Stranger Things 5 primi quattro episodi – L’inizio della fine di Diego Castelli
Con quattro episodi nel giorno del Ringraziamento, i fratelli Duffer danno inizio al capitolo conclusivo di una saga lunga dieci anni
SPOILER SUI PRIMI QUATTRO EPISODI DELLA QUINTA STAGIONE
L’avvicinamento alla quinta stagione di Stranger Things è stato molto particolare, almeno per me, ma credo anche per altre persone.
Da una parte, Stranger Things è un grande fenomeno, e questa stagione è la fine di un percorso lungo dieci anni. È la serie che ha fatto deflagrare l’anima pop di Netflix e sancito il definitivo successo della piattaforma, è stata il simbolo del mood nostalgico che ha pervaso gli ultimi anni di cinema e tv, è stata una coccola vintage piazzata spesso in punti strategici (come quest’anno) proprio per amplificare il suo potere di riattivatrice di ricordi. E poi è stata, giova dirlo, una gran bella serie tv, con i suoi alti e bassi, ma con un livello complessivo sempre molto alto.
Allo stesso tempo, e senza rinnegare nulla di quanto appena detto, è anche una serie che è inevitabilmente invecchiata insieme ai suoi protagonisti, che ha perso qualcosa della magia delle origini, che ha attraversato anni di pandemia e guerra portandosi dietro delle cicatrici. Una serie al cui finale si arriva dunque con una punta di sospetto, di disillusione, di cinismo, che agli inizi avevamo volentieri messo da parte per abbandonarci alle atmosfere anni Ottanta e al ricordo del bel tempo che fu.
Al momento di scrivere questa recensione sono usciti i primi quattro episodi della quinta e ultima stagione (di fatto la metà, visto che ne usciranno altri tre a Natale e uno a capodanno) e possiamo forse dirci che, in questa prima parte, i fratelli Duffer hanno rischiato relativamente poco, ma non per questo non ci siamo divertiti.

Questo articolo non è un recap, non troverete qui un riassunto dettagliato di tutto quanto è successo in quattro episodi, un po’ perché ormai questi sono compiti ottimi per l’IA, e un po’ perché in quattro ore e mezza succede davvero tanta roba o, quanto meno, ci si riconnette con un sacco di personaggi.
Anzi, questa prospettiva “quantitativa” potrebbe già essere una buona chiave di lettura di questi primi quattro episodi. I fratelli Duffer, dopo quattro stagioni passate ad accumulare storie e protagonisti, e considerando che sono passati tre anni abbondanti dall’ultimo ciclo, avevano prima di tutto il compito di riprendere le fila di un discorso molto grosso, senza farci perdere la bussola.
In alcuni casi questo bisogno è risultato evidente a un livello quasi tenero, come quando, all’inizio del primo episodio, una Robin in versione speaker radiofonica riesce a farci un riassunto di tutto quello che è successo dall’ultima volta che ci siamo visti (per esempio il fatto che Hawkins è in quarantena, controllata a vista dall’esercito). Escamotage abbastanza semplice, se volete, ma palesemente efficace.
A livello macro, invece, i Duffer cercano di giocare semplice: Vecna, il cattivone sconfitto nella quarta stagione, non è ancora morto, e i nostri vogliono scovarlo ed eliminarlo definitivamente. Bam, chiaro e dritto.
Per fare questo, ognuno ha un suo compito, e abbastanza presto ci salta agli occhi uno schema fatto di missioni da preparare e mettere in atto, che con una costanza videogiocosa (o dungeon&dragonesca) piazza continuamente i vari protagonisti su una scacchiera che ormai conosciamo bene. Ecco allora Hopper che esplora l’Updise Down in cerca di Vecna, Eleven che si allena per potergli essere presto di supporto, Dustin, Mike e gli altri che si adoperano per aiutare Hopper dal nostro mondo, fornendogli una costante bussola per tornare a casa, e via dicendo.
Il tutto con in mezzo i militari a mettere i bastoni fra le ruote e a fornire un nuovo cattivo umano da affiancare a quello soprannaturale: parliamo della dottoressa Kay, interpretata dalla mitica Linda Hamilton (protagonista dei primi capitoli della saga di Terminator) e interessata a catturare Eleven per motivi non meglio specificati.

