IT: Welcome to Derry – Omaggio o tradimento? di Diego Castelli
Il prequel dei film di Andy Muschietti sembra avere i numeri per inquietare, ma pure per storpiare l’eredità di Stephen King
SPOILER SUL PRIMO EPISODIO
Visto che veniamo dalla recensione su Il Mostro e dal concetto di serie divisive, di aderenza a modelli e realtà pre-esistenti e quant’altro, non c’è niente di meglio che parlare di una serie tv che nasce da Stephen King, ben sapendo quanto, storicamente parlando, la trasposizione audiovisiva delle opere del Re abbia generato dibattiti, rimbrotti, polemiche.
In realtà, Welcome to Derry, prodotta da HBO e disponibile in Italia su Sky e NOW, non è esattamente figlia di Stephen King, ma più una nipote: è infatti prequel dei film su It di Andy Muschietti, che già aveva lavorato sull’opera di King prendendosi alcune libertà e facendo un preciso sforzo di adattamento, e che ora scrive e in parte dirige una serie tv che è pure figlia di quelle libertà e quegli adattamenti.
E però è pur sempre It, è il pagliaccio Pennywise, è la provincia americana del Maine con il suo aspetto bucolico e i suoi incubi dolorosi.
Vediamo com’è andata.

Bisogna innanzitutto esplicitare un contesto: adattando il romanzone di Stephen King per il cinema, Muschietti scelse di spostare avanti la cronologia, per fornire agli spettatori un effetto nostalgia che fosse simile a quello dei lettori del tempo.
Il romanzo di King aveva il “presente” negli anni Ottanta e il “passato” alla fine degli anni Cinquanta, mentre il film di Muschietti piazzava il presente nel 2016, e il passato negli anni Ottanta di cui la cine-serialità contemporanea ha già più che spolpato la nostalgia (compresa Stranger Things, che dell’It di Muschietti è parente prossima).
Con Welcome to Derry si va ancora indietro, e si arriva a un 1962 che, paradossalmente, si avvicina di nuovo a quello che era il passato del romanzo.
Questo perché Muschietti è rimasto fedele all’intento di King di immaginare un’entità malvagia e terribile che torna a Derry ogni 27 anni. Da qui l’idea di una prima stagione di Welcome to Derry ambientata a inizio anni Sessanta, con l’intenzione di altre due stagioni che vadano ancora più indietro, di 27 anni in 27 anni.
Un approccio che, comunque, affonda le radici nel romanzo e nei suoi “interludi”, parentesi in cui veniva raccontato il passato della cittadina e alcune vicende terribili capitate a Derry, con particolare riferimento a massacri che avevano poco a che fare con il soprannaturale, e molto con la malvagità umana.

Nel pilot di Welcome to Derry, unico episodio disponibile al momento di scrivere questa recensione, ci sono alcune cose che funzionano bene e altre meno, anche solo limitandoci a considerare l’episodio in sé e per sé. E poi ci sono anche alcune considerazioni da fare nel rapporto fra la serie e l’opera originale.
Quello che funziona meglio è l’inizio, e in parte anche la fine (ma la vediamo dopo). La prima scena è una delle più inquietanti viste di recente in televisione, con un ragazzino che vorrebbe scappare da Derry e che si trova a essere caricato in macchina da una famiglia apparentemente pacifica e amorevole, ma che presto si rivela un incubo a occhi aperti.
A colpire, oltre ad alcune scelte specifiche come quella di far partorire alla madre un figlio demoniaco e alato che si mette a spargere sangue nella macchina e viene trattenuto dal cordone ombelicale (siamo quindi nell’ambito di uno splatter quasi grottesco e volutamente iperbolico), c’è una specifica insistenza: immededimandoci con il ragazzino autostoppista, che è pure uno che ha l’abitudine di mettersi un ciuccio in bocca per rilassarsi in momenti di stress, viviamo una situazione orrorifica che funziona anche perché dura di più delle normali scene di queste tipo, che spesso si interrompono nel momento più agghiacciante per dare sollievo agli spettatori e, magari, pure ai personaggi, rivelando che tutto era un sogno e altre simili tecniche. Qui no, qui l’orrore non finisce quando si mettono le mani sugli occhi o sulle orecchie, l’orrore ti viene a cercare e non dà scampo, e la cosa diventa subito memorabile.

