The Chair Company – Una comedy di HBO che fa quasi paura di Diego Castelli
Come da tradizione, HBO propone una comedy dove più che ridere ci si stranisce, ci si imbarazza, forse addirittura ci si impaurisce
Una delle regole più chiare che ho sempre conservato nel mio cervello è: le comedy di HBO non fanno ridere.
E ho specificato “nel mio cervello” perché non è che sia una regola così vera: ci sono eccezioni, sfumature, distinguo. Eppure, nella storia di una rete televisiva che è diventata leggendaria soprattutto con i suoi drama (da The Wire a Game of Thrones, considerando anche quelli che una sfumatura di simpatia ce l’avevano, come I Soprano), le comedy hanno sempre avuto un sapore strano, grottesco, deviante, molto lontano dalle macchine da gag che erano le comedy della generalista (con molte varianti naturalmente, ci sono anche Sex and The City e Curb Your Enthusiasm)
Era una scelta, sia chiaro. Un approccio pienamente consapevole che magari non ha dato a HBO la stessa fama conquistata con i drama, ma che sicuramente le ha garantito una certa riconoscibilità presso un pubblico per il quale pagare un abbonamento a una pay tv doveva anche voler dire trovarci dentro cose che altrove non si trovavano.
Direi che, in questo senso, The Chair Company non fa alcuna eccezione. Anzi, è la comedy di HBO più “comedy di HBO” che si potesse immaginare, nonché il debutto di maggior successo per la rete da cinque anni a questa parte.

Creata Tim Robinson e Zach Kanin, e con protagonista lo stesso Robinson (veterano del Saturday Night Live e con un passato piuttosto folto di doppiatore), The Chair Company racconta la vita apparentemente ordinaria di William, un padre di famiglia impiegato in una grossa azienda che costruisce centri commerciali.
A William è stato da poco assegnato un grosso progetto, è in rampa di lancio e ha parecchio da festeggiare, se non fosse che, fin dalla prima scena ambientata in un ristorante, percepiamo che William è un uomo piuttosto ansioso e paranoico, uno che finché le cose vanno come dice lui funziona perfettamente e trasmette la sensazione di bravo impiegato efficiente, ma che è capace di perdere rapidamente la bussola se sulla strada incontra ostacoli imprevisti.
Puntualmente è quello che succede: al termine di una presentazione di fronte a un pubblico, che pure gestisce benissimo, William si siede su una sedia presente sul palco, e quella sedia si sfalda sotto di lui, facendolo cadere rovinosamente a terra.
Potrebbe essere solo un piccolo momento di imbarazzo, un inconveniente su cui fare una battuta per poi dimenticarsene, ma il ricordo di quell’umiliazione mette radici nella mente di William, che decide di andare a fondo della faccenda, lamentandosi per bene con la ditta produttrice della sedia.
Quello che non si aspetta, però, è che dietro la facciata di quell’azienda si nasconde un qualche tipo di mistero, o di complotto, insomma qualcosa di oscuro e pericoloso che, improvvisamente, fagocita tutta l’attenzione e lo stress di William, che diventa incapace di pensare ad altro.

Da qui il titolo “La società della sedia” (o azienda della sedia, vedete voi).
Nel giro di mezzo episodio, la serie diventa una specie di discesa agli inferi fatta di paranoia, allucinazioni, buffi sicari improponibili, e di un’investigazione molto amatoriale in cui un uomo normalissimo, che sa di essere normalissimo, prova a combattere quello che, sempre più, assume i contorni di un’assurda cospirazione internazionale.
Il tutto, naturalmente, cercando di mantenere la facciata di bravo manager in giacca e cravatta, cosa che diventa sempre meno semplice considerando che William non riesce più a pensare ad altro se non alla sedia e alle sue implicazioni.
Un’ossessione, quella per la sua figuraccia e le sue inaspettate ramificazioni, che è l’elemento più umano di un personaggio che altrimenti suonerebbe presto odioso e pure inverosimile, nella sua capacità di avere una famiglia in cui la moglie è Lake Bell e una dei figli è Sophia Lillis, la Beverly Marsh dei film di It diretti da Andy Muschietti.
Ma è proprio il tarlo che William ha nel cervello, la sua incapacità di accettare che l’1% della sua vita non funzioni quando il 99% va benissimo, che ce lo fa vedere, se non come un personaggio simpatico (quello no), quanto meno come un carattere per il quale possiamo provare una forma di fastidiosa empatia, come se William fosse la rappresentazione di certi angoli oscuri della mente che tutti e tutte abbiamo, ma che non vorremmo mai vedere manifesti.

