Long Story Short – La nuova serie del creatore di Bojack Horseman di Diego Castelli
Raphael Bob-Waksberg torna su Netflix con una serie animata a metà fra il famoso cavallo e This Is Us
Era il 2014, Netflix era già famosa e “rivoluzionaria” ma non la corazzata che è oggi (in Italia non era nemmeno arrivata), e gli appassionati seriali stavano cercando di capirci qualcosa di nuove piattaforme, nuove forme di visione, cambiamenti epocali e nostalgie del passato.
In questo contesto, un po’ dal nulla e senza grandi fanfare, arrivò Bojack Horseman, una serie animata per adulti che fece pensare ai fan di lungo corso dei Simpson e Family Guy una cosa del tipo “sì vabbè, questi arrivano con il binge watching e pensano di avere subito qualcosa da dire”.
Solo che qualcosa da dire ce l’avevano: la serie di Raphael Bob-Waksberg, proseguita poi per sei stagioni complessive, fu una sorpresa di quelle vere, quelle indimenticabili. Un dietro le quinte di Hollywood esilarante ma anche spietato e oscurissimo, una discesa agli inferi fatta di depressione e dipendenza, alla ricerca di una serenità rigorosamente auto-sabotata da un protagonista odioso eppure così incredibilmente comprensibile per chiunque abbia avuto almeno un problema nella vita (cioè tutti, e chi non ha mai avuto problemi… è un problema anche quello).
Per certi versi, Bojack Horseman è rimasta una serie di nicchia, ma di quella nicchia che sa di aver sperimentato e custodito qualcosa di prezioso.
Inevitabile, dunque, guardare con molto interesse e altrettanto timore a Long Story Short, nuova creatura seriale di Bob-Waksberg e di tutto il team creativo di Bojack, da Lisa Hanawalt (responsabile dell’aspetto visivo della vecchia serie) in giù.

Con Long Story Short, Bob-Waksberg resta in California ma si allontana dai lustrini del mondo del cinema. Racconta invece la storia di una famiglia ebrea attraverso tre generazioni, saltando continuamente in punti diversi della cronologia, un po’ come avevamo visto fare a This Is Us.
I più anziani sono Naomi (matrona soffocante e iper-giudicante con la voce di Lisa Edelstein) e Elliot (padre patatone e un po’ ingenuo interpretato da Paul Reiser). Hanno tre figli, Avi (Ben Feldman), Shira (Abbi Jacobson) e Yoshi (Max Greenfield), che poi a loro volta, diventati grandi, avranno altre relazioni e figli, a comporre una famiglia che attraversa trent’anni (dagli anni Novanta al 2022) provando a costruire un sistema di relazioni che, come da tradizione dell’autore, non è esattamente serenissimo e pacifico.
Una storia che secondo Bob-Waksberg non è apertamente autobiografica, ma che comunque pesca da un vissuto che il creatore della serie dice di non aver mai visto rappresentato come si deve sullo schermo.

Considerando che rischia di essere la domanda principale, diciamocelo subito: in questa prima stagione Long Story Short non arriva alle vette di Bojack (non ancora, per lo meno), ma è comunque un prodotto di livello molto alto.
E il suo maggior pregio, naturalmente, sta proprio nella scrittura, intesa sia come la cura certosina dei singoli dialoghi, sia come struttura complessiva della narrazione. Il gioco di incastri dei vari piani temporali (in questo senso davvero come This Is Us) funziona nella misura in cui i rimpalli cronologici creano da soli le domande e si danno da soli le risposte.
Quella di Avi, Shira e Yoshi è la storia di tre ragazzi cresciuti in una famiglia molto tradizionale, con una forte base religiosa (anche se non ai livelli di Unhortodox, per capirci), nella quale costruiscono un percorso che vuole essere di emancipazione e indipendenza, ma che non riesce nemmeno a tagliare tutti i ponti.
Per quanto i tre ragazzi potrebbero essere considerati i protagonisti della storia, quelli che subiscono un processo di sviluppo più ampio anche per semplici motivi anagrafici (sono i personaggi che crescono di più nella serie, quelli che da bambini diventano adulti), la figura dal peso specifico maggiore è quella della madre, matrona ebrea volutamente stereotipata che fa del giudizio passivo-aggressivo la sua ragione di vita.
È nel difficile rapporto con la madre, con gli standard da lei imposti o sottilmente suggeriti, che la serie trova il terreno psicologico più fecondo, il brodo disfunzionale in cui Bob-Waksberg dà il suo meglio, cercando di raccontare con ironia surreale dinamiche familiari che starebbero benissimo nell’ufficio di uno psicoterapeuta.

Mi è capitato di recuperare da poco Portnoy (o, come da titolazione originale, Il Lamento di Portnoy) di Philip Roth, e ci ho visto molte similitudini: poi certo, Roth fa raccontare al suo protagonista una mente molto più incasinata e sessualizzata, ma la partenza è sempre la stessa, una madre ebrea ossessionata dalla perfezione in ogni cosa, dall’immagine di sé offerta al mondo, dalle buone cose fatte dai buoni ebrei come si deve, che devono portare addosso il peso di un odio millenario e per questo stringersi in gruppo e non dimenticare mai le proprie origini, come invece vorrebbero fare almeno in parte i ragazzi di Long Story Short, tesi fra il desiderio di diventare altro rispetto alla tradizione, e la necessità imposta di non perdere le proprie radici.
E poi però, naturalmente, la trama sa complicarsi ulteriormente, perché anche la percezione dei ragazzi sulla propria madre andrà ripresa, problematizzata, sfumata in vario modo, perché crescere significa anche ricadere nella scarpe dei genitori, trovarsi di fronte alle stesse sfide, per scoprire che l’autorità che abbiamo rifiutato con sdegno forse non ha sempre avuto tutti i torti.

