21 Agosto 2025

The Twisted Tale of Amanda Knox – Un serie italicamente irricevibile? di Diego Castelli

Una miniserie prodotta da Amanda Knox per ripercorrere le vicende del delitto di Perugia. Un po’ di gente si arrabbierà.

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Sarei molto curioso di sapere se, da qui al prossimo futuro, la nuova miniserie di Disney+, The Twisted Tale of Amanda Knox, diventerà oggetto di qualche tesina o tesona universitaria, per chi si laurea in televisione, cinema e affini.
E questo perché parliamo di un caso più unico che raro in cui una serie dalla produzione profondamente americana viene girata in Italia con molte maestranze italiane, e tocca un tema non nuovo ma ancora spinosissimo nel nostro paese, come l’uccisione di Meredith Kercher, la sera del 1 novembre 2007.

Non parliamo quindi del classico tv movie americano ambientato in Toscana in cui una certa stereotipizzazione dell’Italia frega poco a noi e niente agli statunitensi, ma di qualcosa di più complesso e più delicato, che tocca un pubblico, quello del true crime, molto appassionato e rumoroso.
Insomma, una miniserie probabilmente ordinaria dal punto di visto produttivo (lo vediamo meglio a breve), ma moooolto più rilevante, al nostro occhio, da punti di vista più scivolosi.

Io non credo di dover riassumere granché del delitto di Perugia, di cui anzi credo di essere assai meno esperto di molte persone che stanno leggendo queste righe. Ma proprio qui sta il nocciolo della questione.

Il delitto di Perugia ha una sua storia processuale, culminata dopo un po’ di montagne russe con l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio, la condanna di Rudy Guede, e la condanna di Amanda Knox per diffamazione nei confronti di Patrick Lumumba.
Accanto (e sopra, sotto, intorno) a questa vicenda meramente processuale, c’è poi il sentimento della popolazione italiana, le chiacchiere fra le persone, il carrozzone dei media, le auto-riflessioni sullo stato della nostra giustizia, fino alle opinioni-sensazioni delle singole persone.

E qui dobbiamo subito introdurre il grande tema da cui deriverà tutto il resto. A prescindere dai nostri personali convincimenti, possiamo riconoscere che in Italia esiste l’opinione molto diffusa (non so dire se prevalente, ma certo molto diffusa) che Amanda Knox l’abbia “fatta franca”. Ci sono molte persone che pensano che Amanda sia colpevole di qualcosa di più di quello per cui è stata condannata, e che sia riuscita a sfuggire alla giustizia per abilità sue e goffaggini nostre.
È bene comprendere, nell’introdurre una miniserie di Disney+ creata da K.J. Steinberg e prodotta dalla stessa Amanda Knox, che negli Stati Uniti questa vicenda è vista in modo diametralmente opposto: Amanda Knox è un’eroina giudiziaria che è stata bullizzata da un paese e da un sistema incapace se non marcio, che è riuscita a dimostrare la sua innocenza e a scappare da una banda di matti che oggi fa bene a sbeffeggiare e giudicare, scrivendo libri, producendo podcast, rilasciando interviste e contribuendo alla realizzazione di serie tv.
Tutto molto sereno, giusto?

A interpretare Amanda nella serie è Grace Van Patten (vista fra le altre cose in Nine Perfect Strangers e Tell Me Lies), mentre sua madre ha il volto di Sharon Horgan (Bad Sisters). Sono fra le poche interpreti anglofone di un cast altrimenti tutto italiano, da Giuseppe De Domenico nei panni di Sollecito a Francesco Acquaroli (forse il volto italiano più famoso della serie) in quelli del procuratore Giuliano Mignini.

The Twisted Tale of Amanda Knox, di cui al momento di scrivere questa recensione abbiamo visto solo i primi episodi, ripercorre le principali vicende relative all’omicidio e al processo, dalle prime indagini e gli iniziali arresti di Knox e Sollecito, arrivando alla liberazione finale dei due e in particolare di Amanda Knox, che come da titolo rappresenta il punto di vista principale sugli avvenimenti.

Questa è una cosa importante da dirsi subito: non siamo in presenza di un true crime in cui (alle volte viene fatto anche furbescamente) si cerca di instillare negli spettatori un dubbio che non c’è, giusto per tenere alta la tensione. Semmai, è il contrario: in questa miniserie non abbiamo mai alcun dubbio sul fatto che Amanda sia completamente innocente, e la tensione non è basata sull’indecisione circa le sue responsabilità, ma sull’odissea che affronta per tornare libera.