E qui, a un certo punto, qualcuno potrebbe dire: ma non si dovrebbe ridere almeno un po’ in questa comedy? Oppure è solo un’etichetta appiccicata a un prodotto da mezz’ora?
Che poi diciamoci la verità, in un mondo in cui The Bear è trattato da comedy senza nessuna esitazione, vale un po’ tutto, e poco importa che The Chair Company, per larghi tratti, sembri più uno strano strano thriller-horror, più che una commedia.
Però mentiremmo se dicessimo che in The Chair Company non si ride mai, o che non ci sia, in tutta questa stramba faccenda, una vena apertamente surreale che ci impedisce di prendere davvero sul serio le vicende raccontate.
Nella frustrazione con cui William cerca di non farsi licenziare, mentre una tizia fuori di testa lo accusa di averle guardato sotto la gonna mentre era caduto dalla famigerata sedia, c’è qualcosa di The Office, nella capacità di esasperare certe dinamiche da ufficio trovando, di nuovo, l’ammiccamento con una buona fetta di spettatori che, almeno una volta nella vita, da un ufficio ci è passata davvero.
Ma sono tutto l’aspetto e la mimica di Tim Robinson a impedirci di trattarlo come una spia credibile. William è uno sfigato con qualche rotella fuori posto, e per quanto il tono della narrazione e della messa in scena possa sfiorare le atmosfere del thriller o di qualche storia pazzerella alla Severance, si torna sempre alla faccia da scemo di un protagonista completamente fuori posto, che alterna ossessione, panico e rabbia in una girandola impazzita che finirà col distruggergli il fegato, oltre alla famiglia e alla reputazione, ma che a noi risulta piuttosto divertente.

Si arriva dunque a una conclusione che è abbastanza classica per le comedy di HBO. Se cercate le matte risate, non ci saranno, ma se invece vi interessano storie originali, bizzarre, decisamente diverse dal solito, allora The Chair Company funziona alla grande, perché basta il pilot per avere l’impressione di qualcosa che, nel bene o nel male, sarà difficile dimenticare.
Per quanto mi riguarda, e tenendo conto che scrivo queste righe dopo aver visto due episodi, il tema è più quello della tenuta. Dopo un inizio folgorante e abbastanza matto da farci venire voglia di vedere come va a finire, bisogna pur sempre considerare che stiamo parlando della storia di un tizio incazzato perché è caduto da una sedia.
Per dirla in altro modo, il concept di The Chair Company non ha già dentro di sé la capacità di reggere senza problemi per settimane, e tutto sta alla capacità della sceneggiatura di complicare la matassa senza però farci perdere di vista gli elementi che avevano suscitato il nostro interesse iniziale: il senso di straniamento rispetto a una normalità che deve rimanere visibile; la percezione di essere, insieme al protagonista, sempre sull’orlo di uno strano abisso; l’umanità difettosa e imbarazzante, ma anche molto vera, di un personaggio a cui non vorremmo assomigliare anche quanto ci sentiamo vicini a lui.
Vediamo cosa succederà. Ma se vi piace dare fiducia alle serie strane, che provano a fare qualcosa di diverso, The Chair Company se la merita.
Perché seguire The Chair Company: è una serie strana, folle, assurda, che si merita attenzione anche solo per questo.
Perché mollare The Chair Company: come spesso accade con HBO, è una comedy che non fa particolarmente “ridere”.

