18 Agosto 2025

Smoke finale – Provarci fino alla fine, anche a costo di sbracare di Diego Castelli

La serie di Apple Tv+ era iniziata all’insegna di un’originalità cercata poi fino alla fine, con qualche sbavatura ma con pregevole coerenza

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA SERIE!

Era l’inizio di luglio quando parlavamo dei primi tre episodi di Smoke, con una recensione divisa in due per via della necessità di spoilerare almeno un pochino su un twist troppo importante per essere sottaciuto. Stavolta diamo per scontato che, se siete qui, avete visto la miniserie fino alla fine, altrimenti parlarne degnamente sarebbe quasi impossibile.

È necessario tornare sullo show di Apple Tv+, creato da Dennis Lehane, perché il tentativo di costruire qualcosa di originale, pur all’interno di quello che sembrava un genere molto codificato, è proseguito anche negli episodi successivi, in un prodotto che proprio non ci stava a essere prevedibile, incasellabile, dimenticabile.
E prevedibile, incasellabile e dimenticabile secondo me non lo è stato, anche se non tutto ha funzionato perfettamente.

Il primo twist, lo sappiamo, riguardava il fatto che Dave Gudsen, interpretato da Taron Egerton e mostrato inizialmente come uno dei “buoni”, era in realtà il cattivo della serie, o quantomeno uno dei cattivi, comunque il principale.
Bastava già questo per trasformare Smoke da giallo a thriller, in un balzo di genere che, lì per lì, generava una qualche gustosa vertigine.

Lehane però non si è fermato lì, perché altri elementi narrativi arrivano molto presto a scombinare le carte di quello che crediamo di saper prevedere sulle serie tv. In particolare, la caccia a Dave diventa una specie di indagine da procedural, con un gruppo di investigatori (ognuno con le sue peculiarità) impegnati a cercare indizi e prove, pedinare e osservare, tendere trappole e organizzare sotterfugi.

In tutto questo, però, Dave è sempre in mezzo a loro, ma non solo: con l’andare degli episodi e con l’accumularsi di ulteriori cliffhanger di fine puntata, il piromane arriva ad accorgersi della gabbia che si sta stringendo intorno a lui, ma sceglie di non fuggire, anzi di restare a destreggiarsi in mezzo alle grinfie dei suoi potenziali predatori, nel tentativo di salvare il proprio lavoro, la propria reputazione, i propri sogni letterari e perché no, la certezza di essere più scaltro di tutti.

In tutto questo, dentro e intorno, si muovono storie parallele di diversa complessità. C’è naturalmente la vicenda di Freddy, l’altro piromane che ha un suo percorso personale ma che ci serve soprattutto come caso su cui Dave possa lavorare (e perfino vincere) mentre intanto è indagato per i delitti suoi. C’è la storia di Michelle, che si porta dietro pesanti traumi infantili legati alla madre e che ha costruito una dura scorza di detective pronta per essere spezzata e deformata da nuove colpe tutte sue personali. E poi ci sono anche altre sotto-storie più o meno interessanti legate ai personaggi secondari (ho seguito con particolare delizia lo sforzo di redenzione Ezra, interpretato da un John Leguizamo che è sempre perfetto quando deve fare l’esperto-ma-imbarbonito-ma-incattivito-eppure-ancora-simpatico).

È tanta carne al fuoco, magari anche troppa (ci torniamo a breve), ma che tutta insieme contribuisce alla grandezza dell’incedio finale (lo so, la metafora è banale, ma che devi fare con una serie sui piromani?).
Ed è proprio in quel finale che si concentrano alcune delle scelte più forti e insieme controverse della serie.

Arrivati all’ultimo episodio, Michelle è allo stremo. Cerca da settimane di incastrare Dave senza riuscirci, e incazzandosi sempre di più. Nel frattempo, ha ucciso l’ex amante ed ex capo Burk, diventando un’assassina in piena regola, e usando pure l’omicidio da lei commesso come scenario in cui piantare delle prove ad hoc che possano incastrare Dave.
Insomma, è in modalità o la va o la spacca, sapendo che qualcosa dentro di lei s’è spaccato comunque.

