Alien: Earth season finale – I veri mostri di Diego Castelli
Il finale della prima stagione di Alien: Earth tira le fila delle sue riflessioni e si apre a un futuro di sangue e esseri-non-troppo-umani
SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE
Di recente ho letto dei commenti a proposito di Alien: Earth, in cui gli utenti di turno sostenevano a gran voce la mancanza di originalità della serie creata da Noah Hawley e inserita, non senza una certa dose di libertà creativa, nella saga più complessiva di Alien. E certamente, arrivati alla fine della prima stagione, con una seconda non ancora confermata ma che spero sia probabile, ci sono diverse cose che si possono dire sulla serie, che alla fine (com’era prevedibile) ha saputo essere divisiva.
Però ecco, al netto del fatto che i gusti non si discutono, questo tema dell’originalità mi sembra più rilevante e meno soggettivo perché Hawley di carne “nuova” al fuoco ne ha messa davvero parecchia, e sempre di più col passare degli episodi.
Vediamo più nel dettaglio.

Con l’ottava puntata, Alien: Earth termina il suo primo ciclo con un ribaltamento pressoché totale della situazione iniziale: se in principio avevamo alieni e ibridi entrambi “in gabbia”, ognuno a modo suo, dopo il finale sono gli umani e i loro diretti dipendenti più o meno sintetici a essere chiusi in una cella, mentre gli ibridi hanno preso il controllo dell’isola e gli alieni scorrazzano liberamente come i dinosauri di Jurassic Park. Poi certo, l’isola, di per sé, è a sua volta una gabbia in cui sono tutti imprigionati, e in cui i soldati della Weyland-Yutani, avversaria della Prodigy di Boy Cavalier, stanno arrivando per cercare di recuperare il controllo di xenomorfi e altre creature.
L’episodio si chiama “The Real Monsters”, i veri mostri, e queste parole sembrano portare con sé un riferimento per lo meno triplice, all’interno di una saga in cui il mostro è sempre stato uno, magari moltiplicato in più individui, ma sempre quello.
Per certi versi, i mostri veri sono gli altri alieni, quelli perfino più pericolosi degli xenomorfi che, al momento, sono al soldo di Wendy. Ma poi naturalmente sono gli ibridi a essere i veri mostri, pure con un certo orgoglio, perché ora sono loro i più pericolosi per gli umani. E infine, senza che queste distinzioni siano mutualmente esclusive, i veri mostri sono gli umani stessi, quelli che hanno deciso di giocare con la vita di creature aliene e bambini innocenti allo scopo di ottenere potere, ricchezza, o perfino solo un modo per divertirsi e sconfiggere la noia.

Inutile dire che proprio l’idea, esplorata in lungo e in largo e in maniera molto esplicita, che ci potessero essere altri mostri di cui parlare in una serie tv di Alien oltre agli xenomorfi, è uno dei principali elementi di novità di Alien: Earth.
Ovviamente, Hawley non parte dal nulla: non è che, fin dal primo film, non ci fossero esseri sintetici che potevano questioni sulla nostra umanità, o corporazioni cattive che non avevano minimamente a cuore la salute del loro equipaggi. Tuttavia, l’autore si prende il tempo concesso dalla serialità per introdurre non solo nuovi alieni, pericolosi in modi altrettanto disturbanti che in passato, ma anche una nuova “specie” umanoide, ovvero gli ibridi, che portano a un livello diverso il ragionamento sulle potenzialità e i limiti dell’umanità in quanto concetto.
Se una delle molte paure ancestrali trattate dal primo film della saga era quella legata alla riproduzione e alla nascita (con ragnetti schifosi che “penetravano” il corpo degli esseri umani trasformandoli in incubatrici da cui i piccoli xenomorfi “nascevano” con modalità non esattamente festose), Alien: Earth non torna allo stesso modo su quel tema già ampiamente sviscerato, ma si sposta sul gradino successivo, quello di ibridi che inizialmente sembrano un modo per l’umanità di allungare la propria vita e presenza nel mondo, rivelandosi però delle mere copie che l’umanità, più che salvarla, la sostituiscono.

Il tema della sostituzione è molto vivo nel nostro presente, dopo l’esplosione dell’attenzione per le intelligenze artificiali. Nella saga di Alien, le IA vere e proprie (cioè i sintetici) sono tipicamente rimaste sotto il controllo umano, anche se a volte era un controllo che portava allo scontro con altri umani.
In Alien: Earth, gli ibridi ci vengono presentati come il modo in cui gli umani possono ottenere i “poteri” dei sintetici, ma nel corso degli episodi vediamo chiaramente come questa facciata propagandistica sia in realtà un trucco per nascondere le tombe dei bambini, che sono effettivamente morti anche se ora esistono degli esseri arrtificiali che “credono” di essere quei bambini.
Nel finale della prima stagione, Sydney Chandler (interprete di Wendy) recita un monologo in cui denuncia le proprie difficoltà nel definire la propria identità, a fronte del modo in cui è nata/stata creata, con la differenza che proprio il fatto di rappresentare uno step tecnologico successivo a quello dei sintetici, le conferisce un libero arbitrio che le consente di ribellarsi ai suoi creatori.
E di nuovo, l’intelligenza artificiale che si ribella ai suoi creatori, pur essendo un tema da sempre dibattuto dalla fantascienza, è tornato in auge in maniera prepotente per il fatto che oggi esistono forme di intelligenza artificiale a cui stiamo affidando parecchio del nostro tempo, delle nostre vite, della nostra sanità mentale. Questo, naturalmente, senza contare l’elemento trasformativo in sé e per sé, di mente inserita in un corpo “sbagliato” che fa posseduto o modificato, altro tema strettamente contemporaneo.