Naturalmente, la presenza di questa missione suprema ma tutto sommato semplice (“dobbiamo sconfiggere del tutto Vecna”) consente poi di costruire sottomissioni successive, approfondire i rapporti fra i personaggi, trovare il tempo per ridere dove si può (con un palese spostamento dell’anima comica da Dustin, incupito dal bullismo e dal ricordo di Eddie, a Robin, che invece è una simpaticona).
E attenzione, non è un processo banale, serve una certa abilità, che è poi il motivo per cui questi quattro episodi, nel complesso, funzionano. Gestire così tanti personaggi e così tanti toni (perché Stranger Things, giunta alla quinta stagione, deve tenere insieme i momenti ironici come quelli più drammatici, tipo il ferimento della madre di Holly, che è una scena piuttosto cruda) necessita di un grande senso dell’equilibrio, che i Duffer mettono in scena dimostrando di saper dosare tutte le componenti in quattro episodi piuttosto lunghi ma mai noiosi e, soprattutto, mai dispersivi o caotici.
Sappiamo sempre cosa stiamo guardando, cosa c’è da fare e chi deve farlo.
In questa montagna di doveri e responsabilità, con tutta la città (ma anche il mondo direi) costretta a gestire la minaccia del Sottosopra, infilare nella trama i momenti di relazione e approfondimento psicologico era forse la cosa più complicata. I Duffer, anche qui, cercano di stare sul semplice, e trovano momenti di relativa pausa per permettere ai personaggi di esprimersi, emozionarsi, costruire o correggere relazioni, come il bisogno di protezione ma anche di fiducia che guida i rapporti genitoriali fra Joyce-Will e Hopper-Eleven, o come la solita, buffa faida fra Mike e Jonathan per le attenzioni di Nancy (questa, forse, la dinamica più stanca di tutte).

In tutto questo intrico di nomi, sentimenti e relazioni, in cui si trova anche tempo per dare a Vecna nuovi obiettivi (la cattura dei bambini) e per far “salire di livello” personaggi finora ai margini – tipo Holly, che diventa molto protagonista e va a costruirsi un suo arco narrativo con la povera Max, ancora in coma ma ben vispa nei mondi da sogno di Vecna – non possiamo non spendere qualche parola specifica per Will.
All’ex bambino scomparso è lasciata la responsabilità di aprire e chiudere la stagione, e arriva a prendersi uno spazio di protagonismo che, forse, non aveva mai avuto.
Nella prima sequenza stagionale, un Will ancora prigioniero dell’Upside Down, ringiovanito con la CGI, incontra Vecna che gli dice che insieme faranno cose belle, “beautiful things”, che è un’espressione non casuale per iniziare una nuova stagione di una serie che si chiama “Stranger Things”.
Tutta questione di prospettive, verrebbe da dire, che poi è il tema del percorso che Will affronta insieme a Robin: vedendo Robin flirtare con un’infermiera, Will viene a scoprire un orientamento sessuale che la ragazza, pur tenendolo ancora nascosto ai più, gestisce con grande gioia e libertà, mentre Will vive la sua omosessualità con grande disagio e senso di colpa.
In mezzo a quattro episodi pieni di avventura, sparatorie e mostri, a Will e Robin viene garantito uno spazio preciso per approfondire questo tema, e per permettere a Robin di spronare Will verso una maggiore consapevolezza di sé, unita se possibile a una riduzione dell’ansia.
Una sotto-storia che pare culturalmente importante ma tutto sommato marginale, finché non diventa il fulcro della trasformazione di Will in super sayan.

Nel finale del quarto episodio, quando i nostri sono presi a combattere, in compagnia dei soldati, una gran mole di demogorgoni, Vecna esce dal suo nascondiglio e si avvicina proprio a Will, spiegandogli almeno in parte i suoi piani (cattura i bambini perché sono fisicamente e mentalmente deboli, e per questo può usarli per “dare nuova forma al mondo”), e apparentemente sbloccando i poteri di un ragazzo che, lo sapevamo da tempo ma l’abbiamo visto concretamente nella prima scena stagionale, è ancora profondamente connesso al Sottosopra, alla mente alveare, alle macchinazioni di Vecna.
In questo modo, il finale diventa ambiguo: ripensando al suo passato, all’amore per Mike ecc ecc, Will sembra acquisire quella sicurezza di sé che mancava, diventa una specie di supereroe, e ferma i demogorgoni che stavano per ammazzare i suoi amici.
Grande Will, bravo Will.
Allo stesso tempo, l’impressione è che Vecna avesse previsto tutto, e che volesse proprio questo. Il potenziamento di Will sarebbe dunque utile nel breve periodo, ma sarebbe anche una sciagura nel lungo, se il destino di questo nuovo Will sarà quello di diventare una specie di erede di Vecna, o suo braccio armato.
(L’episodio di chiama “The Sorcerer”, Il Mago, e descrive la nuova natura di Will con uno dei moltissimi riferimenti espliciti a Dungeons & Dragons, che la serie continua a tenere come principale fonte di ispirazione).
Un cliffhanger piuttosto potente, insomma, che rimette al centro un personaggio che ha avuto un ruolo abbastanza particolare fin qui, e che riesce a stupire proprio quando ormai, al pari di sua madre, lo consideravamo solo uno che andasse protetto, e che non potesse agire per suo conto.
Se a favore del Bene o del Male, staremo a vederlo.