È in questa tensione ormai spasmodica che si arriva a quella scena in mezzo all’incendio, dove tutte le belle strategie poliziesche vanno a farsi benedire, e Michelle prova ad ammazzare Dave finendo con l’arrestarlo in una dinamica di vero e proprio dominio che ha perfino un’esplicita nota fallica, sessualmente carichissima: quell’immagine di Michelle in piedi, con la pistola ad altezza inguine infilata nella bocca di Dave, ci restituisce il senso di una donna stremata, traviata dagli stessi abusi di cui era vittima, che si munisce di un simulacro bellico di pene per sottomettere il proprio nemico maschio con le sue stesse armi (senza dimenticare che, nella malvagità di Dave, esiste una componente sessuale e di possesso molto esplicita).

È una scena, e un episodio, che sceglie abbastanza consapevolmente di mandare in vacca l’anima più investigativa dello show, per cambiare genere (di nuovo) e tramutarsi in un vero e proprio drama da bollino rosso, uno scontro fra personaggi danneggiati in cui le regole del gioco (qualunque esso sia) finiscono col bruciare nelle fiamme di passioni non razionali, che ovviamente trovano continuo specchio metaforico negli incendi che punteggiano tutta la sceneggiatura.

Sul finale, poi, quando Dave è effettivamente catturato, abbiamo quelle ultime inquadrature che ci ricordano come Dennis Lehane sia lo scrittore del romanzo di Shutter Island.
Torchiato da Michelle, deciso a professare la propria innocenza anche al di là delle evidenze che la detective gli mette sotto il naso (fra parentesi, che bello un colpevole che non confessa mai, come succede nella maggior parte dei casi reali), Dave ha un momento di svelamento, un’epifania personale, che a noi viene preparata attraverso le foto di famiglia che la moglie sta mettendo in una scatola, pronta a lasciarsi alle spalle quell’uomo non proprio sano di mente.

Nelle foto e poi nel volto di Dave vediamo una persona più ordinaria, grassoccia e stempiata di quella che avevamo visto finora. Alla coscienza di Dave (e alla nostra) viene mostrato come l’uomo carismatico e pericoloso che avevamo conosciuto fosse una proiezione dello stesso Dave, il personaggio del suo libro, l’immagine di sé che lui amava coltivare ogni volta che, appiccato un incendio, si sentiva una creatura più potente, inafferrabile, “speciale” di quello che era in realtà.

Il finale poi non dà ulteriori informazioni: non sappiamo se Dave confesserà, non sappiamo se verrà condannato, e non sappiamo se Michelle alla fine pagherà per il suo crimine, la cui gravità non è mai in dubbio. È lo stesso autore che, intervistato apposta, ha dichiarato di aver voluto lasciare più domande che risposte, non sentendo il bisogno di sciogliere ogni nodo per lasciare invece la possibilità di rifletterci su.

Secondo me questa impostazione, e questo intento, funzionano. Gli spostamenti di genere a cui Smoke è soggetta rendono la serie fresca, divertente, imprevedibile. Non sai mai quello che sta per succedere, e quando succede non puoi che desidere di scoprire cosa diavolo succederà dopo.

Ma anche l’approfondimento dei due personaggi principali, Dave e Michelle, ha un suo senso preciso. A conti fatti, Smoke è una serie di traumi psicologici, e di conseguenze di quei traumi. Dave e Michelle, apparentemente agli antipodi, hanno in realtà un percorso molto simile: un trauma familiare, la decisione di lavorare per un’autorità superiore e correggere torti, l’approdo finale alla violenza e al crimine.
Poi certo, Dave è un piromane seriale, e Michelle invece uccide Burk in un momento di rabbia che arriva al culmine di uno stress molto pesante, ma l’accostamento fra i due personaggi è comunque ovvio, al punto che solo Michelle, di tutti i personaggi che indagano su Dave, è quella per la quale percepiamo come inevitabile lo sbrocco finale, dall’incendio per nascondere il proprio crimine alla rissa finale in mezzo all’incendio.