Da questo punto di vista, se anche Alien: Earth è prima di tutto la storia di Wendy e dei Lost Boys, gli ibridi esplicitamente paragonati ai bambini di Peter Pan che sono costretti ad affrontare uno stranissimo processo di crescita in una versione distopica dell’Isola Che Non C’è, è allo stesso tempo la storia di Boy Cavalier.
Per quanto Cavalier venga dipinto (e ci tenga lui stesso a essere percepito) come un umano molto diverso dagli altri, perché molto più intelligente e astuto, in realtà finisce per diventare metafora di alcune caratteristiche proprie dell’umanità nel suo complesso: la sete di conoscenza prima di tutto, ma poi anche l’arroganza di credere di avere diritto a giocare con le esistenze altrui, e a sfruttare qualunque risorsa per i propri scopi.
Boy Cavalier è sì un genio, ma anche un uomo nevrotico, ossessivo, danneggiato da un’infanzia difficile, che si appassiona a ibridi e xenomorfi prima di tutto per la possibilità che gli offrono di andare oltre l’umano, di offrirgli una finestra verso un infinito che sia più spazioso e confortevole della mera umanità terrestre che lui percepisce come un limite soffocante.
È anche il motivo per cui, durante la serie, vediamo molti “errori” nella gestione degli alieni o degli ibridi, da parte di Cavalier e del suo staff. Non sono buchi di sceneggiatura, come sostiene chi in queste settimane ha parlato della mancanza di protocolli adeguati nel laboratorio o fra i soldati: sono leggerezze figlie dell’arroganza di Cavalier, che in cuor suo non ha mai veramente il timore di non avere il controllo in primo luogo degli ibridi, ma poi anche delle creature cadute con la nave della Weyland-Yutani. Lui manda gli ibridi a fare i soldati e gli scienziati, perché confida nel fatto che non ci siano nessuno meglio delle sue stesse creature, per portare a termine qualunque compito.
Naturalmente, quell’arroganza si rivela assai deleteria per Cavalier e compagni, ma nemmeno nel finale il nostro ricchissimo geniaccio (figlio ultra-distopico degli Elon Musk e Jeff Bezos contemporanei) sembra spaventato per davvero, se non in un paio di momenti. La sua arroganza non viene piegata dalla semplice paura di morire, e anzi lui continua a guardare il macello che lo circonda con la curiosità di chi preferisce il rischio alla noia.

All’interno di una serie che, sotto altri aspetti, fa del citazionismo una missione di vita, questa ricchezza narrativa e filosofica, piena di personaggi e creature teoricamente aliene alla saga di Alien (chiedo scusa) , è ciò che dà corpo ad alcune dichiarazioni dello stesso Noah Hawley, che interrogato sull’ambiguo posizionamento cronologico della sua serie nella saga più complessiva, ha più volte ribadito che Alien: Earth non vuole essere né un punto finale del franchise, né un suo elemento perfettamente incastrato.
La saga cinematografica di Alien è già molto ricca e non è nemmeno conclusa, visto che l’ultimo film (peraltro ben riuscito e di successo) è uscito poco più di un anno fa (Alien Romulus) e altri probabilmente ne usciranno.
In questo senso, Alien: Earth non prova a essere una versione cinematografica di Alien, semplicemente più lunga, ma prova a introdurre più personaggi, più creature, temi nuovi o simil-nuovi per sfruttare davvero lo spazio concesso, e potenzialmente fondare una sua mitologia che possa avere sviluppi solidi in futuro. Perché la prima stagione di Alien: Earth dice effettivamente tante cose, ma chiude comunque con un episodio apertissimo in cui il futuro di praticamente tutti i personaggi e tutti gli alieni è ancora in bilico, con bambini-che-non-sono-bambini ancora in cerca di una quadra mentale, umani e sintetici chiusi in gabbia in attesa di decisioni potenzialmente molto diverse, soldati in arrivo ad armi spianate, e alieni pericolosissimi che hanno ancora parecchio da dire (dal rapporto non ancora spiegato e approfondito di Wendy con gli xenomorfi, alle mosche terriricanti in grado di uccidere gli ibridi, passando per Ocellus, l’occhio con tentacoli che per metà stagione è stato la pecora più inquietante della storia dell’audiovisivo).

