20 Novembre 2025

Last Samurai Standing su Netflix – Onore e nostalgia, a fil di spada di Diego Castelli

La serie giapponese di Netflix, già amatissima, conquista con battaglie di alto livello e tanti strati di drama, magari anche troppi

Pilot

Mi è capitato più volte, discutendo con amici e colleghi di generi cine-televisivi, di paragonare l’action, e in particolare il sottogenere delle arti marziali, al musical. Chi guarda il musical trae piacere dal vedere la coordinazione e la creatività di corpi che si muovono sulla scena, anche a prescindere dai significati più o meno complessi che si portano dietro. Un’operazione spettatoriale non tanto diversa da chi trae gioia e intrattenimento dal guardare due attori che fingono di combattere, portando sullo schermo coreografie che, di solito, hanno poco a che fare con la realtà tanto quanto il musical, in cui le persone cantano e ballano in situazioni in cui la gente normalmente parlerebbe.

Questo tema dell’apparentemente paradossale vicinanza fra i due generi, con tutto il suo portato di distinguo, pubblici di riferimento, valori di fondo, non è materia di questo articolo.
Ma era per dire che io sono uno di quelli a cui il musical non interessa granché, mentre invece gioisco immensamente, fin da quando sono bambino, nel vedere due o più guerrieri che se le danno di santa ragione, trasmettendomi un’idea di forza, controllo, carisma.

Ed è soprattutto per questo che parlerò bene della prima stagione di Last Samurai Standing, nuova serie giapponese di Netflix (titolo originale Ikusagami) che, rifacendosi al mai defunto genere chambara (cioè il cappa e spada nipponico, per certi versi equivalente culturare del western statunitense), mette in scena proprio quella cosa lì, la figaggine dei combattimenti.
E però, siccome sono anche una persona seria, ci sarà spazio per qualche riflessione più critica, per una serie che al momento sta ricevendo un ottimo riscontro sia in termini di pubblico, sia in termini di critica.

Nel leggere il concept della serie, ma pure nel vedere alcune sue precise scelte narrative, Last Samurai Standing sembra un’unione fra il già citato genere chambara e Squid Game.
Durante il periodo Meiji nel 19° secolo, quasi trecento rispondono a un invito misterioso che, sventolando una corposissima vincita in denaro, li porta a scontrarsi in una specie di battle royale semovente, in cui i concorrenti devono spostarsi da Kyoto a Tokyo attraversando tappe prestabilite che possono essere superate solo con il possesso di un certo numero di targhette. Targhette che, ovviamente, possono essere strappate solo dai cadaveri degli altri concorrenti.

Il protagonista designato è Shujiro Saga (Junichi Okada), un ex soldato con tanto sangue sulla spada, che da dieci anni si è ritirato per costruirsi una famiglia e vivere sobriamente, e che torna sul campo di battaglia a causa di un’epidemia di colera che gli ha già ucciso una figlia e minaccia di portargli via anche la moglie e l’altro figlio, se non troverà il denaro per le medicine.
È seguendo Shujiro che entriamo in contatto con il torneo, che arriviamo a conoscerne le regole, e che conosciamo anche tutta una serie di altri personaggi, che diventeranno alleati o nemici col prosieguo della storia.

La similitudine con Squid Game diventa facile non solo per il concetto del “uno solo vincerà il premio”, ma anche perché dietro la sfida ci sono ricchi panciuti che scommettono (si vede già nel pilot, non è un grande spoiler), perché l’organizzazione del torneo ti ammazza se cerchi di abbandonare, e per altri piccoli dettagli.
Ma col paragone la piantiamo qui: era giusto per dirsi che, nel 2025, quel parallelo viene spontaneo, ma non è poi così rilevante per l’analisi di Last Samurai Standing.

In termini di pura azione, ma anche di costruzione visiva dei personaggi e di stilizzazione delle loro motivazioni, Last Samurai Standing ha parecchio da dire.
Le scene di lotta funzionano quasi tutte, sono ben dirette, ben coreografate, attente anche a certi dettagli che altre produzioni di minor qualità e budget lascerebbero correre (tipo che le spade sembrano sempre di metallo e mai di gomma). Attori e attrici si spendono molto per occupare le scene con forza e dinamismo, e non mancano piccoli tocchi di classe che fanno la differenza (come un duello nel fuoco in cui i personaggi, pur avvolti nelle fiamme, sono ancora “loro”, vai a sapere se perché è il fuoco a essere finto, o le loro facce appiccicate digitalmente agli stuntmen).

In termini di costruzione visiva dei personaggi, la serie lavora come un manga/anime, con figure immediatamente riconoscibili per le loro forme, dimensioni, per i costumi, per il tipo di armi che usano e via dicendo. È un’impostazione “molto giapponese”, ma che all’occhio occidentale gioca su un certo filo sottile, perché alcune iperboli tipicamente accettate (anzi, pretese!) negli anime, non per forza funzionano allo stesso modo con attori in carne e ossa. Ma Last Samurai Standing gestisce bene questo rischio, perché se è vero che non le viene chiesto di essere “realistica”, deve pure stare attenta a non essere ridicola, e non mi sembra che superi mai questo confine così importante.