In questo contesto, per noi spettatori italiani, la questione dell’analisi e del giudizio su questa serie si complica (non così tanto eh, ma un po’ sì).
Questo perché in passato ci è capitato tante volte di appassionarci a film e serie americane che raccontassero vicende giudiziarie già concluse, in cui gli sceneggiatori non vedevano l’ora di attribuire ruoli da buoni e da cattivi. Mi viene in mente, per esempio, il bellissimo Hurricane, con Denzel Washington.

Qui succede più o meno la stessa cosa: la protagonista è innocente, e quasi tutti intorno a lei sono cattivi. In particolare, sono cattivi e/o incompetenti le forze dell’ordine che raccolgono male le prove, le interpretano peggio, si affannano nella ricerca di un colpevole con congetture e deduzioni goffe al solo scopo di affibbiare la colpa a qualcuno, arrivano a esercitare sulla Knox un vero e proprio bullismo, come nella scena (mi permetto un piccolo spoiler) in cui una decina di poliziotti/e circonda un’Amanda rimasta sola e pure senza avvocato, costringendola di fatto a snocciolare un’accusa falsa contro l’innocente Patrick Lumumba.
Ma non è solo questione di incompetenza, bensì anche di stereotipi, a partire da Mignini, personaggio a cui viene riconosciuta una cerca intelligenza e un certo carisma, ma che è pure un cattolico ai limiti dell’invasato, uno che pensa che i casi gli vengano assegnati da Dio e che vede negli uccelli morti presagi di sventura.

Insomma, da un punto di vista strutturale è la classica serie a tesi in cui c’è una protagonista buona e un mondo cattivo tutto intorno che cerca di fregarla, con l’unico problema che questo mondo cattivo siamo noi italiani, e che si parla di una storia vera sulla quale la serie esprime un’opinione estremamente netta e precisa.

È molto difficile, per noi, guardare quella che è a tutti gli effetti un’agiografia di Amanda Knox, senza provare sentimenti e sensazioni che peschino anche da altre esperienze della nostra vita di spettatori, e riuscendo a capire perfettamente come accoglieremmo questa miniserie se non fossimo parte in causa (come certamente ci è capitato di trovarci in passato ogni volta che gli americani decidevano di rappresentare paesi diversi dal loro).

Vi faccio anche un esempio personale: io non sono un appassionato di true crime, e non mi sento di poter dare un’opinione particolarmente informata su questa vicenda. Ma siccome sono umano pure io, posso dirvi serenamente che la leggerezza con cui Amanda Knox ha affrontato il racconto di quei giorni negli anni successivi mi ha fatto una certa impressione (ultimo esempio in Laid, la serie di Peacock dove Knox partecipa nei panni di sé stessa in una sequenza dove il delitto di Perugia è la base per una gag tenera e ridanciana con Zosia Mamet). Un’impressione non buona, intendo, una sensazione di freddezza e calcolo che mi ha fatto sbarrare gli occhi, ma che di nuovo, per gli americani, non esiste: Amanda è una vittima e anzi brava lei che riesce a scherzarci sopra, prendiamo esempio e vogliamole bene.

Al netto di questo groviglio di sensazioni, poi secondo me un giudizio sulla miniserie in quanto tale lo si può sempre dare, anche se, comunque, resta legato ad alcuni concetti già espressi.

Per esempio, The Twisted Tale of Amanda Knox è un prodotto di buon ritmo, in cui la discesa agli inferi della protagonista è veloce e inesorabile, capace di trasmettere un preciso senso di angoscia. Per come è costruita, la storia è molto semplice, e nella sua semplicità arriva dritta dove deve arrivare, mostrandoci una ragazza di grande bellezza e indipendenza, che a un certo punto sembra venire punita proprio per questo (l’immagine di femme fatale libertina che tanto campeggiò sui giornali italiani è vista da questa serie, ovviamente, come un’interpretazione velesona e invidiosa dei bigotti italiani).

Allo stesso tempo, però, non credo sia solo il patriottismo a farmi dire che quella stessa semplicità arriva a essere troppa: una divisione così manichea dei personaggi toglie inevitabilmente spessore al racconto.
La stupidità e/o malafede degli italiani di The Twisted Tale of Amanda Knox è così smaccata ed esplicita, da rendere la miniserie povera di sfumature, di prospettive, di approfondimento. È quella roba lì e basta, cotta e mangiata.

