Wayward su Netflix – Poche idee, ma confuse di Diego Castelli
Se seguite Serial Minds da un po’ di tempo, già sapete che non solo ci sono sempre piaciute le serie che “ci provano”, che tentano di fare qualcosa di diverso dal compitino di genere, ma che ci piace pure dirlo che ci piacciano queste serie, proprio perché l’apprezzamento per il coraggio creativo è qualcosa che, a mio giudizio, va proprio esplicitata, bisogna indicare chi mette in mostra il coraggio e dire “guardate tutti, evviva”.
E poi però avere coraggio non basta. Pur con tutto il rispetto che è dovuto a chi tenta di seguire strade meno battute, arriva sempre il momento di giudicare un prodotto, di vedere se quel coraggio ha portato a qualcosa, o se invece è finito in un vicolo cieco. Perché a quel punto il rispetto per chi ci prova non può far mancare la differenza fra chi ci riesce e chi no. In quel caso, se non vedessimo quella differenza, staremmo nuovamente mancando di rispetto a qualcuno.
Tutta sta premessa per dire che Wayward, la nuova serie di Mae Martin, che avevamo apprezzato alla guida di Feel Good, fa acqua da tutte le parti.

Sono andato a riprendere la nostra recensione, che era stata scritta dal Villa a pochissime settimane dall’inizio della pandemia da Covid, e lui aveva definito Feel Good la “perfetta comedy contemporanea” (la recensione la trovate qui).
Spiace un po’, quindi, non poter ritenere Wayward il perfetto mystery thriller contemporaneo.
La storia è inizialmente quella di Alex, un poliziotto queer interpretato proprio da Mae Martin (persona non binaria che di recente ha compiuto dei passi anche chirurgici verso la mascolinità, ma che comunque mi mette in difficoltà su quali pronomi devo usare in italiano), che si trasferisce con la compagna incinta nel vecchio paesino di lei, Tall Pines (che non deve farci confondere questa serie con Wayward Pines).
Il paesello sembra il classico posticino carino di provincia, che però OVVIAMENTE nasconde sordidi segreti, legati in particolare a questa specie di scuola/rehab per ragazzi problematici, gestita dalla misteriosa e influentissima Evelyn (Toni Collette).
Poi però arrivano anche altre due protagoniste, le giovani Leila (Alyvia Alyn Lind) e Abbie (Sydney Topliffe), migliori amiche ognuna incasinata a modo suo, che dopo aver mostrato diverse intemperanze e ribellioni a scuola vengono spedite proprio nel famigerato istituto, che si chiama, senza grossissima fantasia, Tall Pines Academy.
Come è facile immaginare, quell’accademia è un postaccio, i metodi di Evelyn sono parecchio discutibili, e la cittadina tutta nasconde segreti inconfessabili che puzzano di setta (non è un grande spoiler eh, sono cose che vengono suggerite già dal trailer e dai primi minuti del pilot).

Fin qui non vi ho detto nulla di nuovo, e anzi si potrebbe pensare che il mio identificare Wayward come una serie che “ci prova” sia già di per sé una mossa azzardata: di storie con la cittadina di provincia apparentemente innocua e invece piena di segreti ne abbiamo viste letteralmente a centinaia.
Nel corso degli episodi, però, si vede abbastanza chiaramente come Mae Martin, a partire da quel canovaccio, voglia tentare l’inserimento di altri temi, da mescolare poi in modi teoricamente originali.
La queerness del protagonista è ovviamente un fattore rilevante nell’inserimento della coppia nella comunità già assestata, ma non è nemmeno il dettaglio più rilevante (anzi, sembra quasi sia stato inserito giusto perché Mae Martin non riesce a passare completamente da maschio biologico, e la cosa si sarebbe notata).
C’è sicuramente il tentativo di raccontare un certo modo di essere e pensarsi adolescenti, e la descrizione delle tecniche usate all’Academy non punta alla costruzione di un semplice blocco malvagio monolitico, quanto più alla rappresentazione di una forma di terapia distorta, che sembra volerci mettere in guardia dalle soluzioni facili: mostrare che i metodi di Evelyn hanno una qualche utilità, pur in modo deviato e distorto, è il modo per problematizzare il trattamento della salute mentale anche nei suoi angoli più oscuri, per sottolineare che di bacchette magiche non ne esistono, e che le etichette sono sempre una lama a doppio taglio (e in questo senso, Mae Martin di etichette deve saperne qualcosa).

