26 Agosto 2025

Hostage su Netflix – Pure gli inglesi possono andare in confusione di Diego Castelli

La miniserie britannica propone un thriller politico dalle basi solide, ma con uno sviluppo schizofrenico

Pilot

Caso vuole che nell’ultima puntata di Salta Intro prima di questo articolo si sia affrontato brevemente un argomento che torna buono anche per questa recensione, e che suonava più o meno così: ma esistono serie inglesi brutte?
Domanda un po’ iperbolica naturalmente (figurati se non esistono serie inglesi brutte…) ma che serviva come metafora di un più generale favore per la serialità british, che spesso e volentieri ha meno mezzi tecnici ed economici (e un respiro meno internazionale) della sua cugina americana, ma sovente compensa con buona scrittura, grandi interpretazioni, e una robusta dose di originalità e sperimentazione.

Ecco, neanche a farlo apposta, negli stessi giorni di quell’episodio del podcast usciva su Netflix una miniserie inglese, intitolata Hostage, che pareva avere tutte le carte in regola per essere proprio quella cosa lì, la serie con meno soldi ma più cuore e più anima.
Purtroppo, però, qualcosa è andato storto, e la consuetà creatività inglese, che pure c’è, ha inciampato su sé stessa e s’è incartata.

Creata da Matt Charman, che nel suo curriculum ha anche una nominationa all’oscar per la sceneggiatura de Il Ponte delle Spie di Steven Spielberg (scritto a sei mani coi fratelli Coen), Hostage parte da una premessa effettivamente stuzzicante: la prima ministra inglese Abigail Dalton, interpretata dall’ex Gentleman Jack Suranne Jones, deve incontrarsi con l’omologa francese impersonata da Julie Delpy (mitica co-protagonista del memorabile e romanticissimo Prima dell’Alba) per negoziare certi importanti aiuti in materia di sanità.

Proprio quel giorno, però, un commando non meglio specificato rapisce il marito della premier britannica, che in quel momento sta lavorando in Africa per Medici Senza Frontiere.
Il rapimento, ovviamente, scombina i piani diplomatici della protagonista, anche perché i cattivi hanno il preciso obiettivo di farla dimettere, e mostrano di avere strumenti di ricatto anche per la premier francese, altrimenti pronta a dare una mano.

Parte dunque una lotta contro il tempo (spionistica, politica, diplomatica) per salvare il marito di Abigail e magari, se fosse possibile, pure la sua carriera.

Il primo episodio di Hostage funziona più o meno come ce lo saremmo aspettati. Due brave protagoniste, un concept di facile accesso ma abbastanza originale, un’effettiva impressione di budget non altissimo (si vede soprattutto nelle scene con il marito rapito, che più che girate all’estero sembrano riprese in un parchetto londinese dietro casa), ma anche un bel ritmo e una buona capacità di creare suspense, perché la sceneggiatura apparecchia la situazione in modo tale che la protagonista si trova in mezzo a sabbie mobili parecchio pericolose nel giro di mezz’oretta.

Poi certo, fin da subito può venirti qualche piccolo dubbio: per esempio, il fatto che il marito di una premier continui a lavorare in zona di guerra, senza scorta e correndo evidenti pericoli, non suona esattamente credibilissimo, in una serie che in cui gli altri elementi della scrittura e della messa in scena vogliono essere verosimili.
Però lì per lì è una cosa a cui possiamo passare sopra, una concessione che facciamo alla sospensione di incredulità per poterci meglio divertire, e va bene.

Purtroppo, però, la miniserie comincia molto presto a perdere la bussola. Al fuoco del thriller viene continuamente aggiunta nuova carne, e molto presto la decisione di Abigail di non dimettersi per non darla vinta ai terroristi comincia a puzzare di retorica da buona politica: abbiamo cioè l’impressione che il desiderio di mettere in scena una politica “come dovrebbe essere” rischi di prendere troppa scena rispetto alla storia in sé e per sé, con il concretissimo rischio di scivolare nella retorica e nella lezioncina morale.

Ma poi è tutta la trama che comincia a deragliare. La questione del rapimento trova una sua soluzione relativamente presto, ma resta il tema del punto di partenza del complotto. Qui Hostage diventa una serie che, palesemente, vuole stupire gli spettatori con twist multipli, rivelazioni improvvise, sospetti nei confronti di tutti, in un clima di (giustificata) paranoia in cui la distanza fra buoni e cattivi si riduce progressivamente.

Questa intenzione, di per sé legittima, finisce però con l’esagerare, facendo perdere a Hostage la verosimiglianza che aveva all’inizio. Aumenta l’azione, aumentano i twist, aumenta il parossismo, ma in uno svilluppo che smette di apparire organico e diventa presto isterico, fino al punto paradossale di non stupire più, perché se tutto è una sorpresa, allora niente lo è (semi-cit.)
Il tutto, peraltro, sempre più condito con quella spasmodica necessità di mostrare Abigail come una leader eccezionale che fa tutto in nome del Paese, anche quando da più parti l’accusano di brigare per le cose sue personali, un attacco che la serie ci tiene così tanto a presentare&smontare, che quasi quasi ci viene il dubbio che forse le accuse non siano così campate per aria.

Il risultato, per tornare all’inizio, è una serie inglese che non ce la fa, o quanto meno non ce la fa del tutto. E che fallisce proprio nell’ambito in cui normalmente la serialità d’oltremanica eccelle, cioè la scrittura.
Ogni tanto deve pur capitare, anche se in questo caso il problema diventa più vistoso perché sulla stessa piattaforma e in un’ambientazione simile c’è una serie americana, The Diplomat, che fa ttutto quello che fa Hostage, ma lo fa meglio.

Oh, ogni tanto capita anche ai migliori, pazienza.

Perché seguire Hostage: se vi piacciono le serie affolate di twist e controtwist.
Perché mollare Hostage: il tentativo di stupire diventa un’ossessione che finisce con lo sbrodolare.



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