Alien: Earth – Ma che ottimo esordio! di Diego Castelli
Dopo aver adattato Fargo, Noah Hawley compie un’altra magia con la saga di Alien
Poco prima dell’uscita di Fargo, nel 2014, c’era un comprensibile scetticismo, basato su una convinzione semplicissima: figurati se qualcuno che non sono i fratelli Coen riesce a replicare il loro gusto, la loro comicità surreale e grottesca, le loro storie pazze e la loro America insieme bella, buffa, allegorica e provinciale.
Poi arrivò Noah Hawley, romanziere e sceneggiatore televisivo con una carriera fin lì onesta e poco più (era fra gli scrittori delle prime stagioni di Bones), che disse: watch me.
Il risultato fu una delle serie migliori del decennio, a cui Hawley fece seguire quella Legion che, nel mondo cine-seriale della Marvel, è rimasta un prodotto di supernicchia, ma anche uno dei più ispirati e personali.
Qualche anno dopo, nel sapere che Hawley avrebbe creato e scritto la prima versione seriale della saga di Alien, le aspettative erano molto più elevate, così come i rischi: Alien si compone di alcuni capolavori (i primi film), di progetti ambiziosi ma più divisivi (i prequel targati Prometheus), prodotti dignitosi ma nulla più (il quarto film e non solo), e aperte caciaronate (come tutto il crossover con i Predator).
Ebbene, ora che abbiamo visto i primi due episodi di Alien: Earth (disponibile su Disney+ come Alien: Pianeta Terra), e pur sapendo che bisogna stare attenti a non sbilanciarsi proprio perché sono solo i primi due, possiamo dire senza troppa paura che… oops, Noah did it again!

Alien: Earth è un prequel del film originale (è ambientato due anni prima, nel 2120) ed è la prima storia di Alien ambientata sulla Terra. Giusto per dircelo subito, Hawley ha deciso di stare appiccicato alla prima saga, quindi non ci sono riferimenti a Prometheus, che sennò si impastrocchiava tutto.
L’inserimento nella cornice narrativa del franchise è abbastanza fluido: se ricordate, nel film del 1979 l’equipaggio di un’astronave si trovava a fronteggiare una terribile specie aliena (i cui individui, nella forma completa, sarebbe poi diventati celebri come “xenomorfi”), con l’allora semi-sconosciuta Sigourney Weaver nei panni dell’eroina e unica sopravvissuta. Nel corso del film, però, si veniva a scoprire che la megacorporazione che aveva finanziato il viaggio sapeva dell’esistenza degli xenomorfi, e anzi aveva incaricato il synth della nave (una categoria di umano sintetico da sempre parte integrante della saga) di portare a casa un esemplare anche a scapito dell’equipaggio.
Alien: Earth, quindi, si inserisce in quell’iniziale non-detto per mostrarci una nave scientifica, finanziata da una delle cinque corporation che si spartiscono la Terra e il sistema solare, che sta riportando a casa diverse specie aliene, compresi gli xenomorfi. Quando tutto va a ramengo, perché con quelli va sempre tutto a ramengo, l’astronave piena di cadaveri perde il controllo e si schianta sulla Terra, nei territori americani di un’altra corporazione rivale, che subito si attiva per vedere quali tesori nasconde la nave, senza sapere che sono tesori con i denti, le code a punta e una certa predisposizione all’uccisione indiscriminata.

Se questa è la principale trama che riguarda gli xenomorfi, e quindi l’anima più horror e mostruosa della serie, c’è poi una seconda storia altrettanto importante. Accanto ai cyborg (esseri umani potenziati) e ai synth (che sono di fatto intelligenze artificiali in corpi sintetici umani solo in apparenza), il geniale e ricchissimo fondatore della corporazione che governa il territorio dove si schianta la nave di cui sopra, ha ideato una tecnica per trasferire le coscienze umane dentro corpi sistetici, di fatto creando una nuova specie di ibridi con i quali gli esseri umani possono, in soldoni, sconfiggere la morte e l’invecchiamento.
Fra questi ibridi c’è una ragazzina che, essendo molto malata e prossima alla morte, si fa trasferire in un corpo sintetico a forma di donna adulta, che prende il nome di Wendy (interpretata da Sydney Chandler). Wendy è la prima di un gruppo di ibridi messi sotto la guida di Kirsh, un synth vero e proprio che avendo la faccia di Timothy Olyphant fa venire voglia di diventare tutti sintetici, o almeno di sposarne uno.
Wendy, o la ragazza che era, aveva anche un fratello, Hermit (Alex Lawther di The End of the F***ing World) che ora fa il soldato e il medico e deve addentrarsi fra le macerie dello schianto in cerca di superstiti. Questo spinge Wendy a farsi mandare nello stesso posto, per aiutare un fratello che non sa nulla della di lei trasformazione in ibrido, e da qui in poi sono pericoli per tutti.

