Black Rabbit – Quelle ricette facili, cotte e mangiate di Diego Castelli
La miniserie di Netflix mette insieme un po’ di talento e il fascino di New York per una storia tosta che colpisce subito
Alle volte perdiamo un sacco di tempo per provare a capire quali siano gli ingredienti di un prodotto di qualità o di successo (che non sono sempre la stessa cosa, anche se dovrebbero), quando la ricetta può anche essere molto semplice: una storia accattivante, un’ambientazione fascinosa, uno sceneggiatore candidato all’oscar, e due protagonisti di comprovata bravura.
È quello che succede con Black Rabbit, miniserie di Netflix dedicata alla torbida vita di due fratelli, nella sempre lussuosa New York, con la scrittura di Zach Baylin (già nominato all’Academy per King Richard) e due faccione amatissime come quelle di Jude Law e Jason Bateman, quest’ultimo pure chiamato a dirigere un paio di episodi.
Cosa poteva andare storto? E infatti non va storto quasi niente.

Malgrado il titolo faccia pensare a una specie di fusione distopica fra Black Mirror e Matrix, il Black Rabbit non è altro che un ristorante/bar di alto profilo nei pressi del ponte di Brooklyn, a New York.
È gestito e co-posseduto da Jake (Jude Law), molto amato dai suoi sottoposti e dalla clientela, che nonostante giochi sempre sul filo del rasoio delle finanze, dei debiti e delle feste, progetta di espandersi in un altro ristorante ancora più grande e ambizioso.
Sfiga vuole, però, che nella sua vita rispunti Vince (Jason Bateman) il fratello maggiore ma anche quello più sfigato, con un passato di alcol, droghe e scommesse, che si porta dietro un debito piuttosto grosso da ripagare a gente poco raccomandabile.
I casini di Vince sono l’ultima cosa che serviva a Jake, ma il rapporto fra i due fratelli è comunque molto stretto, e la loro vicenda torna a intrecciarsi in una progressiva e inesorabile moltiplicazione dei problemi.

Potremmo definire Black Rabbit un drama-thriller, o forse un thriller-drama, visto che il pilot inizia con una sparatoria nel locale – giusto per capire che ci dobbiamo preoccupare – per poi raccontare buona parte della vicenda in flashback, nel processo di avvicinamento a quella scena di grande tensione.
Ma la tensione non è raccolta in pochi momenti specifici, contornati da sequenze più sedute e puramente dialogiche. Anzi, la principale qualità di Black Rabbit è quella di tenere sempre alta la suspense, ma non solo o non tanto sfruttando gli elementi criminali della trama, i loschi figuri che circondano e minacciano la vita di Vince e di conseguenza quella di Jake. La tensione è più profonda e costante, un rumore di fondo che permea tutta la vita dei due fratelli, e che riguarda anche le loro ambizioni, la loro vita sentimentale, i rapporti con il resto della loro famiglia (Jake ha una ex moglie e un figlio, mentre Vince una figlia).
È insomma una miniserie che non lascia respiro ai suoi protagonisti, e di conseguenza a noi, mettendo in scena una vicenda che in alcuni tratti non è nemmeno legata così strettamente alla sua componente delinquenziale, bensì alla pressione costante, lavorativa, familiare ecc, che Jake e Vince sentono costantemente sulle spalle.

Il risultato è che Black Rabbit non ci molla un secondo e riesce a funzionare bene in entrambe le sue anime. È un buon thriller criminoso, con cattivi inquietanti, fughe precipitose e scene da gangster movie d’annata, ma è anche un buon drama, perché la storia dei due fratelli non riguarda solo il presente, ma anche un passato doloroso che ci viene accennato fin da subito, ma che poi è svelato piano piano, lasciando spazio a sorprese e twist che rendono sempre più credibile, al di là della pura parentela, il fatto che Jake e Vince siano così uniti nonostante le divergenze, e nonostante il bisogno costante di mandarsi a quel paese.
Ed è nelle storie più personali dei due personaggi principali che emergono alcuni temi di fondo della miniserie. La tensione perenne che percepiamo è anche quella da cui Jake vorrebbe fuggire: la sua ambizione di aprire un nuovo locale si lega alla sua speranza di poter rallentare i ritmi, in un momento di passaggio (i fratelli hanno circa cinquant’anni) che lo chiama a cadenze più blande e contemplative.
Questo sentimento di Jake, questo bisogno di “staccare” da uno stress sempre più pesante, è il modo in cui la serie rende ancora più soffocante quella stessa pressione, quando ai normali impegni lavorativi si aggiungono le vicende problematiche di Vince e i molti segreti e ombre che da esse derivano.

Insomma, Black Rabbit è un thriller criminale efficace, un drama familiare tosto ma “de core”, e una riflessione dritta ma non troppo sbrodolata sul mezzo del cammin di nostra vita, inevitabilmente portato verso i cinquant’anni ma caratterizzato dagli stessi problemi di sempre: bilanci, rimpianti, rimorsi, aspettative, stanchezze, ultimi ruggiti di gioventù e altrettanti desideri di pace e serenità.
Ma quest’ultimo punto, pure importante, non dovrebbe nemmeno essere il primo elemento di descrizione della miniserie. Black Rabbit è prima di tutto una buona storia, ben raccontata, ben girata, e con due protagonisti di comprovato carisma. Per un paio di serate di intrattenimento di qualità, è più che sufficiente.
Perché seguire Black Rabbit: è una miniserie di livello in praticamente tutte le sue componenti.
Perché mollare Black Rabbit: se cercare una serie di pura evazione, leggera e simpatica, qui siamo più nell’ambito dell’oscuro e dell’ansiogeno.

