Il Mostro – Brutture umane e strane decisioni di Diego Castelli
Stefano Sollima firma per Netflix una serie sul Mostro di Firenze, in cui i mostri sono per lo più altri
Che Il Mostro, la serie di Netflix diretta da Stefano Sollima e dedicata alle indagini sul famigerato Mostro di Firenze, sarebbe stata un prodotto divisivo, capace di suscitare ammirazione ma anche sdegno, era una cosa che potevamo dare serenamente per scontata.
E questo a prescindere dalla sua realizzazione concreta, ma semplicemente perché quando si tocca una materia così dibattuta e controversa, su cui un paese appassionatissimo di cronaca nera e true crime ha già fatto decenni di riflessioni, ipotesi, complottismi vari, è inevitabile che un intero esercito di autonominati esperti si alzi in piedi per dire la sua, non tanto a proposito di come una serie tv è realizzata, quanto rispetto a quello che dice, sostiene, o magari omette.
Io non sono un esperto del Mostro di Firenze, né mi è mai interessato esserlo, quindi qui non troverete riflessioni sulla vicenda in sé. In compenso, questo è un sito che parla di serie tv, e ci sono diverse cose da dire su Il Mostro, non solo per quello che dice e come, ma anche e forse soprattutto per alcune scelte a monte, che riescono a essere controverse pure per un pubblico che, come me, arriva alla serie conoscendo la vicenda solo per sommi capi. Scelte che poi vengono influenzate anche dal marketing collegato alla serie, e al modo in cui l’ha descritta.

E tanto vale parlarne subito, della scelta più divisiva.
Ricordando che nessuno sa davvero chi sa (o siano) il Mostro di Firenze, Sollima e i suoi scelgono di concentrarsi solo su una porzione molto specifica dell’indagine, la cosidetta “pista sarda”.
Per dirla semplice, quando i duplici omicidi del Mostro stavano già terrorizzando l’Italia fra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, gli investigatori riuscirono a collegare (o credettero di poter collegare) quegli omicidi a un altro caso precedente, del 1968, in cui a essere uccisi furono Barbara Locci e il suo amante Antonio Lo Bianco. Un assassinio da cui emerse anche un sopravvissuto, il piccolo Natalino Mele, figlio di Barbara, che era nella macchina in cui sua madre fu uccisa.
Quella vecchia indagine, che sembrava aver trovato un colpevole e che girava intorno alla vita di una piccola comunità di immigrati sardi, divenne appunto la “pista sarda”, cioè il tentativo degli inquirenti di trovare in quella stessa comunità, già implicata nei delitti del 1968, la stessa persona che poi avrebbe continuato a uccidere negli anni successivi nei panni del Mostro.
Di fatto, i quattro episodi diretti da Sollima si concentrano specificamente su questa indagine, ignorando (o quasi) tutto il resto del variegato universo giudiziario, poliziesco, narrativo, legato alla figura del Mostro. Una concentrazione tale, che la stessa vicenda viene raccontata da più punti di vista diversi, a riprova del fatto che la sceneggiatura vuole stare proprio lì.