C’è un miscuglio intenzionale fra le motivazioni, i torti e le possibili attenuanti dei due personaggi. Dave è certamente un cattivo, un manipolatore, un bastardo, ma alla fine ne percepiamo chiaramente i disturbi e le fragilità. Michelle, che invece avevamo visto per molti episodi come una donna capace di costruire una scorza attorno a un’infanzia fragile e meritevole di compassione, alla fine è la fredda calcolatrice che usa un suo crimine per far arrestare il suo acerrimo nemico, probabilmente facendola pure franca.
Insomma, è una serie che parte da un quadro che sembra super classico, e che poi mischia tutto, costringendoci a un continuo lavoro di riposizionamento di genere ma anche valoriale, che ci stimola e ci ingaggia fino alla fine. Molto più e molto meglio del solito gialletto dimenticabile.

E però non faremmo un’analisi completa se non dicessimo che, in questo tentativo di sparigliare le carte, sorprendere e accumulare suggestioni e spunti, non tutto è apparso ugualmente forte e ordinato.

La vicenda di Freddy, per esempio, ci è stata inizialmente “venduta” come più importante di quello che poi sarebbe stata, con l’impressione di aver masticato qualcosa che non siamo riusciti a mandare giù. Ma anche la stessa anima poliziesca e investigativa della serie è stata un po’ strapazzata da quel finale in cui Michelle, ormai oltre lo sbrocco, decide di passare ai fatti. Anche in questo caso, e pur considerando gli espliciti salti di genere della serie, si ha la sensazione di aver speso parecchio tempo per appassionarsi ad alcune dinamiche che poi hanno perso improvvisamente importanza, ritrovandola solo alla fine e in maniera un po’ affrettata (quando Michelle, durante l’interrogatorio, riceve il messaggio con cui i suoi colleghi, guarda caso, proprio in quel momento, le comunicano di aver trovato le prove definitive contro Dave, semplicemente setacciando la macchina).

C’è insomma l’impressione che alcuni centri di gravità della serie, soprattutto verso il finale, abbiano attirato l’attenzione degli autori al punto da velocizzare la caduta della storia verso di essi, affrettando qualche passaggio e forzando la mano in alcuni casi.
Si rischia così di perdere contatto con una fetta di pubblico, che se di per sé non è un peccato mortale (non si può piacere a tutti), dall’altro può suonare come un tradimento per chi aveva creduto ad alcune promesse che pure ci sono (tipo “questa è una serie investigativa”), e il cui sovvertimento arriva un po’ troppo tardi per non far incazzare qualcuno.

Insomma, serve un po’ di elasticità per apprezzare appieno Smoke. O, se vogliamo essere più cinici e meno indulgenti, bisogna saper passare sopra qualche forzatura di troppo.
Secondo me si potevano raggiungere gli stessi risultati anche con una maggiore pulizia, un ritmo meno altalenante, e una più precisa gestione dei diversi pesi.

Al netto di questo, però, il bilancio credo sia positivo. Come sapete, qui a Serial Minds abbiamo da sempre una predilezione per le serie che “ci provano”, che rifiutano di stare nel solco del già visto al solo scopo di non fare incazzare nessuno, ma con il rischio di essere subito dimenticabili. Questo naturalmente non significa che le serie più “classiche” non possano essere ottimi prodotti, né che la sperimentazione sia un valore in sé e per sé, ma Smoke è effettivamente una serie che “ci prova”, e pure con entusiasmo.
Credo che fra quattro o cinque anni, quando qualcuno me la citerà, sarà molto più facile per me ricordarla, e ricordarla con affetto, di tanti altri prodotti magari più ordinati e dritti, ma senza granché da dire che non fosse stato già detto da qualcun altro.
Scusate se è poco.



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