A conti fatti è un grande romanzo di formazione, ma che non riguarda una sola persona, ma un’intera famiglia. Ed è davvero precississimo il lavoro fatto da Bob-Waksberg e soci sull’incastro di ogni dettaglio, sulla parola detta o esperienza vissuta a inizio anni Duemila, che riverbera e trova compimento vent’anni dopo, in un eterno presente dei sentimenti che tutti conosciamo almeno in parte, e che ricordiamo ogni volta che un monito paterno o una delusione adolescenziale ci torna alla mente nei momenti più impensati, con la stessa forza di allora.
I protagonisti di Long Story Short sono molto più “ordinari” rispetto a quelli di Bojack, una normale famiglia borghese di esseri umani (non animali antropomorfi), immersa nella contemporaneità ma segnata da dinamiche che le famiglie conoscono da sempre, e che per essere comprese e assorbite come si deve hanno bisogno di questo racconto mescolato che è poi esso stesso una metafora di quello che accade nelle menti di tutti gli adulti, dove sensazioni, ricordi e bilanci sono costruite da grovigli di pensieri in cui il “quando” non è così importante: un trauma di vent’anni fa può essere ben più vivo e rilevante di una cosa qualunque successa ieri.
In fondo, anche il titolo della serie gioca con questo concetto: l’espressione “long story short” può essere tradotta con l’italiano “per farla breve”, o anche “in poche parole”. Ma è già un titolo autoironico, perché poi la serie ci mostra come no, questa storia apparentemente così quotidiana non può essere raccontata in poche parole, perché anche le vite ordinarie hanno una loro complessità di sentimenti, ricordi e decisioni.

E poi oh, è una serie divertente. Anche Bojack Horseman era una comedy, anche se a volte ce ne dimentichiamo perché alcune delle cose più belle che ricordiamo di quello show non sono comiche, ma per Long Story Short vale lo stesso concetto: tutti gli episodi sono un concentrato di piccole e grandi gag a volte deliziosamente stupide, o cringiamente tenere (sì lo so, ho coniato “cringiamente”, ma che vuoi fare, sono uno spirito libero).
Non bisogna dimenticarsene, perché l’ironia è non solo uno strumento per rendere la serie più piacevole, ma getta anche una luce più complessiva sull’intera storia, come una sorta di prospettiva ebraica distaccata e cinica (un po’ alla Woody Allen, naturalmente) su un intrico di passioni e tensioni altrimenti esacerbante.

Rimarrebbe poi una considerazione contestuale, legata al fatto che la serie esce in un momento assai particolare della storia dell’ebraismo, con l’escalation del conflitto israelo-palestinese, il 7 ottobre e le stragi di Gaza.
Non è un caso se Long Story Short arriva solo fino al 2022, e Raphael Bob-Waksberg, intervistato sull’argomento, ha dichiarato di aver esplicitamente lasciato fuori la questione perché altrimenti, e inevitabilmente, quel tema avrebbe fagocitato tutto il resto.
La scelta è legittima sul piano editoriale e pure comprensibile su quello artistico, considerando che la storia familiare che Bob-Waksberg aveva in mente si allargava in un tempo e in uno spazio (gli Stati Uniti e la California in particolare) in cui le vicende più recenti, molto semplicemente, non c’entravano nulla.
E pure sul piano politico-culturale, si potrebbe anche sostenere che una serie capace di ricordare che “ebreo” non è sinonimo di “israeliano” (comunque la si pensi su quanto sta accandendo in Medio Oriente), faccia un lavoro tutto sommato necessario.
Allo stesso tempo, non è nemmeno il caso di nascondersi dietro un dito: guardare oggi, ad agosto 2025, una serie tv così legata alla vita degli ebrei americani, senza nessun accenno a quanto avviene a Gaza, suona come una mancanza. Di nuovo, a prescindere dal contenuto specifico di un’eventuale presa di posizione, di cui però si percepisce comunque l’assenza.
Vedremo se nella seconda stagione, già annunciata, Bob-Waksberg cederà alle spinte della cronaca e della Storia contemporanea, o se invece proverà a rimanere nella sua bolla familiare, che comunque di cose da dire ne ha avute e ne avrà ancora parecchie, e di questo bisogna dargli atto.
Perché seguire Long Story Short: per la consueta capacità di Raphael Bob-Waksberg di costruire ritratti psicologici densi, articolati, interessanti, e pure divertenti.
Perché mollare Long Story Short: se arrivate qui da fan di Bojack Horseman, non siamo ancora a quel livello lì, anche se magari ci arriva.
PS Non ho fatto nemmeno un cenno all’aspetto visivo della serie. Forse è una forma di protezione della stessa da parte mia, considerando che non mi piaceva lo stile visivo di Bojack, e mi piace ancora meno quello di Long Story Short. E non perché non sia pensato e studiato con attenzione (lo è), come era pensato e studiato quello che Bojack (lo era eccome), quindi non si tratta di denunciare una mancanza di attenzione su questo tema (che invece c’è). È proprio che a mio gusto è un pugno nell’occhio, ma per fortuna è scritta così bene con questa considerazione la infilo alla fine, in un post scriptum.