Passata questa scena abbiamo un’ampia porzione di episodio che è dedicata alla presentazione di alcuni personaggi, quasi tutti bambini, che si interrogano sulla scomparsa del primo ragazzino, Matty (Miles Ekhardt).
In pieno stile kinghiano, si tratta di bambini con i loro problemi e i loro sogni, magari con situazioni familiari difficili (come Lilly, interpretata da Clara Stack, che ha perso il padre in un incidente sul lavoro e si ritiene responsabile), che vengono chiamati a gestire una situazione paurosa e dolorosa che mette a dura prova il loro essere semplici pre-adolescenti.
Accanto a questa vicenda, e senza che le due storie si tocchino (almeno per adesso) ci viene raccontato l’arrivo in città di Leroy Hanlon (Jovan Adepo), un maggiore dell’aeronautica che sbarca a Derry come ufficiale e si scontra subito con un certo razzismo di alcuni sottoposti, stabilendo una connessione diretta con il romanzo non solo perché anche lì il razzismo aveva un ruolo centrale, ma anche perché Leroy non è altro che il nonno di Mike Hanlon, il bambino-poi-scrittore che è fra i protagonisti della storia di It, sia nel romanzo che nei film di Muschietti.

Questa (lunga) parte centrale è la più debole dell’episodio, non perché si porti dietro chissà quali difetti specifici, ma semplicemente perché, dopo quell’inizio folgorante, suona abbastanza ordinaria.
Vediamo Lilly sentire la voce dello scomparso Matty attraverso lo scarico del lavandino, e trovare negli ex amici del bambino una sponda con cui parlare e confrontarsi, ma né l’elemento horror né quello più drammatico riescono a stupire particolarmente.
Non solo, ci sembra che i bambini parlino e ragionino fin troppo come adulti, con una gravitas che mal si addice a ragazzini di provincia che proprio dal loro essere ragazzini di provincia (in confronto alla dimenzione dell’orrore che dovranno fronteggiare) dovrebbero trarre la loro maggiore forza narrativa.
E per quanto riguarda Hanlon, anche in questo caso abbiamo una rappresentazione del contesto razzista tutto sommato già vista (anzi, a ben guardare c’è giusto un soldato che si prende male per il fatto che Leroy è nero), e anche una scena d’azione e di suspense piuttosto goffa, in cui Hanlon viene aggredito da alcuni uomini mascherati che onestamente non fanno paura a nessuno.

Nel finale, invece, l’episodio risale di tono, anche se con alcune scelte che potrebbero rivelarsi lame a doppio taglio.
I ragazzi protagonisti si ritrovano in un cinema, l’ultimo posto dove Matty era stato visto prima di sparire, e in un film sullo schermo vedono proprio l’amico scomparso, che si accorge di loro e sembra voler uscire dal telo bianco, da cui però emerge soprattutto lo stesso bambino demoniaco che già avevo sparso terrore nella prima scena.
Quello che succede, in teoria, è che buona parte dei nostri protagonisti viene trucidata, con Lilly che si trova addirittura a stringere la mano mozzata della sorellina del nerdissimo Phil. Quindi sì, un finale di pilot in cui dei bambini che credevamo essere protagonisti della serie muoiono male.
Poi certo, se siamo spettatori non più di primo pelo e abbiamo già visto Game of Thrones (a cui Muschietti ha fatto specifico riferimento per questa scena), magari non siamo più “così” colpiti dalla morte di personaggi che pensavamo essere protagonisti, ma certo un bell’effetto sorpresa lo produce comunque.
Sempre che la sorpresa sia confermata, però: se ci mettiamo a fare i precisetti e andiamo a guardare su imdb, scopriamo che Matilda Legault, l’interprete della piccola Susie, compare nella serie solo per un episodio, mentre Mikkal Karim Fidler (Teddy) e Jack Molloy Legault (Phil) sono segnati per otto.
Mi state dicendo che non sono morti veramente? Però se non sono morti veramente, e se quindi questa scena di sangue è servita solo per divertirci un po’ e non per provare a dare una sterzata narrativa al canovaccio classico di It, la sua importanza sarebbe molto diversa.
Vedremo settimana prossima.