A una discreta fetta di pubblico, tutti gli elementi che abbiamo appena descritto non sono piaciuti. Qualcuno ha criticato un approccio troppo esplicito alle riflessioni filosofiche della serie, molto più spiegate e meno sottili rispetto alla saga cinematografica (o per lo meno ai suoi capitoli più riusciti). Qualcun altro non ha apprezzato il semplice fatto che Noah Hawley abbia deciso di raccontare anche altro rispetto al solito. Molti hanno questionato su dettagli più piccoli, problemi di coerenza interna, inverosimiglianze nel comportamento dei personaggi e via dicendo.
Sono critiche che capisco e rispetto, ma che non mi trovano d’accordo. Per quanto riguarda l'”allargamento” della saga a nuove situazioni e riflessioni, ho già detto: l’ho trovato affascinante e, per certi versi, doveroso.
Allo stesso tempo, in varie critiche su elementi più specifici (ho letto molte volte il classico “ma perché i personaggi fanno questo e non quest’altro?”) ho visto anche un certo pregiudizio di chi ha già deciso che dovrà contestare, e va a passare al setaccio gli episodi in cerca delle più minime inverosimiglianze. Che probabilmente in alcuni casi ci sono anche, come sempre ci sono in qualunque film e serie, ma che a mio giudizio non sporcano granché tutto il buono che c’è altrove.
Per farvi un esempio specifico, su Tiktok c’era un tizio che continuava a lamentarsi del fatto che gli ibridi si comportano come bambini stupidi, senza considerare che… sono effettivamente bambini, perché sono menti di ragazzini infilate in corpi di adulti potenziati, all’interno dei quali (esperienza che nessuno di noi può pretendere di conoscere) devono trovare un equilibrio mentale che, in maniera non troppo sorprendente, li fa scivolare anche verso una certa crudeltà sanguinaria e un inebriante senso di onnipotenza.
(Fra parentesi, il più bravo di tutti a fare l’ibrido-bambino è Jonathan Ajayi, interprete di Smee, assolutamente delizioso ogni volta che, da uomo grande e grosso qual è, si comporta veramente come un marmocchio delle elementari, fin nei più piccoli gesti)

Questo non significa che non abbia notato anche io alcuni elementi stonati, o qualche passaggio di scrittura più forzato (come la capacità di Wendy di comandare le tecnologie della base, un superpotere su cui secondo me si poteva lavorare più di fino, oppure la guarigione improvvisa di Nibs dopo essere stata folgorata nel penultimo episodio). In realtà, però, l’aspetto che mi è piaciuto meno sono alcuni nella regia e fotografia degli ultimi due episodi.
Se Alien: Earth costruisce benissimo il citazionismo visivo nei confronti del primo capitolo della saga (quella fotografia così anni Settanta, i costumi, le interfacce vintage dei computer, le lunghe inquadrature fisse, certe dissolvenze con immagini sovrapposte che ormai non si vedono più), verso la fine ci sono alcuni cambi di ambientazione che sviliscono un po’ il mito fondativo.
Per dirla più semplice, gli xenomorfi danno sempre il meglio di sé dentro navi e basi, dove gli umani si trovano intrappolati in stretti condotti dove queste bestie spaventose si insinuano senza lasciare via di scampo. Vederli invece in mezzo a foreste, prati e felci, come dei velociraptor qualunque, gli toglie alcune loro specificità, senza aggiungere elementi nuovi o ugualmente inquietanti.
Cosa che invece non succede a Ocellus, per esempio, perché a lui per fare brutto basta trovare dei corpi da comandare, e quando fa risorgere il corpo martoriato di Arthur (l’unico povero cristo a essere stato posseduto da due diversi alieni nel giro di due giorni) sentiamo il bisogno di sorridere e applaudire per un’ultima volta.
A fronte di certi risultati visivi potentissimi raggiunti dalla serie, quei momenti più banali mi hanno fatto storcere il naso, come se avessi visto un’improvvisa mancanza di attenzione per i dettagli, in una serie che altrove quei dettagli li coccola e li coltiva molto meglio.

Nel complesso, comunque, per me Alien: Earth resta una delle migliori novità dell’anno. Una serie intrisa di amore per un passato glorioso (lo stesso amore che Noah Hawley era riuscito a infondere in Fargo), senza per questo rinunciare al desiderio, ma dovremmo dire necessità, di percorrere qualche strada nuova, per non rimanere invischiati in un loop horror-temporale che avrebbe relegato Alien: Earth a semplice appendice senza niente da dire rispetto a produzioni cinematografiche più grosse e spettacolari.
Poi naturalmente questi tentativi di rinfrescamento (parola orrenda ma che effettivamente esiste) possono non piacere, ma il fatto che ci siano, in una saga che fra non molto compirà cinquant’anni, mi sembra di per sé una scelta inevitabile.
Per parte mia, spero in un rinnovo che mi faccia tornare su quell’isola e dovunque ci portino questi personaggi e questi adorabili, terribili mostri, perché ho la sensazione di aver già visto molto, ma anche che ci sia parecchio altro da vedere.