Anche dal punto di vista visivo, poi, siamo nel compitino pure un po’ retrò: non solo The Twisted Tale of Amanda Knox ha l’aspetto, la fotografia, le inquadrature da fiction con pizza e mandolino, ma scivola anche in scelte stilistiche che pensavamo di aver confinato agli anni Novanta, come certi flashback che sono immagini in sovraimpressione con sotto il volto sconvolto e piangente di una protagonista scelta apposta per essere così bella e graziosa da non poter essere messa in discussione.
Che sia proprio una scelta vintage perché la serie è ambientata nel passato? Mah, forse, ma non è la sensazione che ho percepito.

Poi naturalmente noi ci abbiamo messo del nostro. Al netto dei mille dettagli, è difficile negare che quella vicenda poliziesco/giudiziaria sia durata troppo a lungo. Così come, per onestà intellettuale, bisogna ammettere che un processo che porta a una condanna, poi un’assoluzione, poi l’annullamento dell’assoluzione, poi un’altra condanna, poi l’annullamento di quella seconda condanna, difficilmente può trasmettere verso l’esterno l’impressione di una giustizia che funzioni perfettamente. E questo senza contare i problemi collegati, come la raccolta delle prove e via dicendo (per gente che si autoracconta con prodotti come CSI, figurati cosa pensano degli errori che noi facciamo puntualmente con le scene del crimine).

Però dal riconoscere queste mancanze ad accettare che un altro paese ce le sbatta in faccia con questa esplicita piattezza ce ne passa. Non sarebbe nemmeno così campato per aria sostenere che è facile appassionarsi alle vicende giudiziare americane raccontate da americani capaci di recitare un mea culpa, mentre è un po’ diverso annuire col sorriso quando gli americani si occupano di un altro paese, cioè noi, dicendone peste e corna.

Tanto più che, se pure la produzione potrebbe trincerarsi dietro sentenze italiane che effettivamente finiscono con lo scagionare Amanda Knox, anche il trattamento dell’unica condanna effettiva, quella per diffamazione, è del tutto innocentista, con la protagonista costretta a una confessione in condizioni che qualunque americano alla visione (ma pure noi in realtà) considererebbe inaccettabili.

In conclusione, un’ultima considerazione paradossale. The Twisted Tale of Amanda Knox non è un prodotto così spesso e rifinito, da meritarsi un’attenzione “a prescindere”. Se trattasse uno sconosciuto (per noi) caso francese o tedesco, due episodi sarebbero probabilmente sufficienti, o magari andremmo avanti un po’ per inerzia, per alcune furberie narrative che rendono la miniserie un potenziale guilty pleasure.

Allo stesso tempo, è una miniserie potenzialmente così irritante, per noi, da diventare interessante per i motivi sbagliati: non perché ci siamo appassionati alla vicenda di Amanda Knox e non vediamo l’ora di fare il tifo per lei, ma perché siamo morbosamente incuriositi da quante sciocchezze ci sembrerà di vedere nella rappresentazione dell’Italia, da quante forzature ci sembrerà di trovare nella rappresentazione della vicenda giudiziaria, e da quanto fastidio sarà capace di generare in noi che a questo genere ci teniamo.

Insomma, non mi stupirei se, in Italia, The Twisted Tale of Amanda Knox fosse un prodotto tanto visto quanto detestato, pure oltre i suoi meriti o demeriti. Forse, a guardarlo a mente fredda e registrando la grande quantità di forzature che ci sembra di scorgere da persone informate dei fatti (inteso come l’essere italiani), dovremmo soprattutto pensare a quante volte abbiamo visto prodotti simili pensando che forzature non ce ne fossero perché non conoscevamo così bene la materia.
Una buona occasione per ricordarci che le serie tv (tutte le serie tv) sono prodotti di finzione, e come tali andrebbe viste, apprezzate o schifate. Non solo oggi, ma tutte le volte.

Perché seguire The Twisted Tale of Amanda Knox: se siete fan di Amanda Knox, è una specie di santino a lei dedicato.
Perché mollare The Twisted Tale of Amanda Knox: se pensate che Amanda Knox sia una colpevole che l’ha fatta franca, vi incazzerete ogni 7-8 minuti.



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