Come vedete, quindi, un tentativo c’è. La consapevolezza di avere qualcosa da dire e di volerlo dire.
E però poi la serie non funziona. Paradossalmente, l’episodio migliore è il pilot proprio perché è quello più semplice, più dritto, più “di genere”, senza strani voli pindarici. Quando la serie dovrebbe coltivare la propria singola personalità, va in crisi.
È certamente un problema di confusione, nella misura in cui di messaggi sembrano essercene molti, ma nessuno veramente compiuto, ma è soprattutto una confusione emotiva. Nel tentativo di far arrivare agli spettatori dei significati e dei vissuti, ci si dimentica però di renderli appassionanti, e si finisce col mescolare anche improbabili vene comiche che alleggeriscono troppo un’atmosfera che dovrebbe essere più tesa e sospesa.
Si vedono troppe cose, in Wayward, nel senso che ci sono angoli oscuri che dovrebbero rimanere tali un po’ più a lungo (tipo l’interno dell’Academy) e che invece vengono subito illuminati da un’ansia descrittiva che però toglie forza all’anima mystery della serie, sperando che venga sorretta dall’aria inquietante di alcuni personaggi secondari (spoiler, non succede).
E poi, altro peccato non da poco, Wayward è una serie prevedibilissima: tutti i personaggi che nel pilot vi sembrano davvero buoni lo sono, tutti i personaggi che immaginate essere cattivi lo sono, e tutti i personaggi che vi sembra abbiano qualcosa da nascondere, ce l’hanno.
Ancora una volta, sembra quasi che l’ansia da prestazione filosofica di Mae Martin, il suo desiderio di costruire una serie d’autore, abbia finito col far dimenticare che pure le serie d’autore devono saper toccare certe corde più primitive, certe curiosità più istintive, altrimenti il messaggio non arriva.

Il risultato è sì una serie che, come detto, sembra voler provare a essere originale. Il risultato concreto, però, è una storia che sai già come andrà a finire, che non riesce ad emozionare, che prende dieci strade senza portarne a termine neanche una.
Soprattutto, e qui sta forse il punto fondamentale, il famoso mantra delle serie “che ci provano” dovrebbe seguire un’altra importante regola non scritta, cioè che non si deve vedere che ci stai provando, o non si deve vedere così tanto, o non si deve vedere continuamente.
Infilandosi nella storia, gli spettatori dovrebbero trovarsi invischiati nella trama e nelle atmosfere quasi senza rendersi conto di esserci caduti, senza doverci pensare, senza doversi chiedere continuamente “ma qui cosa vuole dire?”, tenendo queste domande per le riflessioni successive.
In Wayward, invece, la sceneggiatura si vede. Si intuiscono gli sforzi per mettere insieme tanti pezzi diversi dell’ingranaggio e un tot di scene madri che hanno appiccicata sopra l’etichetta “scena madre”. E come ci siamo detti, le etichette sono pericolose.
Sono arrivato alla fine della miniserie perché sapevo di volerne scrivere e parlare nel podcast, ma senza questi piacevoli obblighi avrei probabilmente interrotto la visione prima della metà.
Mae, noi ti si vuole comunque bene, ritenta, la prossima andrà meglio.
Perché seguire Wayward: se impazzite per i mysteri nelle cittadine inquietanti.
Perché mollare Wayward: nel tentativo di essere una serie d’autore coi controcazzi, finisce col non essere nemmeno una buona serie di genere.