Questa scelta di concentrarsi solo sulla pista sarda, pur con un intento di ricostruzione più ampia di cui parleremo fra poco, è la decisione su cui più si sta dibattendo in questi giorni. Di per sé è una strategia legittima, non c’è nessuna regola che imponga di parlare di questo o di quello in una serie tv, e però è inevitabile che, presentando una serie sul Mostro di Firenze, il pubblico sia portato ad aspettarsi una trattazione più ampia, che coinvolga anche gli altri pezzi dell’indagine, che peraltro sono più famosi e ricordati (come la lunga vicenda di Pietro Pacciani).
In questa dinamica ci vedo un errore comunicativo che è soprattutto esterno al prodotto in sé. Al momento non sappiamo se Il Mostro sia una miniserie conclusa, o se invece ci sia la possibilità di una seconda stagione. Lo stesso ultimo episodio è ambiguo, perché da un lato sembra perfino suggerire il nome di un possibile colpevole, e dall’altro introduce molto di sfuggita, ma anche con una certa forza evocativa, la figura di Pacciani, come a suggerire che, in effetti, un prosieguo potrebbe esserci.
Mentre scrivo queste righe, la produzione non ha ancora chiarito la situazione in merito a una possibile seconda stagione, e quindi ci troviamo in una condizione paradossale: da una parte è mancata una comunicazione chiara che circoscrivesse il perimetro della serie alla sola vicenda della pista sarda, cosa che ha inevitabilmente creato un senso di vuoto, di mancanza, in un pubblico che voleva vedere anche altro; dall’altra, se l’intenzione è sempre stata quella di proseguire, allora avrebbe avuto senso dirlo subito, proprio per disinnescare sul nascere qualunque critica su quella specifica scelta, che può essere giudicata in modo assai diverso se la serie è finita qui, o se invece è destinata a proseguire.
Può darsi che anche questa sospensione sia voluta, in attesa di vedere i risultati della serie sulla piattaforma, e come strumento per stuzzicare la curiosità morbosa del pubblico. Si tratterebbe però di una strategia un po’ disonesta, che ha avuto soprattutto la conseguenza di far parlare non tanto della serie in sé, quanto delle sue scelte a monte.

E a questo punto sarebbe il caso di parlarne, della serie in sé.
Perché se è vero che si concentra solo su una parte della vicenda investigativa relativa al Mostro, è altrettanto vero che la sua intenzione comunicativa, perfino filosofica, si allarga su temi più ampi e volutamente più legati al contemporaneo.
Nel raccontare la pista sarda, e i rapporti completamente tossici e disfunzionali che intercorrevano nella famiglia di Stefano Mele (marito di Barbara Locci), Sollima e compagni ricostruiscono un ambiente di degrado morale e culturale che ha dignità narrativa propria, a prescindere dalle azioni del Mostro.
Anzi, per certi versi Il Mostro è più che altro la storia di un gruppo di parenti e amici che, in nome dell’onore, della buona reputazione, delle tradizioni patriarcali in cui erano immersi, erano disposti a comportamenti di spaventoso sessismo, prevaricazione, masochismo, occultamento della verità.

Il tentativo della serie di raccontare un intero mondo che produce un mostro, più che un mostro arrivato a disturbare un mondo altrimenti pacifico, è estremamente palese, a volte troppo. Quella raccontata da Sollima è un’Italia impaurita dal Mostro, ma anche morbosamente curiosa delle sue gesta. Un’Italia che pretende giustizia e inneggia alla morale, ma che è anche piena di guardoni, di mariti violenti, di donne oppresse. Un’Italia di contraddizioni insomma, che vuole apparire vecchia e arcaica, ma anche sottilmente e viscidamente simile all’Italia di oggi, che alcune di quelle contraddizioni non le ha mai superate.
Qui è dove la serie finisce anche con lo sbrodolare: già nel pilot abbiamo la procuratrice Silvia Della Monica, unica donna impegnata nelle indagini, che declama a gran voce come i delitti del Mostro siano soprattutto delitti contro le donne, nati in un contesto di disprezzo, denigrazione, sottovalutazione del femminile.
Vera o meno che sia questa posizione, quella frase messa in bocca al personaggio è un riflesso del presente, che non serve a ricostruire il sentire del pubblico dell’epoca, ma a calare sulla vicenda lo sguardo dell’oggi.
Un’operazione, di nuovo, legittima, ma che rischia di suonare stucchevole e pedagogica, rumorosamente “woke”, se mi permettete l’uso di questo termine ormai abusato: la terribile condizione femminile descritta dalla serie era già sufficiente a far passare il messaggio, senza la necessità di declamarlo a totale prova di stupido, con il risultato di trasformare tutto il racconto in una lezione di morale che distrae da alcuni pregi del prodotto, che pure ci sono.

