Robin Hood su Prime Video – La tradizione che funziona di Diego Castelli
Se sentir parlare di Robin Hood vi fa venire in mente le vecchie foto a casa della nonna, scoprirete che quelle foto in fondo vi mancavano
C’erano diversi dettagli che, prima di vedere il pilot di Robin Hood, nuova serie di MGM+ disponibile in Italia su Prime Video, mi facevano storcere il naso.
Il primo era beh, il fatto che fosse “Robin Hood”. Cioè, per carità, massimo rispetto, però ancora Robin Hood, la foresta, urca urca tirulero, ecc?
Il secondo era la presenza di Sean Bean, uno a cui si vuole bene, a cui ci legano molti ricordi, ma pure un tizio che ormai deve la sua carriera al fatto che muore in fretta.
Il terzo era il trailer, che dava l’impressione di un prodotto abbastanza povero in termini strettamente tecnici. Niente Game of Thrones, insomma.
Ebbene, mi sono dovuto almeno in parte ricredere. E non perché tutte le perplessità di cui sopra non avessero modo di esistere e non trovassero almeno una sponda nel concreto degli episodi. Ma perché c’era una cosa che non si poteva vedere né nel concept ormai usurato, né in un trailer di un paio di minuti, e cioè una scrittura rispettosa sì della tradizione, ma anche capace trovare la sua via verso un racconto moderno e appassionante.
Lo dico?
Se volete lo dico.
Ok, lo dico.
Questa Robin Hood ha più frecce al suo arco di quanto pensassi.
(Chiedo scusa).

Per uno che aveva premuto play pieno di pregiudizi e basse aspettative, i primi minuti del pilot rappresentano già un indizio che forse non si sta perdendo tempo.
Prima di occuparsi del mito, la serie si preoccupa di dare al racconto una solida base storica. Raccontando di un giovane Robert “Rob” Locksley (Jack Patten), e delle terre usurpate a suo padre e ora concesse al conte di Huntingdon (Steven Waddington) da parte del famigerato Sceriffo di Nottingham (Sean Bean), la serie creata da Jonathan English e John Glenn ci immerge nell’annoso conflitto fra sassoni e normanni.
Nell’XI secolo, quello che poi sarebbe stato ricordato come Guglielmo il Conquistatore (e che all’epoca era solo Duca di Normandia) approdò sulle coste inglesi con brame di conquista, e si scontrò con i sassoni che persero la guerra e il possesso su gran parte delle loro terre. Un possesso che non riottennero mai, considerando che l’attuale re Carlo, proprio lui, è tecnicamente un normanno discendente di Guglielmo.
Queste non sono notizie nuove nel mito di Robin Hood, ma invece di raccontarcele a posteriori, la serie di MGM parte proprio da lì, dalle tensioni fra gli autoctoni sassoni, pagani e orgogliosi, e il dominatore normanno, cristiano e arrogante, che gli ha tolto terre, eredità, e vorrebbe togliergli le tradizioni.
In questo contesto, l’irritazione (eufemismo) del padre di Robert per l’usurpazione dei suoi possedimenti è già una storia interessante anche prima che suo figlio diventi Robin Hood, perché emozioni e passioni sono già esacerbanti.
In aggiunta a questo, la chicca da Shakespeare: chi poteva mai essere la bella Lady Marian (Lauren McQueen), se non la figlia del conte che ha portato via le terre al padre di Robert?

Insomma, la sceneggiatura di Robin Hood torna alle origini del mito, le mescola con elementi concreti di Storia con la S maiuscola, e apparecchia un sistema di tensioni e frizioni che è fin dall’inizio instabile e pericoloso, e in cui basta una scintilla perché divampi un fuoco capace di diventare presto un incendio.
La scintilla riguarda i rapporti del padre di Robert con lo sceriffo e con Huntingdon, e non voglio esagerare con gli spoiler, ma è chiaro che il futuro ribelle del protagonista deve passare da una serie di avvenimenti che gli impediscono di fare il tranquillo contadino in terre che erano sue e ora non lo sono più.
La sceneggiatura di English e Glenn non mette parole altisonanti e grandi ideali in bocca a quello che al momento è solo un ragazzo, ma ne racconta, questi sì, il coraggio, la passione e l’abilità con l’arco, mostrando come queste qualità mal si adattino a un mondo pieno di uomini meschini che non vedono di buon occhio un giovane così poco disposto alla sottomissione.
Una cosa tira l’altra, e nel giro di tre episodi Robert (che non è ancora Robin) si ritrova a essere clandestino nella foresta, con Marian ormai innamorata che però è finita alla corte della regina, e prega per il suo amato sperando (come noi) in una veloce riconciliazione.