Se tutto questo funziona, se i quattro episodi si bevono facilmente senza annoiarsi e lasciandoci in felice attesa delle puntate natalizie, ci sono anche dei rovesci della medaglia che, in alcuni casi, sono probabilmente inevitabili, mentre in altri suonano quasi buffi.
Se ci siamo detti che i Duffer sono stati bravi a gestire una grande mole narrativa senza farci perdere la bussola, un prezzo è stato pagato con la capacità innovativa di questi episodi. Conoscevamo più o meno tutti e già sapevamo cosa andava fatto, perché siamo alla fine di una serie e non all’inizio, e non è che si possa buttare altra carne al fuoco così a caso.
Niente bacchettate sulle mani, dunque, ma allo stesso tempo questi non sono, o non sono più, episodi che stupiscono, che lasciano a bocca aperta. Ne riparleremo magari quando un po’ di gente importante comincerà a morire, ma in questa prima tranche si segue tutto con piacere, ma senza strapparsi i capelli.
Forse l’unica sorpresa vera, a parte la trasformazione di Will, è il ritorno di Kali, la numero 8, protagonista di un arco narrativo di Eleven nella seconda stagione, che non aveva trovato grande favore nel pubblico e che pareva essere stato abbandonato del tutto. Il recupero della ragazza, qui incantenata dalla dottoressa Kay per motivi non del tutto comprensibili, è certamente un twist che non ci aspettavamo, anche se non è che ora io vada dal mio panettiere a dirgli “oh, è tornata Kali”, perché quello mi guarda e mi dice “chi?”

A livello più micro, invece, troviamo qualche inciampo che, alle volte, pare pure frutto di troppo entusiasmo.
Quando si parla di Stranger Things esiste un tema di sospensione di incredulità che riguarda soprattutto una regola di certi film anni Ottanta, cioè l’idea che un gruppo di ragazzini possa cavarsela meglio degli adulti contro nemici brutti cattivi e coi poteri magici. Nel caso della serie di Netflix, lo spettatore deve fare uno sforzo supplementare per credere che i demogorgoni che si fanno fregare da trappole alla Mamma ho perso l’aereo, e che si fanno prendere a bottigliate o martellate dalle mamma incazzate, siano gli stessi che poi fanno strage di soldati armati con una forza, una velocità e una violenza, che nelle scene precedenti sembravano anon possedere. Detto poi che sono gli stessi soldati a cui puoi scavare dei tunnel sotto al naso senza che nessuno si accorga di niente, quindi forse ci sta.
Allo stesso modo, in questo tentativo di tenere ben salde le redini di tutto, qualche scena appare troppo “scritta”. Per esempio, è abbastanza assurdo che l’anziana dottoressa Kay si trovi da sola ad affrontare Eleven e Hopper, senza uno straccio di supporto militare.
Senza contare, poi, una sequenza che mi ha fatto sorridere: quando Mike e Nancy vanno a parlare con la madre, per cercare di avere informazioni sul misterioso Mr. Whatsit, che potrebbe aver rapito Holly, un montaggio particolarmente ansiogeno, da giallo tesissimo in cui stai per scoprire finalmente chi è l’assassino, ci rivela che il rapitore è… Vecna.
Cioè, tutta una costruzione di suspense e di mistero, per arrivare a dirci che il cattivo è… il cattivo che conosciamo già, il Cattivone assoluto. Non questa grande rivelazione, a conti fatti. Poi certo, è la versione umana di Henry, la sua psiche più profonda, un nuovo serbatoio di approfondimento, va bene. Però insomma, la sorpresa mancata rimane.

Ovviamente, mi immagino che le opinioni su questi episodi possano essere le più varie. D’altronde quando una serie affolla ottocento spunti, personaggi, situazioni, può ricevere ottocento sì, ottocento no, ma anche trecentosessanta sì e quattrocentoquaranta no, e via dicendo.
Ognuno dirà la sua, e ci sta.
Per me che venivo da una certa aspettativa, ma anche da un’obiettiva stanchezza e dalla paura che i protagonisti fossero ormai troppo grandi (problema tutto sommato contenuto, a parte forse Dustin che sembra un padre single costretto a interpretare il liceale), devo dire che ho visto questi quattro episodi con un certo gusto, certamente con affetto, avendo l’impressione di guardare un prodotto cinematograficamente “grosso” (la povera Welcome to Derry, per mille motivi cugina di Stranger Things, s’è presa qualche schiaffone in faccia da questi quattro episodi) che mi ha ributtato con tutte le scarpe in quel gran casino di cittadina che è Hawkins.
Spero che gli episodi che mancano possano alzare di una tacca o due il livello delle sorprese (per quanto possibile in una storia ormai molto avviata e quasi alla fine), e quello del coinvolgimento emotivo, che in questo inizio è rimasto abbastanza alto da interessarmi e intrattenermi, ma non sufficiente a travolgermi. Sono comunque fiducioso perché, da qui alla fine, qualcuno dovrà morire, magari anche morire male, ed essere riusciti a portare fino a qui così tanta gente, e così tanta gente a cui vogliamo bene, lascia nelle mani dei fratelli Duffer una serie di armi improprie che andranno usate con giudizio, con amore, ma anche senza pietà.
Ci risentiamo a Natale.