Raccontata un po’ la storia, posso passare a dirvi quello che conta: in Alien: Earth funziona tutto.
Dal punto di vista strettamente narrativo, Hawley sa che il suo pubblico d’elezione sa già che forma hanno gli xenomorfi e non fa finta di doverci raccontare di nuovo tutta la storiella: gli alieni ci sono da subito, sono subito pericolosi, e anzi le nostre conoscenze pregresse (anche poche, non serve essere esperti della saga) costruibuiscono a creare la tensione che nasce direttamente da incubi cinematografici passati.
Siamo subito dentro all’azione per seguire una trama horror semplicissima (nave con i mostri che si schianta sulla Terra), a cui però l’autore newyorkese affianca una trama molto più spessa, dalle implicazioni filosofiche più profonde.
Fin dall’inizio, la saga di Alien è stata anche una riflessione sull’umanità, sulla sua identità, sulla sua nascita e sul suo ruolo nell’universo. Inquadrati nel corso dei film e dei decenni ora come unici baluardi della coscienza, ora come vecchie carcasse organiche non più efficienti, ora come prodotti di intelligenze superiori, fino a essere semplice… cibo, gli umani di Alien hanno sempre dovuto chiedersi, fra una fuga e l’altra, chi siamo, dove andiamo, che senso abbiamo.
Hawley non si sottrae a questa riflessione ormai pluridecennale, e mette sulla scena degli ibridi che da una parte sembrano soddisfare alcuni dei più grandi desideri dell’umanità (l’eterna giovinezza, la liberazione dalle malattie ecc), e dall’altra però rischiano di perdere abbastanza caratteristiche degli esseri umani da chiedersi se “umani” lo sono ancora: se non hai più gli ormoni a influenzare i tuoi stati d’animo, giusto per fare un esempio esplicito, puoi ancora definirti un umano?
Cos’è, insomma, che definisce la nostra umanità? Quando sta nella mente, quanto nel corpo, quanto nelle loro interdipendenze? E come dobbiamo trattere le intelligenze artificiali, che erano oggetto di riflessioni già nel 1979, e oggi sono perfino più importanti e “vicine” di prima?

E mentre costruisce una sceneggiatura superbamente equilibrata, in cui la riflessione filosofica e l’azione più pura, sanguinolenta e orrorifica trovano un compromesso sorprendentemente fluido ed efficace, Noah Hawley prende anche decisioni per nulla scontate e riuscitissime in termini di messa in scena.
Alien: Earth è profondamente ed esplicitamente debitrice del primo film della saga, e Hawley (che dirige il primo episodio) costruisce degli ambienti che in tutto e per tutto ricordano l’estetica della fine degli anni Settanta, dagli interni della nave ai costumi, passando per la rappresentazione delle tecnologie informatiche, piene di schermi verdi, righe di testo e rumori meccanici.
Ancora una volta, però, niente pigrizia: non è semplice retrofuturismo, perché si riescono comunque a inserire grandi astronavi che viaggiano nello spazio, touchscreen che nell’originale ovviamente non erano contemplati, tecniche di sorveglianza che sembrano uscite da sogni distopici molto presenti. Un mondo futuro, con elementi del nostro contemporaneo eppure pieno di gustosi debiti verso uno stile del passato che non poteva semplicemente essere accantonato.

E non riguarda solo costumi e oggetti di scena. Sono proprio le scelte visive di Noah Hawley a farci fare un tuffo in un cinema che non c’è più, ma che è stato comunque aggiornato ai nostri tempi. Il ritmo è quello di una serie del 2025, ma certi zoom della macchina da presa, certe sovrapposizioni di immagini in dissolvenza, e molti, immortali trucchi dell’horror – come la scelta, forse un pelo abusata nei due episodi, di mostrarci sfondi apparentemente innocui dove però si nascondono mostri che hanno evidentemente un grande senso dello spettacolo – sono lì a dare testimonianza del bel tempo che fu, e di un film mitico che rimane uno dei capisaldi della fantascienza horror cinematografica.
Tutto questo, naturalmente, senza abdicare a effetti speciali moderni che, mescolando veri pupazzoni e computer grafica, restituiscono uno scenario di grande impatto visivo, tutto perfettamente incastrato e bilanciato, a costituire un omaggio al passato ma non per questo un abbandono della forza espressiva del presente.

Insomma, lo ribadisco, funziona tutto. I primi due episodi di Alien: Earth mettono in mostra una robustezza rara, una visione insieme ampia e particolareggiata di come si deve fare un adattamento che sia divertente, appassionante e intellettualmente fecondo, ma anche profondamente rispettoso degli elementi più memorabili di un marchio iconico.
Per questo Noah Hawley sembra davvero avercela fatta di nuovo. Perché come con Fargo, è riuscito a dare una sua cifra, una sua prospettiva, senza per questo fagocitare un franchise che proprio adesso, lucidato da questa incarnazione così calibrata, densa, ricca, ci sembra più vivo e meritevole che mai.
Vedremo come finirà ma, per il momento, tanta tanta roba.
Perché seguire Alien: Eart: per la straordinaria, consapevolissima ibridazione fra passato e presente, fra rispetto dell’originale e innovazione.
Perché mollare Alien: Earth: in termini di impatto, resta pur sempre una saga piena di mostri insettoidi che squartano la gente, sapevatelo se siete impressionabili.

