17 Novembre 2025

The Beast in Me – Suspense e disagio dal creatore di Homeland di Diego Castelli

Claire Danes e Matthew Rhys in gioco mortale fatto di fascino, potere, rimpianto e ambizione

Pilot

Chi segue Serial Minds da tempo sa che fra le icone, i feticci, i tormentoni di questo sito c’è sicuramente il labbro tremante di Claire Danes, l’espressione inconfondibile che l’attrice – diventata famosa con Romeo + Juliet – produce ogni volta che deve mettere in scenta disperazione, paura e dolore.
Ed è un’ottima attrice, la nostra Claire, meravigliosa protagonista di quell’Homeland che per anni è stata un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di serialità.

Ebbene, Claire non l’ha perso, il labbro tremolante, e ce lo ripropone con gusto in una serie a tutta suspense creata da Howard Gordon (che era proprio uno dei creatori di Homeland), e in cui giganteggia anche Matthew Rhys, che dopo Brothers & Sisters e The Americans propone un nuovo personaggio completamente diverso dai precedenti.
Anche se non è esattamente tutto oro quello che luccica.

The Beast in Me racconta di Aggie Wiggs (Danes), una scrittrice famosa e apprezzata, pure premio Pulitzer, ma profondamente in crisi, e che non scrive una riga da anni dopo la tragica morte di suo figlio, a cui è seguita la separazione dalla moglie Shelley (Natalie Morales).

Quando Nile Jarvis (Rhys), potente magnate del settore immobiliare sospettato di aver ucciso la sua prima moglie, diventa il nuovo vicino di Aggie, la scrittrice ne è in prima battuta disturbata e infastidita, troppo presa dai suoi problemi personali per occuparsi di un ingombrante vicino di casa che, appena arrivato, chiede agli abitanti della zona di dargli il permesso per costruire un percorso da jogging nel bosco vicino.

Tuttavia, col passare dei giorni e dopo aver parlato con quell’uomo misterioso eppure in qualche modo interessante, Aggie riceve una specie di illuminazione: invece di proseguire con il romanzo noiosissimo che prova scrivere da mesi, potrebbe intervistare proprio lui, Nile, lavorando su una storia molto più succosa e ritrovando così lo slancio dei bei tempi.

Con Netflix siamo alle solite: scrivo una recensione a pochi giorni dall’uscita di una miniserie caricata tutta&subito sulla piattaforma, e non so se fare spoiler o meno.
Facciamo che provo a non farne di rilevanti, ma anche con questo intento non credo sia difficile immaginare che la storia si complica proprio perché la figura di Nile è piena di ombre e non detti. Avvicinandosi a lui, Aggie spera segretamente di smascherare un assassino che potrebbe farle vendere un sacco di copie, ma deve anche calcolare il pericolo che potrebbe nascere dall’eventuale conferma delle sue ipotesi più fosche.

Nel frattempo, Aggie hai suoi problemi personali con la ex moglie, con il ricordo del figlio, e con i continui incontri con il ragazzo che, da ubriaco, causò l’incidente in cui morì il bambino. Nile, dal canto suo, sta cercando di sviluppare un progetto immobiliare molto osteggiato dalla comunità, ha i suoi screzi con lo scorbutico padre interpretato da Jonathan Banks (l’ex Mike Ehrmantraut di Breaking Bad e Better Call Saul), e insieme alla nuova moglie Nina (Brittany Snow) sembra impegnato in una specie di gioco con Aggie, nel tentativo di ripulirsi il nome ma senza esporsi troppo.

Da lì in poi, come potete immaginare, è un casino dietro l’altro, una suspense continua, e tante labbra che tremano di sgomento.

Per quanto mi riguarda, The Beast in Me dà il meglio di sé nei primi episodi, quando deve costruire lo strano rapporto fra Aggie e Nile, in cui entrambi cercano di perseguire un obiettivo personale in questo incontro fra menti di alto livello.

