, lontani dal nostro comune sentire tanto quanto quelli di una serie coreana o cinese (ma il pubblico d’elezione di Chief of War non è solo hawaiano, e fa una bella differenza), ma soprattutto quando ci si accorge che, da un punto di vista linguistico, si è deciso di non fare sconti: la serie è quasi tutta recitata in hawaiano, e anche qui Momoa e soci hanno lavorato molto con i consulenti, per ottenere un risultato quanto più possibile rigoroso.

C’è dunque un’inevitabile barriera all’ingresso, una richiesta, per gli spettatori occidentali, di un piccolo salto nel vuoto che magari non sono abituati a fare, a parte nei citati casi di appassionati di serie asiatiche.
E qui però arriva il tentativo di riequilibrare. Invece di puntare a una Game of Thrones hawaiana piena di nomi, fazioni e intrighi, Momoa scrive una sceneggiatura che va subito al sodo, che costruisce in maniera chiara tensioni e rapporti di forza, e si concentra su un personaggio nerboruto, capace di bucare lo schermo, mostrandone però subito forze e fragilità, speranze e delusioni.

Il risultato è una storia ricca, stratificata, ma comunque dritta, comprensibile, capace di suscitare emozioni ed empatia. Il tutto in quella cornice magnifica che ti fa venire voglia di andare in vacanza, e non so se l’uscita in estate ha qualcosa a che fare con questo fatto.

Ora bisogna capire cosa succederà: non è chiaro (e non ho voluto leggere troppo a questo riguardo) quanta parte della storia si sposterà geograficamente con l’arrivo degli inglesi, e quanto quindi quella linearità iniziale si aggroviglierà, rispostando il punto di equilibrio da qualche altra parte, con rischi conseguenti.

Il concetto, però, è che dopo questi primi due episodi ci importa del destino dei personaggi principali, e del mondo meraviglioso per il quale combattono.
Quindi sì, si arriva per forza alla fine di Chief of War, e intanto vado a vedere se trovo offerte per qualche volo. Ok, la Nuova Zelanda è lontana, ma vuoi che non ci siano paesaggi almeno un pochino simili più vicino?

Perché seguire Chief of War: un Jason Momoa pieno di passione dà vita a un progetto ricco e ben calibrato in tutte le sue componenti.
Perché mollare Chief of War: alcuni elementi di realismo, come l’uso massiccio della lingua hawaiana, potrebbero rappresentare un ostacolo.



CORRELATI