29 Settembre 2025

House of Guinness – La Succession con la birra, dal creatore di Peaky Blinders di Diego Castelli

Dopo A Thousand Blows su Disney+, il 2025 di Steven Knight continua su Netflix con un altro drama storico e pure un po’ alcolico

Pilot

Nell’ultimo anno, anno e mezzo, il creatore di Peaky Blinders Steven Knight non deve aver fatto molte vacanze. Sì perché nei primi mesi del 2025 eravamo qui a parlare di A Thousand Blows, la serie di Hulu e Disney+ ambientata nella Londra di fine Ottocento con fra i protagonisti anche Stephen Graham, che poi avrebbe sbancato agli Emmy con Adolescence.

Oggi invece viriamo su Netflix, dove Knight propone House of Guinness: siamo sempre nell’Ottocento (un po’ prima però, fine anni Sessanta), ma ci spostiamo in Irlanda, per raccontare la storia vera della famiglia Guinness, proprio quella dell’omonima birra (di cui io, da astemio, sono certamente un grande… ehm… conoscitore).

E io lo so che già vi state chiedendo in che punto si posiziona questa nuova serie nell’ideale classifica dei prodotti di Steven Knight, e sapete benissimo che molti altre recensori, pur di tenervi qui incollati, ve lo direbbero solo alla fine. Ma voi mi volete bene anche perché non sono come gli altri recensori, e quindi vi dico subito che per me House of Guinness è meglio di A Thousan Blows, ma non tocchiamo Peaky Blinders.

Nel titolo ho parlato di “Succession con la birra”, perché la storia prende le mosse da una simile vicenda di eredità, anche se in questo caso, al contrario della serie di HBO, il patriarca della famiglia non ha solo avuto un malore, è proprio morto.
Parliamo di Benjamin Guinness, nipote del fondatore del famoso birrificio, ma anche uno dei membri della famiglia che più ha contribuito alla sua ricchezza.
Morto nel maggio del 1868, Benjamin lasciò tre figli e una figlia a spartirsi l’eredità e gestire l’attività familiare.

E sono proprio questi quattro pargoli i protagonisti di House of Guinness: il primogenito Arthur (Anthony Boyle), che non avrebbe particolare voglia di occuparsi del birrificio a cui, però, è vincolato dal testamento; Edward (Louis Partridge), che invece vorrebbe far prosperare l’attività ed è pronto a sacrifici e compromessi per riuscirci; Anne (Emily Fairn), l’unica femmina che il padre ha praticamente lasciato fuori dal testamento perché insomma, mica puoi fidarti delle femmine; e infine Benjamin Lee, dedito ad alcol e droghe e per questo lasciato pure lui praticamente fuori dal testamento perché insomma, mica puoi fidarti degli alcolisti drogati.

Il paragone con Succession, quasi inevitabile a leggere il concept della serie, deve però fermarsi alla possibilità di scrivere un titolo furbino, perché poi House of Guinness tende ad allargarsi ben oltre le vicende private della singola famiglia.

Certo, le tensioni fra i vari figli, acuite dalla sensazione di ognuno di loro di non aver avuto abbastanza, o di aver avuto troppo, o di essere stato in qualche modo fregato, contano molto.
Ma House of Guinness ci tiene alla sua matrice storica, e inserisce questa vicenda familiare in una cornice molto più ampia che ingloba lo sviluppo industriale inglese di quegli anni, i rapporti da costruire e poi sempre più stretti con il ramo americano dell’azienda, ma soprattutto – e qui sta uno dei cuori di House of Guinness – nelle perenne lotta fra irlandesi cattolici e inglesi protestanti per il territorio d’Irlanda.

La sfida dei fratelli Guinness per la prosperità dell’azienda si intreccia a doppio filo con le attività dei feniani (termine con cui nel periodo si indicavano gli appartenenti alle organizzazioni interessate all’indipendenza irlandese), e quella che potrebbe essere “solo” la cronaca di un successo economico, diventa una storia di lotte politiche, scontri armati, matrimoni combinati, amori proibiti, segreti inconfessabili dietro maschere impeccabili.