Quindi insomma, un inizio molto forte, una porzione centrale più ordinaria e preparatoria, e poi qualche botto finale. Tutto sommato ci potremmo stare.
Dobbiamo però aggiungere anche una considerazione più complessiva, che interessa soprattutto i lettori del romanzo e, più in generale, gli estimatori di Stephen King.
Perché anche Welcome to Derry (almeno per ora, sia chiaro), sembra manchevole di un elemento tanto specifico quanto difficile da definire, ma che ritorna in tante riflessioni fatte sulle trasposizioni dei lavori del Re. Parliamo di un elemento umano, psicologico, concreto, una vicinanza ai personaggi e al loro vissuto, una loro capacità di essere veri, vicini, accessibili, e di portarsi dietro una sorta di calore e di speranza che contrasta con gli orrori che sono costretti a vivere.
Qualcuno dice che King sia diventato il Maestro dell’Horror quasi per caso, perché in realtà, nei suoi libri, la capacità o la voglia di inquietare il lettore non è necessariamente la cosa più importante, superata invece dall’attenzione per la psicologia dei personaggi e per la capacità di far sentire il lettore a casa quando sta vicino a loro.
Non è un caso, probabilmente, che le migliori trasposizioni cine-seriali dei lavori di King non siano horror (pensate a Stand By Me, Le Ali della Libertà, Il Miglio Verde), mentre quasi tutto il resto finisce con l’appiattire l’inquietudine su un registro esplicito e sui jump scare (tipici del cinema più che della letteratura), in cui qualcosa inevitabilmente si perde.
La cosa, per capirci, vale anche per Shining, il capolavoro di Kubrik che horror lo è veramente, ma che tutti i lettori del romanzo (e King stesso, che non l’ha mai amato) sanno essere manchevole di un’umanità che lo rende molto più freddo della sua controparte letteraria.

Questo problema si nota anche nel pilot di Welcome to Derry, forse più che nei film di Muschietti, che giocando con la nostalgia anni Ottanta riuscivano a ricostruire un po’ di quel calore di cui si diceva. Come accennato, è una sensazione difficile da definire, ma per la quale possiamo trovare almeno un elemento concreto, che è l’utilizzo della CGI.
So che è una cosa strana da dire, ma spero mi possiate capire: nei romanzi di King, It compreso, non c’è la CGI. Abbiamo costantemente l’impressione che quello che sta avvenendo sia concreto, materico, toccabile con mano, perché parte da paure, ossessioni, malvagità, che sono molto più umane di quanto non lo sia un demone a forma di pagliaccio.
Quando il pilot di Welcome to Derry usa una computer grafica molto evidente per mettere sullo schermo il neonato demoniaco della prima e soprattutto dell’ultima scena, si espone a una freddezza dozzinale, da tv movie cheap, che magari riesce lo stesso a impressionare grazie al montaggio e altre scelte narrative, ma che resta qualcosa che “non esiste”, mentre nel romanzo di King esiste tutto.
Un mio amico, grande fan di King (Simone Stefanini, citiamolo), ha scritto sui social che per lui il Pennywise di Tim Curry della miniserie degli anni Novanta (che pure era piena di lingenuità) resta molto più spaventoso di quello di Muschietti, perché quello di Curry esiste e sempre esisteva, occupava uno spazio fisico, era veramente un tizio inquietante che si aggirava fra i bambini.
Il Pennywise di Muschietti, che pure è interpretato da un bravo attore come Bill Skarsgård, a volte diventa un pupazzone computerizzato che “esiste di meno”, esattamente come il neonato mostruoso che sì, fa impressione, ma lo vediamo che non è davvero lì con i ragazzini.

Come detto, quest’ultimo è un problema di un po’ tutte le trasposizioni di King, perché quei romanzi hanno una specie di anima che è difficile replicare su altri mezzi e da altre sensibilità, quindi non voglio mettere tutta la croce sul pilot di Welcome to Derry.
Né voglio far passare in sordina, come detto, alcune intuizioni e inquietudini interessanti, alcune già pronte e godibili, altre da valutare/confermare nelle prossime puntate, sulle quali certamente torneremo sia con un articolo finale sia di settimana in settimana nel podcast Salta Intro.
Però ecco, se l’interesse c’era e c’è ancora, non mi fate gridare al miracolo, perché secondo me è ancora presto, e quella parte centrale di episodio, così ordinaria, mi fa dubitare che al miracolo ci si possa arrivare.
Perché seguire Welcome to Derry: il primo episodio piazza due-tre botte abbastanza forti da tenere desta l’attenzione per un’operazione comunque interessante.
Perché mollare Welcome To Derry: il pilot non è “tutto” bello, e sembra soffrire di una mancanza di anima che affligge quasi tutte le trasposizioni dei libri di King (almeno quelli più orrorifici).

