All Her Fault su Sky – Che bello non essere questa famiglia di Diego Castelli
Sarah Snook du Succession guida il cast di un thriller con bambino sparito che gioca su trucchi facile ma, in effetti, di grande efficacia
Una madre passa a prendere il figlio presso la casa dove ha passato il pomeriggio a giocare, solo per sentirsi dire che lì in realtà non c’è nessun bambino, né c’è mai stato. Forse la signora ha sbagliato indirizzo. Forse si è confusa con la via. O, forse, qualcuno l’ha ingannata e il bambino è sparito.
Non so se ho mai visto una serie tv entrare così di botto nella storia che vuole raccontare, senza praticamente alcuna scena preparatoria, tipo la madre che porta il bambino a scuola la mattina, o che gli offre per colazione il buffet di un resort a cinque stelle per sentirsi dire “prendo solo una spremuta, sono di corsa”.
Invece, All Her Fault, serie ha debuttato da pochissimo su Sky e NOW, parte proprio così, con Sarah Snook (ex Shiv di Succession) nei panni di una madre che suona un campanello, per poi vedersi crollare il mondo addosso. Niente preamboli, niente introduzioni. Bam, sbattuti nel cuore della vicenda.
E forse non è un caso che questa scelta sia avvenuta originariamente su Peacock, forse la più “generalista” fra le piattaforme di streaming americane, e in una serie in cui, in effetti, si punta tutto sul ritmo, sulle sorprese, sul tentativo di non annoiare mai lo spettatore.
Il tutto con alcuni, evidentissimi “pro”, ma anche qualche “contro”.

La trama, per sommi capi, ce la siamo già detta. Una madre scopre che il figlio è sparito, e chiaramente si fa prendere dal panico.
Chiama il marito Peter (Jake Lacy), riceve il supporto dei cognati Lia (Abby Elliott) e Brian (Daniel Monks), si interroga sul ruolo di Jenny (Dakota Fanning), che in teoria era la mamma da cui il figlio doveva trovarsi e da cui aveva ricevuto il messaggio di invito per il pomeriggio di giochi, e naturalmente cerca aiuto nella polizia, rappresentata soprattutto dal detective Alcaras (Michael Peña).
(Tralasciamo qui il totale sgomento che mi prende nel vedere Dakota Fanning, che conobbi al cinema come bambina prodigio, nei panni di una madre. Ma quanti anni ho? E quanto mi resta?)
Solo che All Her Fault non è solo la storia di un bambino scomparso, come si capisce già dal trailer ma, di fatto, perfino dalla locandina che vedete in cima a questa pagina. Perché intorno a quella scomparsa esistono dei segreti, dei non detti, qualcosa che non torna in una famiglia e una comunità che sembrerebbero altrimenti perfette.
E questo, tutto sommato, non è usuale solo nei film e nelle serie tv, ma perfino nella vita, dove gli investigatori, in casi di rapimenti, omicidi e quant’altro, si mettono a indagare prima di tutto all’interno dei nuclei familiari di origine, perché gli esseri umani sono così, molte volte fanno male a chi hanno accanto, più che agli sconosciuti.

In termini di scrittura e messa in scena, l’intento è chiaro fin da quella prima sequenza così immediata. Costruire una storia che sia ricca di sorprese, di tensioni drammatiche, di suspense, in cui allo spettatore viene chiesto di soppesare ogni parola di ogni protagonista, nel tentativo di trovarci scricchiolii, incoerenze, contraddizioni.
Dovendo gestire così tanti dettagli e cambi di fronte, la regia diventa pulita, lineare, poco interessata ai voli pindarici e molto più concentrata sul dare ampio spazio alle interpretazioni degli attori, su cui giganteggia una Sarah Snook sballottata da una vera e propria tempesta che le lascia pochissimo spazio per ragionare. In questo senso, il suo lavoro è molto diverso da quello di Succession, in cui a Shiv veniva imposto di mostrare i suoi sentimenti rimanendo però dietro la scorza dell’aspirante capa-del-mondo, mentre qui all’attrice australiana viene richiesto un range emozionale molto più ampio e, talvolta, volutamente sopra le righe.