Il miglior pregio dei primi tre episodi di Robin Hood (gli unici disponibili al momento di questa recensione) è dunque quello di giocare con le aspettative degli spettatori, tenendo a mente che loro sanno chi sono i personaggi principali di questa storia e attendono di vederli comparire, senza però dare per scontato che bastino quelle aspettative per creare interesse.
Per dirla in altri termini, l’impressione è che questo racconto sarebbe interessante anche se non avessimo mai sentito parlare di Robin Hood, perché l’impalcatura di passioni, speranze, dolori, cattiverie che la serie costruisce, funziona benissimo di suo, senza dover essere sostenuta dalla nostra attesa pregressa.
In questo senso, e qui faccio un piccolo spoiler, è ottima anche l’introduzione di Little John. La mitica spalla di Robin Hood è interpretata da un attore nero, Marcus Fraser, che al suo apparire fa subito pensare a chissà quale inclusività forzata. In realtà, però, il suo essere evidentemente “straniero” ce lo fa guardare come guardavamo il Morgan Freeman del film con Kevin Costner. Lo rende meno forzato, e poi Fraser ci mette del suo per mettere in scena un personaggio grosso, forzuto, ardimentoso, che emana subito un carisma evidente e instaura con Robert un rapporto di complementarietà anche fisica che funziona fin dal primo istante.

Poi certo, avevamo avuto il sentore che questa Robin Hood non fosse Game of Thrones, e in effetti non lo è. Si potrebbe pure fare un paragone fra le sigle di apertura, con quella di Robin Hood che sembra presa di peso da uno show anni Novanta.
In generale, dal punto di vista della messa in scena siamo dalle parti del prodotto dignitoso, che usa con giudizio le sue risorse economiche e risulta complessivamente credibile, anche se non c’è davvero niente che stupisca, né in termini di ricchezza complessiva, né, soprattutto, in termini di scelte di regia, di montaggio, di fotografia.
Poi certo, il cast è complessivamente buono, fra Robert e Marian c’è una bella chimica, e c’è una certa furbizia nel modo in cui l’amore fra i due protagonisti (così puro, immediato, elevato) viene affiancato a scene di sesso piuttosto spintarelle che al confronto paiono più sordide e meno importanti.
Però ecco, non è la serie che si impone come assoluta innovatrice in termini di stile.

E tuttavia, non era necessario. Con un lodevole rispetto per le atmosfere di una storia plurisecolare, gli autori si ricordano che la gente conosce soprattutto versioni filmiche del mito, anche se quella di Robin Hood è una storia profondamente seriale, perché le avventure che il famoso ladro vive all’interno della foresta di Sherwood, sono fatte apposta per alimentare miti, ballate, ed episodi, che sono appunto seriali.
Ben venga dunque una serie che, come dovrebbe essere d’obbligo per questo mezzo, si concentra su una scrittura che sappia dare motivazioni solide all’agire dei suoi personaggi, e che sappia emozionarci con una storia che teoricamente conosciamo già, ma che sa scatenare passioni primitive se messa in scena con la giusta attenzione.
Robin Hood non è il capolavoro della vita, ma è una serie che ci tiene a divertire il proprio pubblico e ad andare oltre il semplice sfruttamento di un brand molto famoso.
Non è mica poco.
Perché seguire Robin Hood: riesce a sfruttare la fama della tradizione dandole nuova freschezza e grande forza drammatica.
Perché mollare Robin Hood: pur aggiornando il mito, non si allontana da archi, frecce, cavalli e sceriffi. Deve piacervi almeno un po’ quella roba lì.