Credo che House of Guinness sia superiore a A Thousand Blows perché, pur volendo raccontare molte cose diverse, con un numero abbastanza alto di personaggi, riesce a trovare subito una quadra che renda la serie densa ma comprensibile, complessa ma non confondente.
Soprattutto, si trova un buon equilibrio fra la necessità di dare ai personaggi principali dei tratti chiari e riconoscibili, e quella di non ridurli a macchiette, trovando invece il modo di concedergli uno spessore da esseri umani a tutto tondo, la cui (potenziale) riduzione a stereotipo non riguarda il loro essere monodimensionali, quanto piuttosto la pressione che la società esterna esercita su di loro, costrindendoli a ruoli che gli stanno inevitabilmente stretti.

Questo contrasto fra ciò che i protagonisti vorrebbero essere, e ciò che invece devono, è il principale serbatoio di tensione narrativa della serie, perché praticamente tutti i personaggi sono mossi da precise ambizioni e obiettivi, che puntualmente si scontrano con imprevisti che titillano gli elementi più nascosti e incoffessabili della loro natura.
E noi guardiamo tutto con i popcorn in mano.

In questa prima stagione, che nel complesso ho trovato godibile e pure storicamente interessante, si nota forse la mancanza di qualche momento di vero sfogo. Per dirla in altri termini, e per spiegare perché House of Guinness mi sembra inferiore a Peaky Blinders, il perfetto ingranaggio di cui parlavamo poco fa, cioè la capacità di creare un grande puzzle storico e dei personaggi, è sì un pregio della serie, ma in parte anche un limite, perché non si percepisce la possibilità di uno scarto veramente passionale e sanguigno.

In Peaky Blinders, la costruzione di una struttura narrativa molto precisa lasciava comunque trasparire la possibilità (spesso confermata) che qualcosa potesse esplodere all’interno della famiglia. Il machismo tossico di cui era impregnata (così sbagliato nella vita reale, ma così divertente da guardare su uno schermo) aggiungeva un elemento di passione viscerale che sentivamo ribollire sotto ogni dialogo, come una rabbia violenta e primitiva che rendeva tutto elettrico e incandescente.

Questo elemento non c’è, o non c’è allo stesso modo, in House of Guinness, e la mancanza si sente. Che poi intendiamoci, non è che ora Steven Knight debba produrre solo serie come Peaky Blinders. Allo stesso tempo, area geografica e periodo storico continuano a essere più o meno quelli, e se dalla tua poetica togli o riduci un elemento di grande interesse per il pubblico, devi sostituirlo con qualcos’altro, altrimenti lo notiamo: House of Guinness sembra avere più interesse per l’elemento storico, ma è una soddisfazione intellettuale che non riesce a pareggiare in pieno il fervore che provavamo con la famiglia Shelby.

Detto tutto questo, è comunque facile consigliare House of Guinness, perché ha tutte le cosine al posto giusto. Compreso quell’elemento di distacco che Knight ha sempre costruito con le colonne sonore moderne o con certe scritte a video molto grosse, urlate, vistose (per esempio, qui vengono usate per indicare il corrispettivo contemporaneo di certe somme di denaro maneggiate dai personaggi).

L’intento sembra sempre quello di non farci immergere completamente in un passato che diventi rifugio dal presente, quanto piuttosto quello di invitarci a un evento in cui guardiamo quel passato senza dimenticare il nostro sguardo di oggi, rimanendo presente a noi stessi, consapevoli del miscuglio fra fedeltà storica e necessità di intrattenimento.
Partecipi, ma non persi. Entusiasmo seriale, ma sempre con giudizio.

Perché seguire House of Guinness: è una serie ricca di spunti e di personaggi interessanti, raccontati con scrittura precisa e pulita.
Perché mollare House of Guinness: le manca un po’ di quella forza primitiva che avevamo amato in Peaky Blinders.



CORRELATI