Il risultato complessivo è buono nella misura in cui, effettivamente, All Her Fault è un thriller avvincente. La sensazione di precarietà è costante, e per quanto ci venga fatto capire molto presto che non siamo in presenza di una semplice storia di rapimento, è difficile anticipare tutti gli snodi (meno male) e, comunque, prefigurarne i singoli dettagli.
Vedere come va a finire diventa un desiderio naturale e ben manipolato (in senso buono, in termini di efficacia narrativa), e il finale è abbastanza “grosso” da non lasciarci con quell’amaro in bocca che spesso capita di sentire quando l’aspettativa è stata montata molto, per poi dissolversi in una soluzione percepita come troppo semplice o banale.

Di rovesci della medaglia, in questa impostazione così dritta e accattivante, ce ne sono sostanzialmente due. In primo luogo, manca il tempo e la volontà di costruire qualcosa che vada al di là di quella linearità: All Her Fault è sì una storia avvincente, in cui magari possiamo rimanere stupiti da qualche twist narrativo, ma nella quale non c’è grande margine per rimanere colpiti da scelte visive ricercate e dialoghi di ampio respiro.
Come accennato, è una televisione più vicina al concetto di serialità generalista, che quindi ci intrattiene bene, ma non riesce a sfamare appieno chi cerca visioni più ardite e sperimentazioni più coraggiose.
In secondo luogo, anche il potenziale portato filosofico e politico della serie finisce col vacillare. Fin dal titolo, traducibile con “Tutta colpa di lei”, All Her Fault ci presenta diverse figure di donne che, di volta in volta, si caricano sulle spalle il peso di una grande colpa, a partire naturalmente dalla madre che non ha capito che il figlio stava per finire in una trappola, anche se qualche indizio c’era.
Se ne potrebbe ricavare parecchio sia in termini di riflessione sul ruolo femminile dentro e fuori la genitorialità, sia in termini di percezione collettiva di quel ruolo. E non è che All Her Fault non stimoli alcun ragionamento in questo senso, ma il suo meccanismo narrativo è tarato su altro, e quel potenziale finisce per essere fagocitato dalla necessità di correre, di stupire, di non annoiare.
Tutti intenti che, come abbiamo visto, hanno il loro bel perché, ma che alla fine della miniserie ci lasciano più con l’idea di aver visto un thriller appassionante, più che un thriller profondamente interessante.
Alla fine è una questione di scelte, perché per tenere insieme proprio tutto serve un’abilità non scontata, ma insomma, è bene saperlo.

In conclusione, e giusto per citare una aneddoto personale, All Her Fault è una serie che ho consigliato ai miei genitori perché so che gli piacciono i thriller belli mossi, e mio padre si addormenta facilmente appena il ritmo cala di tono (meravigliosa la sua appassionata recensione del Frankenstein di Del Toro su Netflix: “Mi sono fatto una gran bella dormita”).
Non è scontato saper costruire bene la tensione, reggerla fino alla fine, non deludere aspettative elevate che tu stesso hai creato. All Her Fault ci riesce, e bisogna dargliene atto. Poi però, se si aspira alle parti davvero alte della classifica di Serial Minds, serve un po’ di più, una memorabilità più spiccata, un coraggio e un’originalità più vistosi, che questa serie non aggiunge perché, beh, voleva prendere un pubblico più ampio possibile.
Ci sta, le si può volere bene lo stesso.
Perché seguire All Her Fault: è un thriller rapido, appassionante, pieno di sorprese.
Perché mollare All Her Fault: su alcuni aspetti rimane legata a certi standard generalisti che non solleticheranno i palati più fini.