Immersi in una fotografia metallica e coriacea, e scanditi da un montaggio sempre teso verso la suspense, Danes e Rhys offrono una prova di altissimo livello. Sempre tesa come una corda di violino lei, sempre affascinante ma inquietante lui, il classico riccone che non deve chiedere mai, ma in cui l’equilibrio apparente può sempre spezzarsi di fronte al vero imprevisto.

Se tutta la miniserie avesse giocato solo su loro due, sul montare di questa tensione e sul gioco continuo di dialoghi sempre sul filo del rasoio, credo che The Beast in Me avrebbe rischiato forse qualche ripetizione di troppo, ma avrebbe anche offerto un pezzo di televisione memorabile, uno slancio dei due protagonisti verso premi importanti, e un tratteggio preciso di due personaggi magari non originalissimi, ma comunque pieni di cose da raccontare.
Si è scelta però una via diversa.

Forse per evitare potenziali stalli e dare alla miniserie un ritmo più rapido, Gordon e i suoi riempiono la scena di altri personaggi secondari, di sottostorie parallele, di indagini e colpi di scena, che sicuramente rendono lo show facilmente godibile, ma che gli tolgono anche una tacca o due di spessore psicologico e filosofico.

Con l’andare della storia, la sceneggiatura si accontenta di alcune scelte “facili” e prevedibili, riservando le sorprese per alcuni elementi secondari, e rimanendo su un binario narrativo che, tutto sommato, non stupisce granché (e forse lo stesso concept, in cui la donna fragile e creativa viene messa contro l’uomo ricco e arrogante, era già di per sé una spia di ridondanza rispetto al resto del panorama cine-seriale attuale).

Trovo sia almeno in parte un peccato, perché con un pizzico di coraggio in più, e anche senza uscire da un genere abbastanza codificato, si poteva dare vita a personaggi indimenticabili, anche perché aiutati da due interpreti di grandissimo talento (e a conti fatti, pistola alla tempia e considerando il loro passato, dico che Matthew Rhys vince per un’incollatura). Si è scelta invece la vita di un thriller più semplice, che punta dritto alla pancia degli spettatori, e che forse sarà più facile dimenticare di qui a qualche mese o anno.

Non vorrei nemmeno calcare troppo la mano, perché The Beast in Me è comunque una miniserie di buon livello, piena di cose interessanti, e capace di soddisfare una regola teoricamente banale, ma che molte serie recenti, impaurite dagli spettatori distratti dai cellulari, dimenticano: invece di spiattellarti in faccia le informazioni, te le fa capire da quello che succede nella storia, come se stessimo spiando i personaggi, invece di ricevere da loro dei dettagliati rapporti a prova di scemo. Ed è da questa prospettiva che cogliamo meglio le paure ma anche le ambizioni di Aggie, lo smodato desiderio di qualcosa che la faccia ripartire, che le garantisca un riscatto dopo un periodo buio di cui, forse, non è esente da colpe.

Né vorrei cedere al facile ma ingiusto giochino del “dal creatore e dalla protagonista di Homeland, una serie che non vale quanto Homeland“. Che è tecnicamente vero, ma il trucco della nostalgia e del “ai miei tempi sì che si scrivevano buone serie” rischia di essere stucchevole e snob.

Semplicemente, The Beast in Me è una buona serie che poteva essere ancora migliore, e quando vedi delle potenzialità non sfruttate ti rimane un piccolo rimpianto che magari un’altra serie, meno bella ma anche meno ambiziosa, non ti avrebbe lasciato.
Ma se guardate The Beast in Me con l’idea di passare sette-otto ore in compagnia di gente in gamba che racconta cose interessanti, non dovrebbero esserci problemi.

Perché seguire The Beast in Me: per la bella suspense e l’ottimo cast.
Perché mollare The Beast in Me: nella seconda parte si lascia andare a scelte più facili e meno ficcanti di quanto avrebbe potuto.



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