Fra questi ultimi c’è sicuramente una minuziosa ricostruzione storica di ambiente, costumi, parole pronunciate e registrate agli atti. È stato fatto un gran lavoro sulle fonti, e sono stati spesi bei soldi per mettere in scena vent’anni di Italia che sono esteticamente e atmosfericamente credibili.
La regia di Sollima, fra i più apprezzati autori della cine-serialità di genere italiana, sceglie un tono capace di cambiare plasticamente registro a seconda dei momenti e delle necessità, ma incentrato su un intento quasi documentaristico che trova particolare forza nelle scene di violenza: quando il Mostro entra in azione, la macchina da presa riprende gli spari, le coltellate, la manipolazione dei corpi, con un distacco lontanissimo da qualunque parossismo hollywoodiano, ma che ottiene l’effetto di essere ancora più forte, crudo, d’impatto, rispetto a qualunque altra soluzione più “urlata”.
Più fatica, invece, nella gestione degli attori: la recitazione è molto altalenante, spesso stereotipata, in alcuni (pochi) casi semi-ridicola, come quando il piccolo Natalino (interpretato dal giovanissimo Giordano Mannu) diventa quasi una caricatura pigolante del classico bambino indifeso e fragilissimo coinvolto in fatti di sangue.
Problemi simili con la gestione dei piani temporali: la serie salta spesso da un punto all’altro della cronologia, e per quanto il trucco degli attori aiuti a cogliere a colpo d’occhio il momento in cui ci si trova, il tutto rischia di spaesare parecchio.

Non c’è uno solo degli aspetti che abbiamo trattato finora, che non sia stato oggetto di opinioni divergenti, se non proprio opposte, in giro per internet. L’atmosfera sospesa e affascinante di alcuni è la noiosa lentezza di altri. La ricostruzione di un’Italia tossica e cattiva di alcuni, è la lezioncina morale di altri. La concentrazione sulla pista sarda può essere tanto sorprendente quanto deludente per chi, semplicemente, voleva avere più Mostro da una serie che si chiama “Il Mostro” (anche un altro mostro recente di Netflix, Ed Gein, fungeva quasi più da pretesto per raccontare un’intera America, ma almeno il personaggio c’era, era riconoscibile, preciso, quasi sempre in campo).
Non c’è una sola verità (non c’è nemmeno nella vicenda del Mostro, figurati se può esserci nel giudizio della serie a lui dedicata), ma anche dopo aver cercato di concentrarmi su singoli elementi più concreti e produttivi, fatico a non ampliare lo sguardo e a incappare di nuovo nel problema di fondo. Il Mostro è una serie che ci tiene molto (pure troppo) a insegnarci delle cose importantissime, ma che non sembra cosciente del fatto che alcune sue scelte saranno pesantemente distraenti per un pubblico che passa metà del tempo a chiedersi se la sceneggiatura arriverà a parlare di quello di cui tutti vorrebbero sentire parlare (che non sono i sardi), fino ad giungere a un’ultima scena che, in assenza di notizie sul futuro, può essere sia un cliffhanger molto efficace, o una vistosa presa per i fondelli (tipo “sapevamo cosa volevate vedere, ma non ve lo diamo, gne gne gne”).
Un’indecisione che fa male alla serie, creando una confusione tematica che svia l’attenzione dai suoi punti di forza.
E questo, sia chiaro, senza nemmeno giudicare la trattazione della materia giudiziaria e investigativa in sé e per sé. Su quello decidete voi, ché io quando la gente si appassionava al Mostro di Firenze guardavo I Cavalieri dello Zodiaco.
Perché seguire Il Mostro: il tema resta interessante, e Sollima azzecca qualche risultato importante in termini di ricostruzione storica e d’atmosfera.
Perché mollare Il Mostro: alcune discutibili scelte di fondo (è una serie sul Mostro di Firenze, in cui si parla poco del Mostro di Firenze), distraggono molto dalla resa effettiva, facendoci chiedere con più interesse se esisterà una seconda stagione, piuttosto che se ci sia piaciuta la prima.