Anche i motivi per cui i protagonisti arrivano sulla scena, spesso spiegati attraverso flashback e affini, funzionano: ogni personaggio ha le sue ferite e le sue speranze che lo spingono a partecipare a un torneo mortale in cui è probabile che si salvino in pochissimi, e bastano pochi tratti per farci dire “ok, ti credo, e non solo ti credo, ma faccio il tifo per te, anche se so che non posso fare il tifo per tutti”.

Fin qui tutto bene. Queste caratteristiche molto semplici sulla carta, ma che poi vanno portate sullo schermo con la forza di una produzione ricca e consapevole, sono il motivo per cui Last Samurai Standing sta facendo così bene in termini di visualizzazioni: così su due piedi, non mi viene in mente un altro prodotto recente sulla piattaforma, che appartenga a questo genere e che sia di questo livello.

Però c’è anche qualche rovescio della medaglia, che imputo a un’ambizione forse eccessiva, o magari all’influenza del romanzo di Shogo Imamura da cui la serie è tratta e che, per volontà dell’autore e per caratteristiche del mezzo, lasciava molto spazio alla componente storico-sociale e alla psicologia del personaggi, più che all’azione (o almeno così ho letto, visto che non conosco il libro e spero di non dire stupidate in merito).

A parte la sfida mortale, Last Samurai Standing vuole raccontare un altro botto di roba. Senza voler fare troppi spoiler, possiamo dire che il torneo viene costantemente interrotto (nella nostra percezione, intendo) per inserire il dietro le quinte politico-finanziario della sfida, per raccontare il passato di gruppi di personaggi che hanno una storia che meriterebbe una serie apposita, e per raccontare come certi protagonisti vorrebbero smontare proprio il meccanismo della sfida, di fatto smettendo di giocare e cercando scappatoie diverse.

Questa sovrabbondanza narrativa trova un suo perché nell’impianto storico e filosofico più complessivo, perché Last Samurai Standing non racconta solo una battaglia fra giganti della spada, ma vuole restituire anche il senso di un profondo cambiamento della società giapponese.
Il periodo in cui è ambientata la trama è quello del passaggio da una società arcaica e feudale, a un paese molto più moderno e allineato con il resto del mondo, e la serie sembra voler trattare la materia con un misto di inevitabilità e nostalgia: il tempo dei samurai e delle spade sta finendo, quello della tecnologia e dei fucili sta arrivando, e questa rivoluzione si porta dietro anche nuovi costumi, nuovi cinismi, e la perdita, forse, di certi valori e certi onori.

Le criticità di questo approccio, per lo meno in una prima stagione di soli sei episodi, sono facilmente prevedibili: ci sono troppe cose da raccontare e poco tempo per farlo. Last Samurai Standing non arriva a essere una serie “disordinata”, o incomprensibile, però può lasciare un senso di incompiuto quando vediamo certi personaggi particolarmente interessanti morire prima di aver sfruttato tutto il loro potenziale (o quello che noi pensavamo essere il loro potenziale, il che è la stessa cosa, per uno spettatore), o quando percepiamo che una certa epica guerresca del torneo viene sacrificata molto presto, forse troppo presto, in nome di una sua comprensione più politica e realistica, che però cozza con il desiderio, sobillato dalla stessa serie, di vedere prima di tutto una grande epopea di sangue, spade e alti ideali.

Si potrebbero citare anche alcuni problemi minori, superabili con un’aggiunta di sospensione di incredulità, come il fatto che i partecipanti non possono rimanere senza targhette per più di dieci secondi, pena la morte per mano dei guardiani con i fucili: questo sì che è un meccanismo alla Squid Game, che però diventa davvero inverosimile per una storia ambientata in un tempo in cui non esistono sistemi di controllo digitale di nessun genere.

Ma il problema, ribadisco, non sta in queste minime sporcature, quanto più in una specie di desiderio di completismo che rischia di affollare troppi temi e storie, rimanendo però alla superficie di troppe di esse, lasciando quindi una sensazione di vuoto.

Detto questo, voglio chiudere con ottimismo: i sei episodi della prima stagione sono volati e c’è molto con cui divertirsi, e il fatto che sia appunto una prima stagione, con una seconda non ancora annunciata ma “ovvia”, lascia anche spazio per ulteriori approfondimenti.
Spero però che al prossimo giro si scelga di rimanere più dritti e puliti, che non vuol dire legati solo all’azione, ma nemmeno così girovaghi da farci venire il mal di mare.

Perché seguire Last Samurai Standing: se cercate azione ben fatta, personaggi carismatici, e nostalgia nipponica, è il posto giusto.
Perché mollare Last Samurai Standing: per una certa volontà di raccontare tutto che diventa rischio di raccontare troppo.



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